Category: Chiesa

“Per mille strade”. Il racconto del mio cammino verso il sinodo dei vescovi sui giovani

“Per mille strade”. Il racconto del mio cammino verso il sinodo dei vescovi sui giovani

Abbandona le grandi strade, prendi i sentieri. (Pitagora)

Era un giorno stranamente fresco ed uggioso per essere la metà inoltrata di Agosto e mi trovavo rannicchiato sul bus che da Trasacco (AQ)- luogo delle mie ferie di fine estate- mi portava ad Avezzano. Timidamente gettai uno sguardo su un gruppo di ragazze con i loro trolley dai colori più impensabili. Erano davvero felici perché stavano andando in vacanza chissà dove. Scrutando attentamente i loro bagagli una cosa mi colpì e mi fece riflettere moltissimo; era uno dei loro zaini poggiati alla buona su uno dei trolley. Subito un flashback si manifestò dinanzi ai miei occhi stanchi facendomi ritornare indietro di qualche giorno, quando anch’io avevo quella felicità di intraprendere un viaggio memorabile. Non so bene il perché, forse sarà stata la voce di Mannarino che proveniva dalle cuffie del mio lettore mp3, ma nel mio animo ribatteva in modo forte e conciso la poesia di Trilussa “La fede”.

“Se la strada nun la sai, te ciaccompagno io che la conosco. Se ciai la forza de venimme appressode tanto in tanto te darò ‘na voce, fino la in fonno, dove c’è un cipresso, fino la in cima dove c’è la croce..”- Io risposi: “Sarà… ma trovo strano che me possa guidà chi nun ce vede”. La cieca allo me pijò la mano e sospirò: “Cammina..”. Era la fede.

Tutto iniziò qualche mese fa, quando decisi di intraprendere una nuova avventura sacra. Dopo le GMG – Giornate Mondiali della Gioventù– di Colonia nel 2005, di Cracovia del 2016 e l’Agorà dei Giovani del 2007 avevo voglia di ipotecare nella mia bacheca dei viaggi anche un bel cammino. Senza remore mi iscrissi così da alimentare lo spirito del viaggio che si era assopito facendo spazio alla mia sedentarietà. La fede ed il camminare hanno alimentato la mia sete di avventura.

Il mio viaggio iniziò il 7 agosto, quando alle sei di mattina, con uno zaino più grande di me partì da Avezzano in direzione di L’Aquila. Dalla mia diocesi partimmo in 24, ognuno con il suo carico di domande da chiedere al Signore durante il cammino: c’era chi cercava una risposta alla propria esistenza, chi una glorificazione personale e chi, come me, cercava di risistemare un’amore che stava giungendo al capolinea. Ognuno di noi aveva speranza; una speranza che, come una pianta, cresce piano piano.

1° giorno: L’Aquila – Paganica:

Arrivati dinanzi alla maestosa basilica di Santa Maria di Collemaggio (L’Aquila) ognuno di noi, tra la folla, cercava un volto familiare, qualcuno con cui poter scambiare le prime parole e soprattutto per non sentirsi soli in mezzo a sconosciuti. Non entravo in quella basilica dal lontano 2007- prima del sisma del 6 aprile del 2009- e devo dire che ho provato delle sensazioni davvero positive. Una volta terminata la santa messa ci siamo messi in cammino in direzione di Paganica. La tappa ad Onna – il triste paese ridotto in macerie dal terremoto del 2009- fu per me un nuovo catapultarmi all’interno in parti della mia vita di cui avevo pensato di averle archiviate. La chiesa restaurata all’interno di una cornice di macerie mi ha fatto pensare che c’è sempre speranza per tutto e quella fu anche uno dei motivi per continuare con forza nel camminare. Dopo una sosta nel monastero delle clarisse di Paganica ci siamo diretti nel centro parrocchiale: una lauta cena e delle sincere chicchere sono state l’anticamera ad un sacrosanto riposo. Rannicchiato nel mio sacco a pelo maledivo (in modo ironico) il mio vicino per il suo russare intenso.

2° giorno: Paganica- Campo Imperatore (località Fontari);

La sveglia suonò incredibilmente presto quella mattina dell’8 agosto; presto anche per chi, come me, non ha un buon rapporto con il dormire. In silenzio abbiamo attraversato il cuore di Paganica avvolto ancora nel tepore del sonno per avviarci verso la funivia di Campo Imperatore. Nel bel mezzo del cammino ebbi una crisi nervosa, ero stanco e grondavo di sudore da per tutto e volevo già lasciare la mia squadra. Per fortuna che non lo feci, restò solo una nota di nervosismo che venne spazzata via dalla bellezza che ebbi la fortuna di vedere su a Campo Imperatore. Il nostro arrivo nel rifugio delle Fontari fu salutato da un gregge di pecore e di vacche, custodi di quella grande bellezza. Per un’amante delle comodità come me, farsi la doccia in costume al di fuori del rifugio, con una temperatura di 10 gradi e con un tubo per irrigare il prato con l’acqua calda era qualcosa di impensabile. In quel perfetto miscuglio di caldo e freddo ho potuto capire che alcune cose semplici posso arricchire parecchio. Altro momento di forte formazione personale fu la celebrazione della santa messa all’intero del bar della struttura che ci ospitava: e nella lavanda dei piedi, ho capito che servire è anche regnare. Il momento solenne lasciò spazio ad una cena cucinata alla maniera che solo gli Alpini sanno fare; dopo alcune chiacchiere con gli amici del cammino decisi di andarmene a mettere a letto. La stanchezza si faceva sentire. Speravo in un sonno tranquillo, nulla di più sbagliato! Un ragazzo che aveva il sacco a pelo vicino al mio decise di fare un concerto con il suo forte russare. Lo presi letteralmente a calci, ma più gli menavo e più russava; il riposo era rimandato a data da destinarsi.

