Autore: Americo Tangredi“Tutti i grandi cambiamenti sono semplici.”

“Per mille strade”. Il racconto del mio cammino verso il sinodo dei vescovi sui giovani

“Per mille strade”. Il racconto del mio cammino verso il sinodo dei vescovi sui giovani

Abbandona le grandi strade, prendi i sentieri. (Pitagora)

Era un giorno stranamente fresco ed uggioso per essere la metà inoltrata di Agosto e mi trovavo rannicchiato sul bus che da Trasacco (AQ)- luogo delle mie ferie di fine estate- mi portava ad Avezzano. Timidamente gettai uno sguardo su un gruppo di ragazze con i loro trolley dai colori più impensabili. Erano davvero felici perché stavano andando in vacanza chissà dove. Scrutando attentamente i loro bagagli una cosa mi colpì e mi fece riflettere moltissimo; era uno dei loro zaini poggiati alla buona su uno dei trolley. Subito un flashback si manifestò dinanzi ai miei occhi stanchi facendomi ritornare indietro di qualche giorno, quando anch’io avevo quella felicità di intraprendere un viaggio memorabile. Non so bene il perché, forse sarà stata la voce di Mannarino che proveniva dalle cuffie del mio lettore mp3, ma nel mio animo ribatteva in modo forte e conciso la poesia di Trilussa “La fede”.

“Se la strada nun la sai, te ciaccompagno io che la conosco. Se ciai la forza de venimme appressode tanto in tanto te darò ‘na voce, fino la in fonno, dove c’è un cipresso, fino la in cima dove c’è la croce..”- Io risposi: “Sarà… ma trovo strano che me possa guidà chi nun ce vede”. La cieca allo me pijò la mano e sospirò: “Cammina..”. Era la fede.

Tutto iniziò qualche mese fa, quando decisi di intraprendere una nuova avventura sacra. Dopo le GMG – Giornate Mondiali della Gioventù– di Colonia nel 2005, di Cracovia del 2016 e l’Agorà dei Giovani del 2007 avevo voglia di ipotecare nella mia bacheca dei viaggi anche un bel cammino. Senza remore mi iscrissi così da alimentare lo spirito del viaggio che si era assopito facendo spazio alla mia sedentarietà. La fede ed il camminare hanno alimentato la mia sete di avventura.

Il mio viaggio iniziò il 7 agosto, quando alle sei di mattina, con uno zaino più grande di me partì da Avezzano in direzione di L’Aquila. Dalla mia diocesi partimmo in 24, ognuno con il suo carico di domande da chiedere al Signore durante il cammino: c’era chi cercava una risposta alla propria esistenza, chi una glorificazione personale e chi, come me, cercava di risistemare un’amore che stava giungendo al capolinea. Ognuno di noi aveva speranza; una speranza che, come una pianta, cresce piano piano.

1° giorno: L’Aquila – Paganica:

Arrivati dinanzi alla maestosa basilica di Santa Maria di Collemaggio (L’Aquila) ognuno di noi, tra la folla, cercava un volto familiare, qualcuno con cui poter scambiare le prime parole e soprattutto per non sentirsi soli in mezzo a sconosciuti. Non entravo in quella basilica dal lontano 2007- prima del sisma del 6 aprile del 2009- e devo dire che ho provato delle sensazioni davvero positive. Una volta terminata la santa messa ci siamo messi in cammino in direzione di Paganica. La tappa ad Onna – il triste paese ridotto in macerie dal terremoto del 2009- fu per me un nuovo catapultarmi all’interno in parti della mia vita di cui avevo pensato di averle archiviate. La chiesa restaurata all’interno di una cornice di macerie mi ha fatto pensare che c’è sempre speranza per tutto e quella fu anche uno dei motivi per continuare con forza nel camminare. Dopo una sosta nel monastero delle clarisse di Paganica ci siamo diretti nel centro parrocchiale: una lauta cena e delle sincere chicchere sono state l’anticamera ad un sacrosanto riposo. Rannicchiato nel mio sacco a pelo maledivo (in modo ironico) il mio vicino per il suo russare intenso.

2° giorno: Paganica- Campo Imperatore (località Fontari);

La sveglia suonò incredibilmente presto quella mattina dell’8 agosto; presto anche per chi, come me, non ha un buon rapporto con il dormire. In silenzio abbiamo attraversato il cuore di Paganica avvolto ancora nel tepore del sonno per avviarci verso la funivia di Campo Imperatore. Nel bel mezzo del cammino ebbi una crisi nervosa, ero stanco e grondavo di sudore da per tutto e volevo già lasciare la mia squadra. Per fortuna che non lo feci, restò solo una nota di nervosismo che venne spazzata via dalla bellezza che ebbi la fortuna di vedere su a Campo Imperatore. Il nostro arrivo nel rifugio delle Fontari fu salutato da un gregge di pecore e di vacche, custodi di quella grande bellezza. Per un’amante delle comodità come me, farsi la doccia in costume al di fuori del rifugio, con una temperatura di 10 gradi e con un tubo per irrigare il prato con l’acqua calda era qualcosa di impensabile. In quel perfetto miscuglio di caldo e freddo ho potuto capire che alcune cose semplici posso arricchire parecchio. Altro momento di forte formazione personale fu la celebrazione della santa messa all’intero del bar della struttura che ci ospitava: e nella lavanda dei piedi, ho capito che servire è anche regnare. Il momento solenne lasciò spazio ad una cena cucinata alla maniera che solo gli Alpini sanno fare; dopo alcune chiacchiere con gli amici del cammino decisi di andarmene a mettere a letto. La stanchezza si faceva sentire. Speravo in un sonno tranquillo, nulla di più sbagliato! Un ragazzo che aveva il sacco a pelo vicino al mio decise di fare un concerto con il suo forte russare. Lo presi letteralmente a calci, ma più gli menavo e più russava; il riposo era rimandato a data da destinarsi.