3° giorno: Campo Imperatore- Cerchiara di Isola del Gran Sasso (TE)

Fu la tappa più complicata e magica dell’intero cammino: qui si creò qualcosa che era impensabile nel momento della partenza, ovvero la cooperazione. Le singole persone crearono un gruppo e questo non è da poco. Percorrendo meravigliosi sentieri siamo scesi da Campo Imperatore fino alla frazione di Cerchiara (Isola del Gran Sasso, prov. TE). Fu una discesa emozionante in cui si fusero stupore e paura: avevo il timore di volare giù lungo il precipizio. Mi aggrappai letteralmente alla mia vita sostenuto dai miei piedi che hanno attutito la fatica della discesa. Quando entrammo nel bosco ci sembrava di stare all’intero del “Signore degli Anelli” nonostante la fatica ci aveva messi quasi tutti KO. Fatica che personalmente si trasformò in problema fisico: una tremenda vescica mi si formò sotto il piede sinistro dandomi un fastidio tremendo. Arrivati nel centro di Cerchiara che ci ospitava, mi sembrava di aver attraversato il deserto a piedi.

4° giorno: Cerchiara – Santuario di San Gabriele (TE)

L’ultima missione che da Cerchiara ci portava al santuario di San Gabriele (Isola del Gran Sasso, provincia di Teramo) fu quella che definirei la più cristiana dell’intero cammino. Qui assaporammo davvero il grande mistero della Misericordia e vi spiego il perché. Mentre macinavamo gli ultimi tremendi chilometri verso il santuario, sotto un sole cocente ed un asfalto bollente, dall’alto di una casa una voce femminile ci chiese se avevamo voglia di riempire le nostre borracce. Subito me rivenne in mente il passo evangelico “Se qualcuno ha sete, venga a me e beva (Gv7,37)”. L’acqua che avevamo tanto sognato non ci lasciò così facilmente; una copiosa pioggia ricoprì il pomeriggio dedicato alla festa dei giovani abruzzesi. Ovviamente la tenda numero 4, quella che era destinata a me ed altri compagni di viaggio, era la più allagata. Abbiamo chiesto un miracolo al cielo, e siamo stati accontentati! La fresca sera di San Gabriele venne riscaldata dal calore dei giovani abruzzesi in festa.

5° giorno: San Gabriele- Roma, Circo Massimo;

Il ripartire è sempre qualcosa di malinconico! Ognuno di noi, dal cammino, ha preso molto e molto ha lasciato. Personalmente mi sono portato dietro quella sana voglia di procedere sereno verso il mio futuro: ed ho lasciato, custodito tra i monti d’Abruzzo, alcune paure che hanno condizionato la mia esistenza. Ora toccava calcare il sacro suolo di Roma con i miei passi stanchi e doloranti, sorretto da uno spirito tenace. Faceva davvero caldo quel 11 agosto al Circo Massimo ed entrare fu davvero un’impresa eroica: ho visto ragazzi e ragazze cadere sotto i colpi del caldo. Nonostante ciò, la festa è stata immensa e le parole di papa Francesco hanno rinfrescato il cuore dei giovani.

“I sogni sono importanti. Tengono il nostro sguardo largo, ci aiutano ad abbracciare l’orizzonte, a coltivare la speranza in ogni azione quotidiana. E i sogni dei giovani sono i più importanti di tutti. Un giovane che non sa sognare è un giovane anestetizzato; non potrà capire la vita, la forza della vita. I sogni ti svegliano, di portano in là, sono le stelle più luminose, quelle che indicano un cammino diverso per l’umanità. Ecco, voi avete nel cuore queste stelle brillanti che sono i vostri sogni: sono la vostra responsabilità e il vostro tesoro. Fate che siano anche il vostro futuro! (Papa Francesco)

Le parole del papa mi entrarono nel cuore e come un balsamo curavano le ferite che erano presenti. C’è chi dice che eravamo in 70.000 e chi diceva che eravamo in 100.000; i numeri non fanno la differenza, in quel antico luogo si stava davvero bene. Le parole del papa lasciarono spazio alla festa e Roma si vestì con uno dei suoi abiti serali davvero magnifici. Io mi unii ad un gruppo di Avezzano sotto la sapiente guida di Don Antonio Allegrtti responsabile della pastorale giovanile diocesana e mio amico di vecchia data, e camminammo per Roma: San Bartolomeo all’Isola Tiberina, il Ghetto, Campo dè Fiori e Sant’Andrea della Valle furono le nostre tappe. Il giro si concluse sul balcone della casa del fratello del don; penso di non aver mai dormito così bene in vita mia, in compagnia di amici e sotto il cielo di Roma.

6°: Roma – Avezzano:

Alle ore 4 del mattino già eravamo in via della Conciliazione pronti per entrare in piazza San Pietro. Puzzavamo come capre, eravamo stanchi ed io avevo sempre quel dolore provocato da quella maledetta vescica sotto il piede sinistro. L’attesa della santa messa fu una vera e propria prova di forza, c’è chi si è sentito male come il povero Martino compagno di viaggio: fortuna che c’erano i vigili del fuoco vaticani che ci hanno spruzzato acqua fresca così da rinfrescarci. Dopo la messa e l’angelus del papa eravamo pronti a ripartire. I saluti sono la parte peggiore del viaggio! C’è chi si saluta sapendo di rivedersi oppure chi si saluta per l’ultima volta: una cosa non potrò mai dimenticare, ed è il legame di amicizia e stima che si è creato tra i partecipati.

Il mio viaggio, nonostante l’arrivo, continua.

Storia di Santi, Rosalia, una rosa senza spine

Storia di Santi, Rosalia, una rosa senza spine

E’ considerata la santa protettrice della città di Palermo, da quando nel lontano 1625 la salvo da un’epidemia di peste..

La “ Storia di Santi “ che oggi vi proponiamo narra le vicende umane di una delle sante più amate e più venerate di Palermo: Santa Rosalia. Brevemente in questo articolo descriveremo la vita, gli esempi e la santità che hanno portato Rosalia ad essere una figura di santità molto venerata.

“Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà”. (Mt 16,24-25)

Dipinto di Anthony van Dyck rappresentate Santa Rosalia

Questa frase evangelica, tratta dal sedicesimo capitolo del vangelo di Matteo, descrive molto bene la vita di questa giovane santa siciliana. La storia di Rosalia inizia prima della sua nascita, quando al sovrano Ruggero II d’Altavilla ebbe una visione nella quale si annunciava la nascita, nella sua casata di una rosa senza spine. E quella Rosa fu proprio Rosalia. La santa nacque nel 1130 a Palermo da Sinibaldo De Sinibaldi discendente di Carlo Magno e dei Conti della Marsica (quindi anche di origine abruzzese) e da Maria Guiscardi d’origine normanna. La giovane per bellezza ed intelligenza divenne, nel 1149 damigella della regina Sibilla seconda moglie di re Ruggero II.

Un giorno successe un fatto che stava per stravolgere la vita della giovane Rosalia: in una battuta di caccia, il re venne aggredito da una belva feroce. Venne salvato da un tale di nome Baldovino; come si usava in quel tempo, il re ricompensò il suo salvatore dandogli in sposa proprio la giovane Rosalia. Sua nipote accettò con obbedienza le decisioni dello zio, ma dentro il suo cuore sentiva più forte la chiamata di un altro sposo, Cristo. Si narra che il giorno prima delle nozze, la ragazza si tagliò le sue belle trecce – aveva dei bellissimi capelli biondi- dandole allo zio e rifiutando il matrimonio.

All’età di 15 anni la giovane Rosalia entrò nel monastero del SS. Salvatore di Palermo; ma quella non fu proprio la vita che sognava. Come i padri del deserto prima di lei, scelse la via di servire Cristo nella solitudine; la sua scelta cadde su una grotta presso Santo Stefano Quisquina. Visse li per circa 12 anni ed abbiamo una sua presenza epigrafica dove possiamo leggere: “Io Rosalia di Sinibaldo, figlia del Signore della Quisquina e del Monte delle Rose, per amore del mio Signore Gesù Cristo, ho deciso di abitare in questa grotta”. Sotto pressione della regina Margherita di Navarra, la santa si trasferì a Palermo presso la grotta sul monte Pellegrino dove si spese il 4 settembre del 1170.

La Santuzza continua a vegliare la sua amata Palermo, proteggendola da ogni pericolo come fece quel 9 giugno del 1625 quando le sue reliquie salvarono la città dalla peste.

Storia di Santi: Filippo Neri, il giullare di Dio

Storia di Santi: Filippo Neri, il giullare di Dio

“ Scrupoli e malinconia, lontani da casa mia”, la figura di Filippo Neri è tutt’ora viva nel vasto panorama della santità italiana e non solo.

Nell’odierno articolo di “ Storia di Santi “ parleremo del santo della gioia e della felicità: San Filippo Neri. Tutti noi conosciamo questa splendida figura dall’opera dell’Oratorio da egli creata oppure dalla pellicole cinematografiche con Johnny Dorelli ( State Buoni… Se potete) o quella recente con Gigi Proietti (Preferisco il Paradio). Filippo Neri portava la gioia del Cristo in una Roma (e in un mondo) pieno di cambiamenti, affrontando i problemi con un sorriso: una lezione che oggi dovremo imparare bene.

“Figliuoli, state allegri, state allegri!! Voglio che non facciate peccati, ma che siete allegri.” (San Filippo Neri)

San Filippo Neri

Per quello che si pensa nella cultura popolare, Filippo Neri non è nato a Roma, ma era un fiorentino verace. Egli era nato in un quartiere popoloso della Firenze del ‘500 dal notaio Giovanni e da Lucrezia da Mosciano che morì quando Filippo era piccolo. Il giovane crebbe con il padre che gli insegno qualche nozione di scrittura e letteratura e con la matrigna che incredibilmente gli voleva un gran bene. Filippo aveva un carattere docile e sempre pronto alla burla e allo scherzo, tanto che gli appiopparono il soprannome “ Pippo Buono “ che si porterà per tutta la vita: ciò ce lo racconta la sorella Elisabetta. Inizialmente il giovane non ebbe ne desiderio di vocazione e ne una fede salda, fu Roma che gli entrò nell’anima e soprattutto i giovani più sfortunati.

Nel 1548 con padre Persiano Rosa collaborò alla fondazione della Confraternita della Trinità che si occupava del soccorso agli indigenti ed il ristoro per i pellegrini. Venne ordinato sacerdote nel 1553 e si dedicò subito all’aiuto dei giovani e dei diseredati ed organizzò il primo nucleo dell’Oratorio. La fama di Pippo Buono si espanse per tutta Roma, la sua carità e la sua gioia furono d’ispirazione per molti giovani che lo seguivano: pensiamo a Cesare Baronio, suo successore e futuro cardinale. Il suo vivere nella caotica Roma del ‘500 non gli faceva perdere il senso del vivere da eremita all’intero di una grande realtà.

Su Filippo conosciamo tanti aneddoti che ci possono far strappare un bel sorriso: ne elencheremo alcuni come quello della celebrazione della Santa Messa, quella del cappello cardinalizio e quella del suo fedele mistico. Filippo era solito celebre messa con i suoi ragazzi dell’oratorio e siccome si sentiva indegno nel celebrare il divino mistero dell’eucarestia era solito mettere una gabbia di uccellini nella sacrestia e quando alzava il corpo di Cristo i suoi uccellini cantavano facendolo distrarre.

Il cappello cardinalizio appartenuto al successore di Filippo, Cesare Baronio

La fama di Filippo era grande, oltre alla tanta invidia che suscitava negli ambianti alti della Roma dell’epoca, aveva tantissimi ammiratori: papi, cardinali, principi e gente comune. Fu proprio lui che convinse papa Clemente VIII nell’assolvere il re francese Enrico IV di Navarra. Proprio per questa grande collaborazione il papa decise di premiarlo, creandolo cardinale: quando il messo papale arrivò nella chiesa di San Girolamo (dove Filippo viveva) e gli portò il cappello cardinalizio, Filippo lo prese e lo buttò in aria dicendo: “ Preferisco il Paradiso “.

Il santo non esitava nel confessare tutto il giorno i fedeli, ed a quanti giungeva la riconciliazione dovuta al sacramento della confessione egli faceva porre la testa sul suo petto e tutti si calmavano. Una pace che veniva solo da Cristo. Tra i molti fedeli c’era sempre qualcuno che si credeva mistico, proprio come Filippo, ad uno di essi gli disse: “ Figliolo caro, per raggiunger le virtù più belle, e tu le sai fare le puzze con le ascelle?”.