3° giorno: Campo Imperatore- Cerchiara di Isola del Gran Sasso (TE)

Fu la tappa più complicata e magica dell’intero cammino: qui si creò qualcosa che era impensabile nel momento della partenza, ovvero la cooperazione. Le singole persone crearono un gruppo e questo non è da poco. Percorrendo meravigliosi sentieri siamo scesi da Campo Imperatore fino alla frazione di Cerchiara (Isola del Gran Sasso, prov. TE). Fu una discesa emozionante in cui si fusero stupore e paura: avevo il timore di volare giù lungo il precipizio. Mi aggrappai letteralmente alla mia vita sostenuto dai miei piedi che hanno attutito la fatica della discesa. Quando entrammo nel bosco ci sembrava di stare all’intero del “Signore degli Anelli” nonostante la fatica ci aveva messi quasi tutti KO. Fatica che personalmente si trasformò in problema fisico: una tremenda vescica mi si formò sotto il piede sinistro dandomi un fastidio tremendo. Arrivati nel centro di Cerchiara che ci ospitava, mi sembrava di aver attraversato il deserto a piedi.

4° giorno: Cerchiara – Santuario di San Gabriele (TE)

L’ultima missione che da Cerchiara ci portava al santuario di San Gabriele (Isola del Gran Sasso, provincia di Teramo) fu quella che definirei la più cristiana dell’intero cammino. Qui assaporammo davvero il grande mistero della Misericordia e vi spiego il perché. Mentre macinavamo gli ultimi tremendi chilometri verso il santuario, sotto un sole cocente ed un asfalto bollente, dall’alto di una casa una voce femminile ci chiese se avevamo voglia di riempire le nostre borracce. Subito me rivenne in mente il passo evangelico “Se qualcuno ha sete, venga a me e beva (Gv7,37)”. L’acqua che avevamo tanto sognato non ci lasciò così facilmente; una copiosa pioggia ricoprì il pomeriggio dedicato alla festa dei giovani abruzzesi. Ovviamente la tenda numero 4, quella che era destinata a me ed altri compagni di viaggio, era la più allagata. Abbiamo chiesto un miracolo al cielo, e siamo stati accontentati! La fresca sera di San Gabriele venne riscaldata dal calore dei giovani abruzzesi in festa.

5° giorno: San Gabriele- Roma, Circo Massimo;

Il ripartire è sempre qualcosa di malinconico! Ognuno di noi, dal cammino, ha preso molto e molto ha lasciato. Personalmente mi sono portato dietro quella sana voglia di procedere sereno verso il mio futuro: ed ho lasciato, custodito tra i monti d’Abruzzo, alcune paure che hanno condizionato la mia esistenza. Ora toccava calcare il sacro suolo di Roma con i miei passi stanchi e doloranti, sorretto da uno spirito tenace. Faceva davvero caldo quel 11 agosto al Circo Massimo ed entrare fu davvero un’impresa eroica: ho visto ragazzi e ragazze cadere sotto i colpi del caldo. Nonostante ciò, la festa è stata immensa e le parole di papa Francesco hanno rinfrescato il cuore dei giovani.

“I sogni sono importanti. Tengono il nostro sguardo largo, ci aiutano ad abbracciare l’orizzonte, a coltivare la speranza in ogni azione quotidiana. E i sogni dei giovani sono i più importanti di tutti. Un giovane che non sa sognare è un giovane anestetizzato; non potrà capire la vita, la forza della vita. I sogni ti svegliano, di portano in là, sono le stelle più luminose, quelle che indicano un cammino diverso per l’umanità. Ecco, voi avete nel cuore queste stelle brillanti che sono i vostri sogni: sono la vostra responsabilità e il vostro tesoro. Fate che siano anche il vostro futuro! (Papa Francesco)

Le parole del papa mi entrarono nel cuore e come un balsamo curavano le ferite che erano presenti. C’è chi dice che eravamo in 70.000 e chi diceva che eravamo in 100.000; i numeri non fanno la differenza, in quel antico luogo si stava davvero bene. Le parole del papa lasciarono spazio alla festa e Roma si vestì con uno dei suoi abiti serali davvero magnifici. Io mi unii ad un gruppo di Avezzano sotto la sapiente guida di Don Antonio Allegrtti responsabile della pastorale giovanile diocesana e mio amico di vecchia data, e camminammo per Roma: San Bartolomeo all’Isola Tiberina, il Ghetto, Campo dè Fiori e Sant’Andrea della Valle furono le nostre tappe. Il giro si concluse sul balcone della casa del fratello del don; penso di non aver mai dormito così bene in vita mia, in compagnia di amici e sotto il cielo di Roma.

6°: Roma – Avezzano:

Alle ore 4 del mattino già eravamo in via della Conciliazione pronti per entrare in piazza San Pietro. Puzzavamo come capre, eravamo stanchi ed io avevo sempre quel dolore provocato da quella maledetta vescica sotto il piede sinistro. L’attesa della santa messa fu una vera e propria prova di forza, c’è chi si è sentito male come il povero Martino compagno di viaggio: fortuna che c’erano i vigili del fuoco vaticani che ci hanno spruzzato acqua fresca così da rinfrescarci. Dopo la messa e l’angelus del papa eravamo pronti a ripartire. I saluti sono la parte peggiore del viaggio! C’è chi si saluta sapendo di rivedersi oppure chi si saluta per l’ultima volta: una cosa non potrò mai dimenticare, ed è il legame di amicizia e stima che si è creato tra i partecipati.

Il mio viaggio, nonostante l’arrivo, continua.

Marsicana: la Battaglia dei Piani Palentini, uno scontro europeo nel cuore della Marsica

Marsicana: la Battaglia dei Piani Palentini, uno scontro europeo nel cuore della Marsica

Un giovane principe contro un re maturo, uno scontro che sancì la fine del dominio svevo nel sud Italia e l’affermazione del potere francese Angioino.