Filippo morì il 26 maggio del 1593 assistito dal suo amico il cardinal Federigo Borromeo (di manzoniana memoria). Qualche anno dopo, alcuni medici fecero una ricognizione sul suo corpo notarono che la gabbia toracica era spaccata nel centro e c’era un grande cuore: difatti San Filippo Neri è il patrono per chi è affetto da problemi cardiaci ed è anche uno dei santi patroni della città di Roma (insieme agli apostoli Pietro e Paolo).

“ State boni – ed a bassa voce diceva ai suoi ragazzi – se potete”

“ Marsicana”: il Cristianesimo nella Marsica

“ Marsicana”: il Cristianesimo nella Marsica

La storia della conversione del fiero popolo Marsicano al dolce messaggio di Cristo. I suoi Santi e le loro vicende umane.

Oggi nel nuovo articolo di “ Marsicana “ parleremo della diffusione del cristianesimo nella Marsica una terra misteriosa posta nel cuore della provincia dell’Aquila in Abruzzo. E lo faremo descrivendone alcuni dei suoi santi principali: San Marco Galileo, san Cesidio e Rufino ed il primo papa figlio della Marsica, Bonifacio IV.

«Dove c’è Pietro, lì c’è la Chiesa; dove c’è la Chiesa, lì non c’è affatto morte ma vita eterna» (S. Ambrogio, Enarrationes in Psalmos).

San Marco Galileo

Le parole del vescovo Ambrogio di Milano ci aprono la strada nel comprendere al meglio le vicende che legano il messaggio cristiano nelle prime comunità della provincia Valeria. Dobbiamo affermare che la diffusione della nuova religione, rispetto a Roma oppure ad altre province dell’impero, fu molto lenta nella Marsica: un rallentamento causato dalla frammentazione dei centri urbani. Nella Marsica abbiamo due grandi città Alba Fucens e Marruvium (l’odierna San Benedetto dei Marsi) dove si svilupparono, in modo molto tardo, solide comunità cristiane. Abbiamo menzione che durante le guerre greco-gotiche ed il successivo periodo longobardo del ducato di Spoleto, nella Marsica, erano ancora presenti molti pagani. Fu grazie al sacrificio non solo materiale ma anche di sangue dei monaci benedettini nel riportare i fedeli della terra marsicana sul sentiero di Cristo. Secondo alcuni studiosi, il vescovo Giovanni dei Marsi partecipò al secondo concilio di Costantinopoli (533 d.C), convocato dall’imperatore Giustiniano per contrastare l’eresia del Monofisita.

Ma chi portò il cristianesimo nella Marsica? Fu un romano, di nome Marco Galileo (o di Atina), seguace del principe degli apostoli Pietro che lo ordinò vescovo; egli tramite la Tiburtina Valeria (nota strada) portò il dolce messaggio di Cristo nella terra dei Marsi. Marco fu il primo vescovo dei Marsi, evangelizzò la Marsica, il basso Lazio e parte della Campania prima di esser martirizzato dal tremendo imperatore Domiziano. (la sua memoria è celebrata il 28 aprile)

San Rufino e Cesidio, affresco conservato nella cripta della Basilica di San Cesidio in Trasacco (AQ)

Il secondo vescovo dei Marsi fu San Rufino (che fu anche il primo vescovo della città di Assisi): perché abbiamo citato il vescovo Rufino? Perché fu il padre di uno dei santi principali della cristianità marsicana: San Cesidio da Trasacco. Originari di Amasya (nell’attuale Turchia) furono incarcerati per la loro fede in Cristo, dopo aver convertito il proconsole di quella zona scapparono in Italia e si rifugiarono nella Marsica. Qui fondarono, nella città di Transaquas (l’odierna Trasacco in provincia dell’Aquila), presso un’antica struttura imperiale in disuso, una prima chiesa. Quando Rufino venne martirizzato vicino Bastia Umbra (in provincia di Perugia nel borgo di Costano), suo figlio Cesidio ne traslò il corpo portandolo a Trasacco. Cesidio venne ucciso mentre celebrava messa insieme a Placido suo compagno del martirio; i loro corpi vengono conservati a Trasacco. Sulla figura di Cesidio si è parlato molto, anche a livello locale soprattutto prendendo in considerazione un tratto dei dialoghi di San Gregorio Magno nella quale parla del martirio di due monaci benedettini e la decapitazione di un venerabile diacono ad opera dei Goti. (la sua memoria è celebrata il 31 agosto).

Papa San Bonifacio IV

In ultimo, e non perché è il meno importante, parleremo della figura di Bonifacio IV primo papa originario della terra dei Marsi. Bonifacio, figlio di un medico di nome Giovanni era originario di Marruvium (secondo alcune fonti storiche) ascese al soglio di Pietro da monaco. Nei Liber Pontificalis (un’importante documento nella quale, oltre alla vita dei pontefici, si narrano le vicende storiche) si legge che il ministero di papa Bonifacio IV venne sconvolto da carestie, epidemie e inondazioni del Tevere. Ma sappiamo anche la data dell’elezione, il 25 agosto del 608. Egli fu il papa che trasformò in chiesa il Pantheon dedicandolo al culto di Santa Maria Regina dei Martiri (il 13 maggio del 603 d.C sempre secondo i Liber Pontificalis) ed istituti la Festa di tutti i Santi, che inizialmente era il 13 maggio ma poi, con papa Gregorio III venne spostata il 1° novembre. (la sua memoria si celebra l’8 maggio).

Nel prossimo numero di “ Marsicana “ ci addentreremo nelle bellezze della Marsica, parlando di Tagliacozzo.

Storia del Cristianesimo: Quando l’immagine diventa una preghiera, la storia delle icone

Storia del Cristianesimo: Quando l’immagine diventa una preghiera, la storia delle icone

Sono le immagini religiose per eccellenza molto venerate nell’oriente cristiano e da qualche tempo strumento di preghiera anche nell’occidente cristiano. Nel primo articolo di “Storia del Cristianesimo” affronteremo l’origine storia e leggendaria delle Icone.