In questo numero speciale di Marsicana parleremo, a ridosso del giorno in cui cade il 750° anniversario, delle vicende che portarono Svevi ed Angioini nel confrontarsi militarmente nei Piani Palentini.

“Carlo venne in Italia e, per ammenda, vittima fé di Curradino” (Dante, Purgatorio XX vv. 67-68)

Re Carlo I D’Angiò, statua situata nel Palazzo Reale di Napoli

Protagonisti di questa guerra sono due figure molto diverse tra di loro: da una parte abbiamo il diciottenne Corradino di Svevia, figlio di Corrado e nipote del grande imperatore Federico II di Svevia. Dall’alta abbiamo Carlo I d’Angiò, molto più grande di Corradino, fratello di re Luigi IX di Francia che sarà poi proclamato santo dalla chiesa cattolica – molto bella è la chiesa a Roma a lui dedicata ed abbellita con le opere del Caravaggio-.

Cosa portò questi due mondi così diversi alla guerra? Lo scontro iniziò quando il regno di Sicilia venne concesso, dal papa Clemente IV – al secolo il francese Guy La Gross, morto il 29 novembre del 1268- a Carlo I d’Angiò. Questo provocò le ire dei ghibellini siciliani che chiesero aiuto al giovanissimo Corradino. Il giovane principe univa in se sia le speranze di vedere una nuova unificazione del sud Italia e sia la grandezza di suo nonno, Federico II di Svevia. Nonostante la batosta presa dallo zio Manfredi nella battaglia di Benevento nel 1266, la stella di Corradino non si offuscò, anzi.

Corradino di Svevia, statua che si trova all’interno della basilica di Santa Maria del Carmine Maggiore (Napoli)

Nel febbraio del 1268, la città di Lucera fedele alla casata degli Svevia, venne assediata da Carlo I per liberarla dalle poche sacche arabe presenti in città: quale banco di prova più adatto per il giovane principe. Da quel momento i due sovrani iniziarono un gioco alla rincorsa che si arrestò nei pressi dei Piani Palentini. L’esercito di Corradino poteva vantare ben 9.000 uomini mentre quello di Carlo I ben 6.000. Come si diceva nel titolo questo fu un vero e proprio scontro europeo: arabi, spagnoli, tedeschi, romani e pisani per Corradino mentre francesi ed italiani per Carlo I. L’Europa che si fermò sul fiume Salto. Le truppe di Corradino erano divise in tre armate: la prima comandata dallo stesso Corradino e da Federico I Baden-Baden, la seconda da Galvano De Lancia e la terza da Enrico De Lancia. Mentre le truppe di Carlo I vennero divise in due armate, l’una comandata dal famoso Alardo De Valèry e l’altra da Guglielmo Stendardo.

L’inizio dello scontro vide una netta vittoria del giovane Corradino, favorita anche dalla superiorità tecnica del suo esercito. Ma il giovane principe fece male i suoi calcoli, nell’esercito angioino c’era Alardo de Valèry, che aveva combattuto le crociate e dai nemici saraceni aveva assorbito delle tattiche militari vincenti. Fece vestire con gli abiti da guerra del re Henry De Cousances, aiutante di campo di Carlo I che venne subito ucciso dalle truppe di Corradino. Questi, galvanizzati dalla notizia della morte dell’odiato francese, abbassarono la guardia; fu proprio questo errore a portare alla disfatta lo Svevia. Corradino ed il suo staff fuggirono verso sud dove, a Torre Astura nei pressi di Nettuno, venne tradito da Giovanni Frangipane e consegnato a re Carlo. Corradino venne decapitato a Napoli, presso piazza del Mercato, il 29 ottobre del 1268.

Antico documento che mostra la battaglia dei Piani Palentini

Battaglia di Tagliacozzo oppure Battaglia dei Piani Palentini? Questo è un grande dilemma arricchito anche da una sorta di nostalgico campanilismo. Dante Alighieri, dall’altro della sua importanza nella cultura italiana e mondiale, citò giustamente Tagliacozzo indicando la contea più grande ma, non prendendo parete alla battaglia, non conosceva il luogo reale dove si è svolto lo scontro. Comunque la si chiami, bisogna ricordarla questa battaglia sia perché il destino medievale del sud Italia è passato lungo le nostre terre -segnando la sorte della potenza sveva in Italia- ma sopratutto perché con la guerra non si sistema mai nulla.

Le storie del lunedì: la nascita del rossetto

Le storie del lunedì: la nascita del rossetto

E’ uno dei canoni della bellezza e della moda femminile, ma realmente sappiamo da quando esiste il rossetto?

Perdonatemi per la mia assenza, ma per ovvi motivi estivi ho deciso di fermarmi alcuni giorni per riposare e per trovare qualche idea in più. Nell’odierno articolo delle storie del lunedì ci soffermeremo all’interno del mondo femminile parlando dell’origine del rossetto descrivendone la storia che dall’antichità arriva sino ai nostri giorni.

Se siete tristi, se avete un problema sentimentale, truccatevi, mettete il rossetto rosso alle labbra e attaccate! (Coco Chanel)

Le parole di Coco Chanel ci indicano la duplice valenza che può possedere il rossetto indossato da una donna; ovvero quello della bellezza e quello della forza che sono le donne hanno. Ma sappiamo realmente quando è nato questo cosmetico? Alcuni scavi archeologici condotti nella città sumera di Ur hanno rinvenuto una tomba appartenente alla regina Puabi. All’interno della sepoltura, databile tra il 2000 e 2500 a.C, è stato rinvenuto un prezioso cofanetto in oro nel cui interno è stata trovata una sostanza misteriosa. Analizzandola in laboratorio è emerso che era composta da semi di sesamo e pigmenti di rosa: era l’antenato del rossetto? Umm difficile da dire.