Icona del Cristo Pantocratore conservata nel Monastero Del Sinai (Egitto)

Nella nostra modernità di osservare l’arte guardiamo le icone della cristianità d’oriente solo ed esclusivamente come delle interessanti opere d’arte. Purtroppo il nostro occhio non riesce più a percepire il giusto valore che l’icona possiede, ovvero quello di portarci all’interno della bellezza di Dio. Questo percorso di riconoscimento del sacro ci può permettere anche di scoprire la profondità del nostro essere e perché no anche quella della nostra fede. Ma cosa sappiamo dell’origine delle icone? In questo articolo spiegheremo l’origine storica e leggendaria di queste immagini sacre. La storia inizia ad Edessa (nell’attuale Urfa in Turchia) capitale del regno di Orsoene qualche giorno dopo la morte di Gesù. Il re Abgar V detto il Nero era molto malato (soffriva di gotta e lebra) da suoi consiglieri aveva sentito dei miracoli che un certo Cristo compiva a Gerusalemme. Allora decise di mandare un suo messaggero, Anania, con il duplice compito di inviagli una lettera e di ritrarre il più reale possibile il volto di Cristo. Il servo andò, trovò il Cristo e gli consegnò la lettera ma non riuscì a ritrarlo: il Cristo, vedendo la fede del servo decise di bagnarsi il suo volto in un panno di lino nella quale rimase impresso il suo volto. Il servo ritornò ad Edessa con l’immagine del Cristo che guarì il sovrano mentre nella lettera si leggeva che Gesù avrebbe mandato un suo apostolo per evangelizzare quella terra, si trattava di Taddeo.

Altra storia dell’origine dell’icona e quella relativa all’immagine della Madonna di San Luca Evangelista. Luca, autore del terzo vangelo e degli Atti degli Apostoli, non era ebreo come Matteo e Giovanni e secondo alcune fonti era di origine siriana. Discepolo di Paolo l’apostolo delle Genti, lo ritroviamo la sua presenza in alcune delle sue lettere: in Filemone 24 viene definito “Compagno di lavoro”, in 2Timoteo 4,14 si legge “solo Luca è con me”. In Colossesi 4,14 San Paolo cita la professione medica di Luca. Ma Luca è conosciuto anche come colui che ritrasse il volto di Maria, su questo abbiamo una descrizione del monaco Gregorio del monastero di Kykkos che racconta l’episodio.

San Luca per prima cosa cercò la tavola su cui dipingere e ricevette la più adatta da un giovinetto dalla carnagione chiarissima sulla piazza del mercato di Gerusalemme senza doverla pagare ma semplicemente chiarendo lo scopo a cui era destinata. Dopo aver a lungo digiunato e pregato Luca dipinse la Vergine Hayosoritissa o Advocata (ovvero la Madonna, sola, che intercede presso Dio per la salvezza dell’umanità). Maria risultò dispiaciuta poiché nell’immagine le veniva negata la gioia di avere con sé il Figlio. Luca allora tornò al mercato per trovare un’altra tavola per un altro ritratto. Di nuovo incontrò il giovanetto dalla pelle candida che gliene offrì due e gli rivelò di essere l’arcangelo Gabriele inviato da Dio a portare quelle tavole non tagliate da mano d’uomo. San Luca a questo punto realizzò due ritratti di Maria: l’Odighitria (ovvero la Vergine che tiene sul braccio sinistro il bambino e con la mano destra lo indica come via di salvezza per l’umanità) e l’Eleusa (ovvero Madonna della tenerezza perché Maria in un gesto affettuosamente materno accosta la sua guancia a quella del Bambino, sorretto con la mano destra). Maria accolse le immagini con piena soddisfazione. Poco dopo avvenne la sua Dormizione e il Transito.

E’ un racconto scritto nel 1422 però ci permette di percepire la devozione dell’oriente cristiano alla venerazione delle Icone. Nel prossimo articolo parleremo del culto e della venerazione delle sacre reliquie viste nell’ottica della devozione popolare.

Storia di santi: Genoveffa da Parigi, la santa dalle guance bianche

Storia di santi: Genoveffa da Parigi, la santa dalle guance bianche

E’ considerata la santa patrona della meravigliosa città di Parigi fin dal 1120 quando miracolosamente intervenne nel far cessare un’epidemia di peste.

In questo secondo articolo di “ Storie di Santi ” parleremo della vita di una santa che in pochi realmente conoscono: Genoveffa da Parigi. Leggendo questo nome, la nostra memoria quasi fiabesca, ci porta a considerare coloro che portano questo nome fossero di brutto aspetto; Genoveffa da Parigi era l’opposto, era bellissima ed era una donna che non si è fatta mai mettere i piedi in testa.

“A Parigi, in Francia, deposizione di santa Genoveffa, vergine di Nanterre, che a quindici anni, su invito di san Germano vescovo di Auxerre, prese il velo delle vergini, confortò gli abitanti della città atterriti dalle incursioni degli Unni e soccorse i suoi concittadini in tempo di carestia”.

Santa Genoveffa da Parigi

Il breve testo riportato qui sopra è estratto dalle pagine del Martirologio romano nel giorno dedicato alla sua memoria, il 3 gennaio. Genoveffa, che dalla lingua celtica si traduce “dalle bianche guancia” visse tra il 422 ed il 502 d.C in una Gallia in profonda trasformazione sia politica e sia societaria. Figlia del magistrato romano Severius e di Gerondia donna franca visse in un villaggio nei pressi di Lutetia (città che i Franchi trasformeranno in Parigi) entrò subito in contatto con l’ambiente cristiano. Nella Vita Genovefae – uno scritto che narra le vicende biografiche della santa scritto vent’anni dopo la morte- si legge che la piccola incontro lungo la sua strada il vescovo San Germano di Auxerre e San Lupo di Troyes che si dirigevano in Bretannia per convertire i pagani. Il vescovo Germano, ponendo le sue mani nel capo di Genoveffa per benedirla le rivelò la sua futura santità. All’età di 16 anni, quando tutte le sue coetanee si sposavano, la ragazza decise di consacrare la sua vita a Cristo; questa sua scelta venne accompagnata dal suo forte carattere e dalla sua grande intelligenza. La sua forza d’animo incoraggiava i suoi concittadini nei momenti di maggior pericolo, come avvenne nel 451 d.C quando Parigi venne assediata dagli Unni del tremendo Attila. «Che gli uomini fuggano, se vogliono e se non sono più capaci di battersi. Noi donne pregheremo Iddio così tanto che ascolterà le nostre suppliche» questa frase attribuita a Genoveffa, fa capire il coraggio di questa grande donna. Molto diverso fu l’atteggiamento durante l’assedio, cinque anni dopo, dei Franchi. Genoveffa vedeva in loro qualcosa di diverso, nonostante ciò durante l’assedio del re Childerico I, la santa non esitò nel navigare il fiume Senna per cercare i viveri per la sua amata Parigi: e nel tragitto compiva prodigiosi miracoli. Tanto che la sua fama di santità giunse anche nell’oriente, grazie a commercianti parigini: San Simone Stilita ebbe una visione su di lei e chiese che la donna pregasse per lui.