Spostandoci nell’antico Egitto, ancora una volta l’archeologia ci viene in aiuto: tramite ritrovamenti di suppellettili e di geroglifici si è potuto affermare che le donne utilizzassero il rossetto. Nel periodo Tolemaico – verso la fine dell’autonomia egiziana e della successiva conquista romana- la regina Cleopatra era solita abbellirsi il volto con una sostanza che annerisse sia gli occhi e sia le labbra, formato da un mix di estratti di coleotteri e di formiche.

Volto dipinto rinvenuto del Fayyum (Egitto)

E’ pienamente risaputo che le matrone romane, rispetto alle altre donne dell’antichità erano molto più vanitose, utilizzavano il rossetto sia per conquistare gli uomini e per apparire secondo la loro classe sociale. La sostanza che utilizzavano per abbellirsi le labbra era un composto che per noi “moderni” ci rabbrividisce: era formato da bacche e sangue di piccione.

La storia ci porta verso il 1600 in Inghilterra, qui la regina Elisabetta I era solita abbellirsi le labbra con un rossetto a forma di bastoncino: un gesto che sottolineava incredibilmente il suo potere. Però, sempre in Inghilterra – siamo nel 1770- il parlamento britannico ne vietò l’utilizzo perché, secondo alcuni, deviava la fedeltà degli uomini sposati. Robe dell’altro mondo.

Fu successivamente alla Grande Guerra che il rossetto tornò di moda tra le donne, e questo è stato favorito dall’ingresso nella società del cinema: qui le attrici erano solite usare il rossetto.

“Marsicana”, Petronilla Paolini Massima la poetessa marsicana

“Marsicana”, Petronilla Paolini Massima la poetessa marsicana

Le vicende di una poetessa marsicana del ‘700 poco conosciuta nella Marsica ma di grande attualità..

La storia che oggi vi presentiamo a “Marsicana” narra le vicende umane e letterarie di una poetessa marsicana d’inizio ‘700: Petronilla Paolini Massimi. Una vera innovatrice per l’epoca, visto il ruolo marginale che la donna aveva in quei secoli, e soprattutto perché dalla sua vita- poco fortunata- è riuscita a ideare una poesia molto espressiva, d’altronde “dai diamanti non nasce niente dal letame nascono i fior” come cantava De Andrè.

Qual nella casta mente. Pensier vi nacque al grand’annunzio, ond’era. Per farsi in voi Verginità. Come con salda e vera. Fede attendeste, e di bel zelo ardente. L’alto Concetto in umiltà profonda (Petronilla Paolini Massimi)

Incisione di Edward Lear (foto concessa dall’archivio fotografico Tavani-Aloysi)

La poesia che abbiamo riportato qui racconta, se pur nella lingua italiana del ‘700, una devozione di Petronilla verso la Madonna, una fede, che nonostante le sue disavventure emerge forte dalle sue righe. Petronilla nacque la Vigilia di Natale dell’anno del Signore 1624 dal nobile di Magliano dè Marsi (provincia dell’Aquila) Francesco Paolini e dalla nobildonna Silvia Argoli di Tagliacozzo (sempre in provincia dell’Aquila) imparentata con il noto matematico Andrea Argoli. L’infanzia della piccola poetessa venne però turbata dall’efferato omicidio del padre il 13 febbraio del 1667, forse per meri intrighi politici.

L’omicidio provocò una fuga della piccola Petronilla e di sua madre Silvia nella città di Roma: li trovarono ospitalità presso il convento delle monache clarisse dello Spirito Santo dei Napoletani nel rione Regola. La vita nel convento piaceva alla piccola Petronilla e con sua madre si trovava bene in quel mondo di preghiera. Nonostante ciò, la situazione economica della famiglia Paolini stava subendo delle pericolose evoluzioni: il 9 novembre del 1677 la madre concesse in sposa – la piccola poetessa aveva 10 anni- al nobile romano Francesco Massimi vice-castellano della fortezza di Castel Sant’Angelo. Questo orrendo matrimonio è stato anche avallato dal una sorta di benedizione di papa Clemente X (al secolo Emilio Altieri), parente del Massimi.

Foto storica di Tagliacozzo

Per un breve periodo di tempo, la giovane restò nel convento con la madre ma poi decise di andare a vivere nel palazzo che apparteneva al Massimi. Il palazzo si trovava nell’Ara Coeli, nel quartiere medievale che è stato distrutto tra fine ‘800 e inizi ‘900 per far spazio all’Altare della Patria: la poetessa li visse e coltivò la sua arte. La scrittura gli scorreva nel sangue visto che suo padre, Francesco Paolini era “uomo erudito nelle belle lettere” come ci racconta l’autore della Reggia Marsicana. A differenza di suo padre, la giovane usava la scrittura per sentirsi libera da un mondo che non considerava suo. Tutta questa sofferenza la si può leggere nei suoi tristi versi: “pur baciai le catene e in rigida prigion sfogai col canto qual dolente usignuol l’angosce e ‘l pianto”.

Chiesa di Santo Spirito dei Napoletani

Da Francesco Massimi ebbe 3 figli; Angelo, Emilio e Domenico e la considerazione dell’esser madre la convinse a lasciare quella casa. Cercò di prendere le vie legali rivolgendosi al tribunale per una separazione, ma gli venne negata. Ciò che non gli venne negata però furono i meriti di suoi lettori e di alcune accademie: divenne membro delle accademie romane di Arcadia e degli Infecondi e dell’accademia perugina degli insensati. Ma lo strappo con il marito gli costò il duro prezzo di non vedere i suoi figli e neanche di stare al capezzale del figlio Domenico che morì nel 1694. Morto il marito, la poetessa che ormai era diventata importante e conosciuta anche con il nome di Fidalma Partenide ritornò nel suo palazzo romano con i suoi due figli ma non dimenticava mai ne Tagliacozzo ne Magliano dè Marsi. Petronilla Paolini Massimi morirà il 4 marzo del 1726 nella città di Roma ed è sepolta nella chiesa di Sant’Egidio.