Con la conversione del re dei Franchi Clodoevo, fondatore della dinastia dei Merovingi, Genoveffa vide una benedizione per la sua terra e questo miracolo lo si vide nella battaglia di Zùlpich dove si affrontarono Franchi contro Alemanni con la vittoria di Re Clodoevo. Tutta la vita di Genoveffa fu una continua dedicazione all’ascesi, alla preghiera e alle visioni che costantemente si avveravano e che spesse volte la mettevano contro i propri concittadini. Genoveffa morì all’età di 90 anni nella suo eremo il 3 gennaio del 502 d.C.

Storie di Santi: Pietro, principe degli Apostoli e Paolo, l’apostolo delle genti

Storie di Santi: Pietro, principe degli Apostoli e Paolo, l’apostolo delle genti

Sono le due colonne che sorreggono il cristianesimo, caratterialmente agli apposti ma uniti tra loro nell’amore in Cristo.

Nel primo articolo delle “Storie di Santi” parleremo di due colonne che sostengono il cristianesimo da 2.000 anni, di due uomini divisi dal loro carattere ma uniti in Cristo: stiamo parlando di Pietro e Paolo. Nella giornata di ieri venerdì 29 giugno abbiamo festeggiato la loro nascita in cielo e proprio in ricordo del loro martirio, in questo articolo parleremo sia del periodo in cui si trovavano nella città di Roma e sia del loro martirio.

“Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del Mondo” (Matteo 28,20)

L’apostolo Pietro rappresenta in pieno l’umanità di colui che crede: dall’iniziale paura fino alla “scossa” e dal coraggio che da il messaggio di Cristo. Ma cosa sappiamo della presenza di Pietro a Roma? Secondo la testimonianza del vescovo Papia di Garapoli (nell’odierna Turchia), riportato dallo storico cristiano Eusebio da Cesarea, parla della presenza a Roma di Pietro durante gli ultimi anni di regno dell’imperatore Claudio. Di questa permanenza ne parlano altri storici e scrittori cristiani, ne parla sia Clemente Alessandrino e sia Ireneo di Lione. Nonostante ciò, le fonti ufficiali – e per fonti ufficiali parliamo delle scritture del Nuovo Testamento- come gli Atti degli Apostoli non tratta la presenza di Pietro a Roma e Lattanzio (altro scrittore e storico cristiano) parla della presenza del principe degli apostoli a Roma nei primi anni del regno dell’imperatore Nerone. Nel capitolo V degli “Atti di Pietro” (un testo cristiano del II secolo d.C probabilmente redatto da Lucio Carinio discepolo dell’apostolo Giovanni) si legge: “anche Teone seguì Pietro a Roma, condotto da Ariston nella casa del presbitero Narcisso”. Qui abbiamo una sorta di autenticità della presenza pietrina nella Roma della dinastia giulio-claudia. Pietro venne incarcerato per ben due volte a causa della sua predicazione, la prima volta riuscì a fuggire, mentre la seconda volta non fu fortunato. Lungo la via Appia, mentre fuggiva dopo esser scappato la prima volta dal carcere, si trovò dinanzi al mistero di Cristo. “ Domine, quo vadis?” domanda l’apostolo ed il Signore rispose: “Eo Romam iterun crucifigi”- Pietro: Signore, dove vai? E Gesù: Vado a Roma per essere crocifisso nuovamente- quella risposta fece ricordare a Pietro ciò che Cristo gli disse sul lago di Tiberiade: “Quando eri giovane ti cingevi le vesti e andavi dove volevi, quando sarai vecchio tenderai le mani e un altro ti porterà dove tu non vorrai (Giovanni, 21,18). Pietro venne martirizzato tra il 64 e il 67 d. C e gli “Atti di Pietro” ci descrivono la sua morte che è avvenuto tram

Petrus Eni (Pietro è Qui) incisione che reca il nome di San Pietro (Vaticano)

ite crocifissione a testa in giù. “ Io ve lo chiedo, o esecutori! Crocifiggetemi così: con la testa in basso e non diversamente! Il motivo lo dirò a quelli che mi ascoltano. “Uomini che avete il compito di ascoltare, udite ciò ch’io vi annunzio, soprattutto in questo momento in cui sono crocifisso! Comprendete il mistero di tutta la natura e quale è stato il principio di ogni cosa! Dunque, il primo uomo, della cui stirpe io, precipitato con la testa in basso, porto l’immagine, manifestò una natura diversa da quella che aveva una volta: non avendo movimento, è morta. Egli aveva gettato a terra il suo stato primitivo e, così rovesciato, organizzò tutto l’ordine di questo mondo: sospeso secondo l’immagine della sua vocazione, fece vedere destra la sinistra e la sinistra destra; cambiò tutti i segni della sua natura tanto da considerare bello ciò che non lo è, e buono ciò che è cattivo” (Atti di Pietro 38-39). La tomba di Pietro divenne meta di pellegrinaggi e da li sorgeranno sia la basilica costantiniana e sia l’attuale basilica di San Pietro.

Ricostruzione del volto di San Paolo Apostolo

Paolo di Tarso, l’apostolo delle genti dimostra che il bene vince sempre sul male: da grande persecutore del cristianesimo nascente si tramutò nel grande annunciatore del messaggio di Cristo. E questo mutamento si percepì sia nel modo di vivere dell’apostolo e sia nel suo nome (da Saulo a Paolo) “Sono stato crocifisso con Cristo: non sono più io che vivo, ma Cristo vive in Me (Galati 2;20). Turco d’origine ma romano di cittadinanza divenne il più grande ambasciatore del messaggio evangelico: l’appellativo apostolo delle genti non è stato coniato a caso. Conosciamo San Paolo per le sue stupende lettere e per il suo continuo viaggiare ma in pochi conoscono gli ultimi istanti della sua vita. Secondo una tradizione cristiana, Paolo morì decapitato – diciamo che era un premio riservato a coloro che erano in possesso della cittadinanza romana- lo stesso anno e lo stesso giorno dell’apostolo Pietro presso Aquae Salviae. Negli “Atti di Pietro” leggiamo che successivamente alla decapitazione dell’apostolo i tre soldati autori dell’omicidio, Perpetua donna romana guarita dal mantello di Paolo si convertirono e morirono poco dopo.

“ Il cammino dei santi apostoli e martiri di Cristo Pietro e Paolo ebbe fine il 29 giugno, quello dei tre soldati il 2 luglio, e quello di Perpetua e Potenziana il giorno 8 dello stesso mese di luglio. Per la grazia e l’amore verso gli uomini del Signore nostro Gesù Cristo al quale con il Padre e lo Spirito santo, sia gloria, potenza e onore adesso e in eterno, nei secoli dei secoli. Amen. “

Kahoolawe, l’isola fantastica inaccessibile. Noi ti sveliamo il segreto per entrarci

Kahoolawe, l’isola fantastica inaccessibile. Noi ti sveliamo il segreto per entrarci

Non è facile visitare una delle isole meno visitabili delle Hawaii, l’isola di  Kahoolawe. Un modo però c’è qualora qualcuno voglia avventurarsi in questa misteriosa realtà. Sì, puoi visitare Kahoolawe. Ma non è facile. E’ la più piccola delle otto principali isole hawaiane. Kahoolawe e le sue acque circostanti sono per legge vietate al pubblico.

Il tuo unico modo di sbarcare è attraverso opportunità di lavoro volontario offerte durante tutto l’anno. Considerato inabitabile a causa delle sue dimensioni ridotte – solo 44,6 miglia quadrate – e la mancanza di acqua dolce, Kahoolawe divenne un campo di addestramento e di bombardamento per l’esercito americano dopo la seconda guerra mondiale. Nel 1990, dopo decenni di proteste, questi esercizi di fuoco finirono. I militari hanno trasferito formalmente il controllo di Kahoolawe allo Stato delle Hawaii nel 1994.

La Legislazione statale delle Hawaii stabilì la Kahoolawe Island Reserve Commission (Kirc), assicurando che l’isola e le sue acque circostanti sarebbero state preservate per le generazioni future. Il Kirc fa molto affidamento sugli sforzi dei volontari per aiutare il restauro dell’isola. Il gruppo offre viaggi di lavoro settimanali a Kahoolawe. I volontari si incontrano a Maui il lunedì mattina, prima di essere trasferiti a Kahoolawe dove lavorano dal lunedì al giovedì. C’è una tassa di 100 dollari  che copre i costi di trasporto da Maui a Kahoolawe, cibo e imbarco.

Cosa puoi aspettarti di fare sull’isola con il Kirc? Lavori di restauro su larga scala. Le mansioni variano, ma in questo periodo gli operai si impegnano a piantare la flora nativa o a rimuovere le erbacce invasive, fondamentali per ristabilire l’ecosistema un tempo devastato dell’isola. Non è tutto lavoro. I volontari imparano la storia di Kahoolawe, sia antica che contemporanea, e praticano i canti hawaiani e altre tradizioni culturali.

La base operativa  è situata all’estremità meridionale di Kahoolawe e comprende edifici con zona notte, cucina e sala da pranzo. I servizi moderni includono servizi igienici ed elettricità. C’è una lista d’attesa per i viaggi di lavoro volontari, poiché Kirc porta ogni settimana da 20 a 25 volontari sull’isola. Quando vengono assegnati a un viaggio di lavoro, i volontari sono tenuti a completare un orientamento. La sessione informa i volontari di consigli di sicurezza, rischi ambientali e fornisce un background culturale dell’area.

Clicca qui per iscriverti al lavoro di volontariato. O per richieste specifiche, chiama il numero (808) 243-5020 o l’amministratore di posta elettronica @ kirc.hawaii.gov. Puoi leggere tutto sulla storia del restauro di Kirc cliccando qui . L’Organizzazione non profit Protect Kahoolawe Ohana offre anche un simile viaggio di lavoro attraverso un accordo di gestione con KIRC. I viaggi avvengono mensilmente e si basano sull’estremità nord dell’isola. Fino a 60 volontari possono essere ospitati in un solo viaggio. Se sei interessato a fare volontariato con il Pko clicca qui . Per ulteriori informazioni sui lavori di restauro del Pko sull’isola, clicca qui . Basta ricordare che un soggiorno su Kahoolawe non è un viaggio informale.  “È un lavoro duro”, dice Nahoopii del Kirc, “non è l’Hilton Hawaiian Village”.

Il bunker di nostra Signora di Sion, dove si nasconde l’Arca perduta

Il bunker di nostra Signora di Sion, dove si nasconde l’Arca perduta

Secondo il libro dell’Esodo, le Tavole della Legge contengono i dieci comandamenti che Dio ha dato a Mosè sul Monte Sinai. Alcuni fanno risalire l’evento al 1440 a.C.. Uno dei viaggi più affascinanti al mondo è quello alla ricerca dell’arca perduta. Ma non è quella del film. L’Arca dell’Alleanza è un gioiello, una reliquia dell’Antico Testamento, presente in Etiopia fin dal tempo di Menelik I, sovrano figlio di Salomone e della Regina di Saba, portata in Etiopia da un gruppo di nobili ebrei come dono per il sovrano di Axum. La città santa degli etiopi conserva ancora oggi questo santo sigillo dell’Alleanza fra gli antichi ebrei e il Signore, e viene ogni anno portata in processione nel giorno della Teofania per essere venerata dai fedeli che accorrono in massa. Per tutto il resto dell’anno, solamente ai Guardiani dell’Arca – pochi monaci scelti fra i più casti e puri del monastero – è permesso vederla e prendersene cura. Nemmeno il Patriarca etiope può visitare il santuario.