Ps: Lo so benissimo che nel nuovo numero di “Marsicana” dovevo parlare di Tagliacozzo (della sua arte e storia), perdonatemi; sarà per il prossimo articolo.

Storia di Santi, Rosalia, una rosa senza spine

Storia di Santi, Rosalia, una rosa senza spine

E’ considerata la santa protettrice della città di Palermo, da quando nel lontano 1625 la salvo da un’epidemia di peste..

La “ Storia di Santi “ che oggi vi proponiamo narra le vicende umane di una delle sante più amate e più venerate di Palermo: Santa Rosalia. Brevemente in questo articolo descriveremo la vita, gli esempi e la santità che hanno portato Rosalia ad essere una figura di santità molto venerata.

“Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà”. (Mt 16,24-25)

Dipinto di Anthony van Dyck rappresentate Santa Rosalia

Questa frase evangelica, tratta dal sedicesimo capitolo del vangelo di Matteo, descrive molto bene la vita di questa giovane santa siciliana. La storia di Rosalia inizia prima della sua nascita, quando al sovrano Ruggero II d’Altavilla ebbe una visione nella quale si annunciava la nascita, nella sua casata di una rosa senza spine. E quella Rosa fu proprio Rosalia. La santa nacque nel 1130 a Palermo da Sinibaldo De Sinibaldi discendente di Carlo Magno e dei Conti della Marsica (quindi anche di origine abruzzese) e da Maria Guiscardi d’origine normanna. La giovane per bellezza ed intelligenza divenne, nel 1149 damigella della regina Sibilla seconda moglie di re Ruggero II.

Un giorno successe un fatto che stava per stravolgere la vita della giovane Rosalia: in una battuta di caccia, il re venne aggredito da una belva feroce. Venne salvato da un tale di nome Baldovino; come si usava in quel tempo, il re ricompensò il suo salvatore dandogli in sposa proprio la giovane Rosalia. Sua nipote accettò con obbedienza le decisioni dello zio, ma dentro il suo cuore sentiva più forte la chiamata di un altro sposo, Cristo. Si narra che il giorno prima delle nozze, la ragazza si tagliò le sue belle trecce – aveva dei bellissimi capelli biondi- dandole allo zio e rifiutando il matrimonio.

All’età di 15 anni la giovane Rosalia entrò nel monastero del SS. Salvatore di Palermo; ma quella non fu proprio la vita che sognava. Come i padri del deserto prima di lei, scelse la via di servire Cristo nella solitudine; la sua scelta cadde su una grotta presso Santo Stefano Quisquina. Visse li per circa 12 anni ed abbiamo una sua presenza epigrafica dove possiamo leggere: “Io Rosalia di Sinibaldo, figlia del Signore della Quisquina e del Monte delle Rose, per amore del mio Signore Gesù Cristo, ho deciso di abitare in questa grotta”. Sotto pressione della regina Margherita di Navarra, la santa si trasferì a Palermo presso la grotta sul monte Pellegrino dove si spese il 4 settembre del 1170.

La Santuzza continua a vegliare la sua amata Palermo, proteggendola da ogni pericolo come fece quel 9 giugno del 1625 quando le sue reliquie salvarono la città dalla peste.

Le storie del lunedì: “Prendo il giornale e arrivo”

Le storie del lunedì: “Prendo il giornale e arrivo”

Sono considerati i nostri quotidiani informatori di notizie dall’Italia e dal Mondo: ma sappiamo realmente quando sono stati inventati i giornali?

Nelle “ Storie del Lunedì “ di oggi parleremo di qualcosa che è entrato di prepotenza all’interno della quotidianità dell’essere umano, specialmente la mattina quando ci sediamo in un bar nel prenderci un caffè: il giornale. Dobbiamo considerare che l’evoluzione dell’informazione sta facendo notevoli passi da gigante, portando la carta stampata in un ruolo di nicchia, sostituta dall’avanzata dei nuovi mezzi di comunicazione. Ma la carta stampata possiede sempre il suo fascino specialmente quando si gira pagina, abbiamo una sorta di possesso della notizia; ma bando alle ciance, ora vi racconteremo le origini del giornale e della loro diffusione.

E guardando i giornali con un minimo di ironia, li dovremmo sfogliare come romanzi di fantasia che poi il giorno dopo e anche il giorno stesso vanno molto bene per accendere il fuoco o per andare al cesso. (Giorgio Gaber)

Il primo giornale stampato opera di Johann Carolus nel 1609

L’ironia di Gaber in queste frasi tratte della sua canzone “C’era una volta” se pur ci fanno sorridere mostra qualche fondo di verità, specialmente nella seconda frase quando si accenna al romanzo di fantasia. Il perché di questo accenno è molto semplice, il primo quotidiano, stampato all’inizio del XVIII secolo ( ovvero nel 1600 ) a Strasburgo (Francia) venne creato dal tipografo Johann Carolus. Il giornale creato da Carolus, diverso dai suoi coevi perché usciva due volte a settimana, veniva pubblicato in una tipografia dove venivano stampati i libri dell’epoca. Dal titolo Resoconto di tutte le notizie importanti e memorabili narrava le vicende che gli accadevano intorno.

Gli antenati dell’odierno giornale cartaceo venivano stampati, come ricordavamo prima, nelle tipografie e avevano delle dimensioni di 15×23 centimetri. Le colonne che oggi caratterizzano un quotidiano erano assenti: l’antico giornalista scriveva in una intera pagina (come avviene oggi per i giornali online) oppure, se il tipografo era bravo, venivano create due colonne. Una cosa che oggi ci farebbe tanta difficoltà è quella relativa all’assenza del nome del giornale: nei primi prototipi non esisteva il nome posto in alto. Il giornale non era un prodotto aperto a tutti, visto che poteva costare qualche soldino; la lunghezza era di quattro pagine tutte stampate in un verso solo – l’opzione fronte/retro venne adottata negli ultimi anni dell’800-. Anche la qualità della carta era scadente: veniva utilizzata un materiale grossolano di colore grigio e spesso di pessima qualità.

Alle de Nieuwe Tijdinghen 1619

Cosa potevamo leggere all’interno dei quotidiani dell’epoca? Principalmente le notizie riportate ruotavano intorno alle faccende dei reali dell’epoca oppure le guerre come nel quotidiano olandese Alle de Nieuwe Tijdinghen (“ Tutte le notizie “) che riportava la situazione bellica dei governatori spagnoli per la conquista dei Paesi Bassi settentrionali. Raramente si leggevano situazioni che oggi definiremo normale cronaca.

Il primo giornale che venne stampato con impaginatura moderna fu il quotidiano inglese Oxford gazette del 1665, mentre il primo annuncio pubblicitario venne inserito dal quotidiano francese la Gazette negli anni ’30 del 1600. Per quanto riguarda l’Italia, il nostro primo giornale stampato fu il la Gazzetta di Mantova (tutt’ora esistente) fondata nel 1664.

Buona lettura ma sopratutto un buon lunedì mattina estivo a tutti voi.

Un tè con i greci: la Magna Grecia

Un tè con i greci: la Magna Grecia

Quando il sud Italia diventò il centro economico, politico e societario dell’intera penisola sotto l’influsso della Grecia.

In questo nuovo articolo di “Un tè con i greci “ parleremo della storia di una identità culturale, societaria e geografica che prende il nome di Magna Grecia. In modo sintetico andremo alle radici storiche che portarono alla creazione di salde colonie e di fiorenti città – che tutt’ora esistono- seguendo il consiglio che Ovidio nei Fasti “Ciò che chiamano Italia era Magna Grecia”.

Ecco l’antica Reggio, le cui origini si perdono nella notte dei tempi! Ecco la Reggio della Magna Grecia, di cui ancora conservate le vestigia monumentali ed i preziosi cimeli nel vostro importante Museo Nazionale, che ora accoglie anche i due grandi bronzi di Riace. La storia di Reggio corre lungo i filoni delle grandi civiltà classiche europee: la greca, la romana e la cristiana. (Giovanni Paolo II)

Mappa della Magna Grecia

Siamo tra l’VIII ed il VII secolo a. C. quando coloni provenienti dalla Grecia, dopo aver colonizzato parte delle isole del Mar Egeo verso la costa dell’Asia Minore, decisero di porre il loro sguardo ad occidente. Lo scopo di questa gente di viaggio la si può ricercare nell’ulteriore sviluppo del settore del commercio oppure ad intenso aumento demografico in madrepatria. Cosa succedeva quando un gruppo di cittadini decideva di emigrare? Innanzitutto si riunivano attorno ad un Ecesta ( una sorta di capo spedizione) che, dopo aver consultato l’oracolo di Apollo presso il santuario di Delfi, partivano alle volte delle nuove coste. Così i migranti toccarono le coste di Puglia, Calabria, Campania, Basilicata e Sicilia.

La prima colonia della Magna Grecia in territorio italiano fu Pithecussai , venne fondata nel 775 a.C da coloni greci originari di Eretria nella meravigliosa Isola di Ischia. Successivamente fiorirono numerose colonie, ne elenchiamo alcune così da dare una reale portata di questo evento.

  1. KYME: ovvero Cuma, nel territorio metropolitano di Napoli, tra Bacoli e Pozzuoli, fondata dagli Eubei della Calcide e guidati da Ippocle di Cuma e Megastene di Calcide;

  2. PARTHEOPE: l’odierna Napoli, fondata nel VII secolo a.C da coloni provenienti dalla vicina Kyme;

  3. METAPONTION: l’odierna Metaponto in provincia di Matera (Basilicata), colonia fondata dai greci provenienti dall’Acaia. Qui visse anche Pitagora che ne costruì una sua scuola;

  4. TARAS: l’odierna Taranto (Puglia) fondata dallo spartano Falcato nel 706 a.C;

  5. RHEGION: l’antenata di Reggio Calabria (Calabria) fondata dai greci della Calcide è il luogo di nascita di Pitagora;

  6. SYRAKOUSAI: l’odierna Siracusa (Sicilia) fondata dai coloni greci provenienti da Corinto tra il 734 ed il 733 a.C fu la città di nascita del genio di Archimede.

Resti del tempio di Hera Lacinia presso il complesso archeologico di Capo Colonna (Crotone)

Ogni singola colonia greca aveva una sua forma di governo diversa: ad esempio c’erano le aristocrazie oppure le tirannidi come nel caso di Siracusa. Nonostante la vasta diffusione delle colonie greche nel meridione d’Italia, era la Sicilia a farne da padrona: le sue città influenzarono molto anche la politica greca pensiamo alla seconda spedizione ateniese in Sicilia tra il 415 ed il 413 a.C. Questa ricchezza ed importanza era diffusa sopratutto grazie alla presenza di numerose etnie elleniche che si fusero (a volte) con l’elemento locale. Il risultato finale fu una grande affermazione sul campo dell’arte, della filosofia ed anche dello sport. Gli atleti italioti (ovvero i coloni che provenivano dalla penisola; Calabresi, Pugliesi, Lucani e Campani) e gli atleti sicilioti (ovvero i coloni provenienti dalla Sicilia) che partecipavano ai giochi olimpici erano, dopo gli atleti di Atene e Sparta, tra i più forti.

Nel prossimo numero di un “ tè con i greci “ ci accomoderemo in un teatro per osservare e descrire cos’era il teatro greco.

Le Storie del Lunedì: la schiuma da barba

Le Storie del Lunedì: la schiuma da barba

E’ considerata un valido strumento per la bellezza maschile, che porta l’uomo a non assomigliare ad un profeta..