Al contrario di alcune leggende metropolitane, l’Arca non è stata mai trafugata. Come ha riportato Tigrai Online, un giornale etiope, l’Arca dell’Alleanza è al suo posto, al sicuro, e nessuno l’ha rubata. La riprova che questa è una notizia falsa si ha dalla quantità di link e siti con date discordanti su quando sia avvenuta, ci sono post del 2016, del 2014 e del 2011 che parlano del trafugamento dell’Arca, ogni volta con gli stessi particolari. Chissà per quale motivo si cerca di scandalizzare il mondo con questa notizia… ma l’importante è sapere che l’Arca è al sicuro.

Le leggende apocrife, parte del patrimonio e della tradizione comune in Nordafrica e in alcune regioni del Medio Oriente, attribuiscono poteri soprannaturali alle Tavole. Intorno a queste leggende se ne sono intrecciate delle altre, inclusa la presunta ossessione nazista per l’occultismo e le reliquie che avrebbe dato a Indiana Jones una delle sue missioni più famose.

La verità, però, è che dopo la distruzione del Tempio di Salomone a Gerusalemme nessuno sa con certezza dove sia finita l’Arca dell’Alleanza. Dopo essere scomparsa senza lasciare traccia – e senza alcuna registrazione conosciuta relativa alla sua ubicazione (assumendo che sia sopravvissuta alla distruzione del Tempio) –, è ancora uno dei più grandi misteri dell’archeologia.

Quasi 45 milioni di cristiani ortodossi etiopi sono tuttavia sicuri che l’Arca dell’Alleanza sia stata portata quasi 3.000 anni fa ad Aksum, nel nord dell’Etiopia, e che da allora sia stata custodita dai monaci nell’umile chiesa di Santa Maria di Sion.

Chi può entrare nella chiesa?  Nessuno al di là dei monaci guardiani ha il permesso di entrare nella chiesa. Uno dei pochi a cui sia mai stato permesso di parlare ai monaci è lo storico Ephrem Brhane, che si è dedicato a guidare pellegrini, fedeli e turisti di tutto il mondo ad Aksum e riferisce che “Abba Gebre Meskel è convinto al 100% che si tratti dell’Arca autentica. Non solo ha la forma esatta descritta nella Bibbia, ma brilla anche di una luce straordinaria”.

Si può vedere l’Arca? Per sette giorni al mese, prima del sorgere del sole, i monaci di Santa Maria di Sion portano una copia dell’Arca in processione. Ogni chiesa ortodossa in Etiopia ha una copia dell’Arca. In genere, ogni mese assiste alla processione quasi un migliaio di fedeli. La vecchia cappella di Nostra Signora di Sion sembra aver compiuto il suo dovere: varie crepe nel tetto hanno costretto i monaci ad avviare la costruzione di un nuovo tempio accanto a quello attuale, nel quali i monaci porteranno l’Arca nel massimo segreto. Nessuno saprà che l’Arca è stata spostata un’altra volta, nel nuovo tempio, fino al giorno dopo l’accaduto.

Holy Trinity greek orthodox monastery in Detroit

Holy Trinity greek orthodox monastery in Detroit

Reportage tra i ghiacci del Canada di Pietro Guida (26)

L’esperienza più coinvolgente e intensa che ho vissuto durante il mio viaggio nel nord America è stata sicuramente il soggiorno nel monastero greco ortodosso di Holy Trinity, nel Michigan. Alcuni anni fa mio cugino Sam, cristiano cattolico, ingegnere di 27 anni di successo in Canada e poi negli States, fu invitato da una sua cara amica a trascorrere un periodo di riposto dal lavoro nel monastero vicino Detroit. Qualcosa scattò dentro di lui tanto che si convertì alla religione cristiana ortodossa donando da allora la sua vita a Cristo e ritirandosi nella clausura di Holy Trinity. Si ratta di una grande tenuta precedentemente proprietà di un ricco uomo d’affari.

Reportage tra i ghiacci del Canada di Pietro Guida (25)

Reportage tra i ghiacci del Canada di Pietro Guida (30)

Reportage tra i ghiacci del Canada di Pietro Guida (31)

Reportage tra i ghiacci del Canada di Pietro Guida (32)

Reportage tra i ghiacci del Canada di Pietro Guida (33)

Io,insieme ad altri cinque ospiti, siamo stati accolti e assistiti premurosamente per tre giorni. Ci hanno accolto come fossimo compagni di sempre. Le loro preghiere nel cuore della notte all’interno della mistica cappella del monastero traboccante di icone, i rintocchi della tavola del Vecchio testamento che invitano alla preghiera alle 4 del mattino, la funzione religiosa nel giorno di festa che comprende anche il pranzo semplice, dignitoso e rigorosamente vegetariano per tutti i fedeli (sic), e la frutta fresca insieme ai biscotti bagnati e insaporiti dal loro sciroppo d’acero sono tutti doni che resteranno sigillati per sempre nel mio cuore.

Reportage tra i ghiacci del Canada di Pietro Guida (27)

Reportage tra i ghiacci del Canada di Pietro Guida (28)

Reportage tra i ghiacci del Canada di Pietro Guida (29)

Reportage tra i ghiacci del Canada di Pietro Guida (34)

Reportage tra i ghiacci del Canada di Pietro Guida (35)

Mi sono sentito come un povero sostenuto, come un ammalato assistito, come un disperato consolato. I gabbiani che volano liberi all’orizzonte, illuminati dal riflesso del tramonto che splende sul lago, mi ricorderà per sempre la stessa libertà dei monaci di clausura a Holy Trinity.

Reportage tra i ghiacci del Canada di Pietro Guida (36)

Reportage tra i ghiacci del Canada di Pietro Guida (37)

Reportage tra i ghiacci del Canada di Pietro Guida (38)

Reportage tra i ghiacci del Canada di Pietro Guida (39)

Le foto di carattere naturalistico sono state scattate con Canon EOS 40D, Canon 70-200mm f/4.0, Sigma 10-20mm f/4-5.6