Nell’odierno numero delle “ Storie del Lunedì “ racconteremo la storia della nascita di uno dei prodotti per la bellezza maschile per eccellenza: la schiuma da barba. In anticipo chiediamo scusa alle nostre lettrici se oggi dedicheremo un po’ di tempo alle vicende del rasoio e alla nascita del sapone da barba. Ragazzi, uomini e tutti voi, ma sappiamo quanto è nata la schiuma da barba?

“La Barba non fa il filosofo” (Plutarco)

Rasoio etrusco

Beh, le parole dello storico greco – se pur criticabili oppure condivise per chi come me porta la barba- ci illustrano qualcosa di interessante: ovvero che nell’epoca in cui viveva lo storico c’erano tanti che si facevano crescere la barba e che non avevano l’aspetto (interiore) di un filosofo. Ma c’erano altri uomini che si rasavano completamente il viso prendendo l’aspetto di una delle statue che si potevano osservare o nel foro oppure nell’agorà. Le prime attestazioni sull’antenato della schiuma da barba l’abbiamo nell’antico Egitto e qui la storia si fonde con la rasatura: abbiamo molte rappresentazioni iconografiche ( i graffiti per intenderci ) dove si osservano scene di rasatura molto ben dettagliati. Il sapone che veniva utilizzato per agevolare il passaggio dei rasoi in bronzo veniva estratto da grassi animali ed oli vegetali che permetteva un risultato molto efficiente.

Con il passare del tempo, come per tutte le creazioni dell’essere umano, anche la schiuma da barba subì una sostanziale evoluzione. Siamo nel XII secolo, quando dalla Terra Santa venne portato in Europa (in Francia, Spagna e Italia) il Sapone di Aleppo un sapone ricavato dagli oli di oliva e di alloro che sarà anche l’antenato del noto sapone di Marsiglia. Questo sapone venne utilizzato anche per la rasatura medievale, ma non era poi così facile da usare visto che non favoriva lo scorrere del rasoio. Il XVIII secolo rappresentò un vero e proprio salto di qualità per chi desiderava radersi il viso: visto che in Europa e non solo, emersero aziende (piccole oppure grandi) dedite alla creazione di sapone per barba.

Ma nell’Inghilterra Vittoriana si ebbe la classica svolta! Grazie all’ingresso nel mondo commerciale di uno dei primissimi saponi da barba in tavoletta. Ebbe subito un grande successo dovuto alla sua schiuma densa e compatta che favoriva lo scorrimento del rasoio ed una perfetta rasatura. Con l’ingresso nel mondo commerciale della schiuma da barba spray, subito dopo il secondo conflitto mondiale, portò questo prodotto ad esser più facilmente commerciabile e soprattutto portò ad una ancor più semplice rasatura visto la continua evoluzione del materiale.

Non so voi, ma io nel leggere queste storie sulla schiuma e sapone da barba mi sta venendo la voglia di far suonare il mio rasoio.. anzi no, aspettate.. sono solo gli effetti del lunedì mattina!

Buon Lunedì.

Storia di Santi: Filippo Neri, il giullare di Dio

Storia di Santi: Filippo Neri, il giullare di Dio

“ Scrupoli e malinconia, lontani da casa mia”, la figura di Filippo Neri è tutt’ora viva nel vasto panorama della santità italiana e non solo.

Nell’odierno articolo di “ Storia di Santi “ parleremo del santo della gioia e della felicità: San Filippo Neri. Tutti noi conosciamo questa splendida figura dall’opera dell’Oratorio da egli creata oppure dalla pellicole cinematografiche con Johnny Dorelli ( State Buoni… Se potete) o quella recente con Gigi Proietti (Preferisco il Paradio). Filippo Neri portava la gioia del Cristo in una Roma (e in un mondo) pieno di cambiamenti, affrontando i problemi con un sorriso: una lezione che oggi dovremo imparare bene.

“Figliuoli, state allegri, state allegri!! Voglio che non facciate peccati, ma che siete allegri.” (San Filippo Neri)

San Filippo Neri

Per quello che si pensa nella cultura popolare, Filippo Neri non è nato a Roma, ma era un fiorentino verace. Egli era nato in un quartiere popoloso della Firenze del ‘500 dal notaio Giovanni e da Lucrezia da Mosciano che morì quando Filippo era piccolo. Il giovane crebbe con il padre che gli insegno qualche nozione di scrittura e letteratura e con la matrigna che incredibilmente gli voleva un gran bene. Filippo aveva un carattere docile e sempre pronto alla burla e allo scherzo, tanto che gli appiopparono il soprannome “ Pippo Buono “ che si porterà per tutta la vita: ciò ce lo racconta la sorella Elisabetta. Inizialmente il giovane non ebbe ne desiderio di vocazione e ne una fede salda, fu Roma che gli entrò nell’anima e soprattutto i giovani più sfortunati.

Nel 1548 con padre Persiano Rosa collaborò alla fondazione della Confraternita della Trinità che si occupava del soccorso agli indigenti ed il ristoro per i pellegrini. Venne ordinato sacerdote nel 1553 e si dedicò subito all’aiuto dei giovani e dei diseredati ed organizzò il primo nucleo dell’Oratorio. La fama di Pippo Buono si espanse per tutta Roma, la sua carità e la sua gioia furono d’ispirazione per molti giovani che lo seguivano: pensiamo a Cesare Baronio, suo successore e futuro cardinale. Il suo vivere nella caotica Roma del ‘500 non gli faceva perdere il senso del vivere da eremita all’intero di una grande realtà.

Su Filippo conosciamo tanti aneddoti che ci possono far strappare un bel sorriso: ne elencheremo alcuni come quello della celebrazione della Santa Messa, quella del cappello cardinalizio e quella del suo fedele mistico. Filippo era solito celebre messa con i suoi ragazzi dell’oratorio e siccome si sentiva indegno nel celebrare il divino mistero dell’eucarestia era solito mettere una gabbia di uccellini nella sacrestia e quando alzava il corpo di Cristo i suoi uccellini cantavano facendolo distrarre.

Il cappello cardinalizio appartenuto al successore di Filippo, Cesare Baronio

La fama di Filippo era grande, oltre alla tanta invidia che suscitava negli ambianti alti della Roma dell’epoca, aveva tantissimi ammiratori: papi, cardinali, principi e gente comune. Fu proprio lui che convinse papa Clemente VIII nell’assolvere il re francese Enrico IV di Navarra. Proprio per questa grande collaborazione il papa decise di premiarlo, creandolo cardinale: quando il messo papale arrivò nella chiesa di San Girolamo (dove Filippo viveva) e gli portò il cappello cardinalizio, Filippo lo prese e lo buttò in aria dicendo: “ Preferisco il Paradiso “.

Il santo non esitava nel confessare tutto il giorno i fedeli, ed a quanti giungeva la riconciliazione dovuta al sacramento della confessione egli faceva porre la testa sul suo petto e tutti si calmavano. Una pace che veniva solo da Cristo. Tra i molti fedeli c’era sempre qualcuno che si credeva mistico, proprio come Filippo, ad uno di essi gli disse: “ Figliolo caro, per raggiunger le virtù più belle, e tu le sai fare le puzze con le ascelle?”.

Filippo morì il 26 maggio del 1593 assistito dal suo amico il cardinal Federigo Borromeo (di manzoniana memoria). Qualche anno dopo, alcuni medici fecero una ricognizione sul suo corpo notarono che la gabbia toracica era spaccata nel centro e c’era un grande cuore: difatti San Filippo Neri è il patrono per chi è affetto da problemi cardiaci ed è anche uno dei santi patroni della città di Roma (insieme agli apostoli Pietro e Paolo).

“ State boni – ed a bassa voce diceva ai suoi ragazzi – se potete”

History of Rock; una canzone può essere poesia?

History of Rock; una canzone può essere poesia?

Questo è uno dei dilemmi più grandi del panorama culturale mondiale; realmente una canzone può esser poesia?

In questo secondo articolo di “ History of Rock “ devieremo un po’ dall’aspetto per cui è nata questa categoria di articoli – ovvero quella di descrivere i protagonisti del rock- per dedicarci ad una delle parti fondamentali della musica, la canzone. Ma noi andremo oltre, proveremo a distinguere la canzone dalla poesia analizzando, brevemente, gli aspetti di tale differenza.

“Ancora mi chiedo se verremo messi nelle canzoni o nei racconti” (J. R. R. Tolkien)

La frase del padre del Signore Degli Anelli ci pone un punto su cui riflettere parlando sia della canzone e sia della poesia; è il contenuto. Nella modernità in cui noi siamo immersi fino al collo, ascoltiamo la musica da per tutto: in macchina, nei locali, nei luoghi di lavoro. Un po’ meno la poesia che releghiamo in tristi libri scolastici oppure nelle frasi da inserire nei post di svariati social network oppure per descrivere foto che spesso non hanno affinità con il testo poetico. La canzone alla pari della poesia fa parte del grande bagaglio culturale del genere umano; un bagaglio positivo che allietiamo con la musica.

Addentrandoci nella problematica canzone è poesia dobbiamo osservare che nei tempi attuali la canzone si è sostituita alla poesia e questa sostituzione la si può vedere anche nei testi. All’interno della canzone emerge l’aspetto moderno della poesia, dove si possono leggere svariate tematiche dall’amore, alla guerra sino ad altro, proprio come facevano le poesie nei tempi passati. Ma come possiamo rispondere alla domanda posta nel titolo? Diciamo che la nostra risposta è un NI – si lo so può sembrare banale come risposta – c’è sempre qualcosa che accomuna e che divide la canzone dalla poesia.

Tra le cose che accomuna canzone e poesia c’è l’intreccio tra le parole e la musica: proviamo ad andare indietro nel tempo, durante le recite poetiche nell’antica Grecia, il poeta declamava la poesia accompagnato dal suono della lira. Non c’è solo questo, pensiamo allo stile di scrittura delle due tecniche, ci possono essere rime oppure figure retoriche che le possono accomunare. Badate bene!! (e questo lo sottolineo) che per la poesia il testo è l’anima centrale mentre per la canzone è la musica la parte importante.

Per quanto riguarda le differenze, alcuni studiosi hanno sottolineato il fatto che nel testo sia della canzone e sia della poesia emergono sostanziali cambiamenti: nella musica c’è un messaggio che va diretto al cuore di colui che lo ascolta mentre per la poesia vige una sorta di ambiguità del testo, cioè ogni testo possiede un personale significato. Altra differenza che è emersa da alcuni studi è quella relativa a coloro che seguono queste due forme d’arte: in poche parole, coloro che ascoltano le canzoni sono di fascia giovane anche perché i testi sono più facilmente comprensibili mentre la poesia viene ascoltata da un pubblico adulto. (Personalmente non sono d’accordo con tale ipotesi). Sia la canzone e sia la poesia viaggiano in binari paralleli ma arrivano alla stessa stazione, ovvero quella della cultura umana.

Ama e ridi se amor risponde
piangi forte se non ti sente.
Dai diamanti non nasce niente,
dal letame nascono i fiori.
( Fabrizio De Andrè – Via del campo)

Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino. Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio. Il mio dura tuttora, né più mi occorrono le coincidenze, le prenotazioni, le trappole, gli scorni di chi crede che la realtà sia quella che si vede. Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio non già perché con quattr’occhi forse si vede di più. Con te le ho scese perché sapevo che di noi due le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate, erano le tue.

( Eugenio Montale )

Trovate qualche differenza? Nel prossimo numero di “ History of Rock “ parleremo del premio Nobel per la letteratura al cantautore Bob Dyan.