Category: Cultura

“Marsicana”, Petronilla Paolini Massima la poetessa marsicana

“Marsicana”, Petronilla Paolini Massima la poetessa marsicana

Le vicende di una poetessa marsicana del ‘700 poco conosciuta nella Marsica ma di grande attualità..

La storia che oggi vi presentiamo a “Marsicana” narra le vicende umane e letterarie di una poetessa marsicana d’inizio ‘700: Petronilla Paolini Massimi. Una vera innovatrice per l’epoca, visto il ruolo marginale che la donna aveva in quei secoli, e soprattutto perché dalla sua vita- poco fortunata- è riuscita a ideare una poesia molto espressiva, d’altronde “dai diamanti non nasce niente dal letame nascono i fior” come cantava De Andrè.

Qual nella casta mente. Pensier vi nacque al grand’annunzio, ond’era. Per farsi in voi Verginità. Come con salda e vera. Fede attendeste, e di bel zelo ardente. L’alto Concetto in umiltà profonda (Petronilla Paolini Massimi)

Incisione di Edward Lear (foto concessa dall’archivio fotografico Tavani-Aloysi)

La poesia che abbiamo riportato qui racconta, se pur nella lingua italiana del ‘700, una devozione di Petronilla verso la Madonna, una fede, che nonostante le sue disavventure emerge forte dalle sue righe. Petronilla nacque la Vigilia di Natale dell’anno del Signore 1624 dal nobile di Magliano dè Marsi (provincia dell’Aquila) Francesco Paolini e dalla nobildonna Silvia Argoli di Tagliacozzo (sempre in provincia dell’Aquila) imparentata con il noto matematico Andrea Argoli. L’infanzia della piccola poetessa venne però turbata dall’efferato omicidio del padre il 13 febbraio del 1667, forse per meri intrighi politici.

L’omicidio provocò una fuga della piccola Petronilla e di sua madre Silvia nella città di Roma: li trovarono ospitalità presso il convento delle monache clarisse dello Spirito Santo dei Napoletani nel rione Regola. La vita nel convento piaceva alla piccola Petronilla e con sua madre si trovava bene in quel mondo di preghiera. Nonostante ciò, la situazione economica della famiglia Paolini stava subendo delle pericolose evoluzioni: il 9 novembre del 1677 la madre concesse in sposa – la piccola poetessa aveva 10 anni- al nobile romano Francesco Massimi vice-castellano della fortezza di Castel Sant’Angelo. Questo orrendo matrimonio è stato anche avallato dal una sorta di benedizione di papa Clemente X (al secolo Emilio Altieri), parente del Massimi.

Foto storica di Tagliacozzo

Per un breve periodo di tempo, la giovane restò nel convento con la madre ma poi decise di andare a vivere nel palazzo che apparteneva al Massimi. Il palazzo si trovava nell’Ara Coeli, nel quartiere medievale che è stato distrutto tra fine ‘800 e inizi ‘900 per far spazio all’Altare della Patria: la poetessa li visse e coltivò la sua arte. La scrittura gli scorreva nel sangue visto che suo padre, Francesco Paolini era “uomo erudito nelle belle lettere” come ci racconta l’autore della Reggia Marsicana. A differenza di suo padre, la giovane usava la scrittura per sentirsi libera da un mondo che non considerava suo. Tutta questa sofferenza la si può leggere nei suoi tristi versi: “pur baciai le catene e in rigida prigion sfogai col canto qual dolente usignuol l’angosce e ‘l pianto”.

Chiesa di Santo Spirito dei Napoletani

Da Francesco Massimi ebbe 3 figli; Angelo, Emilio e Domenico e la considerazione dell’esser madre la convinse a lasciare quella casa. Cercò di prendere le vie legali rivolgendosi al tribunale per una separazione, ma gli venne negata. Ciò che non gli venne negata però furono i meriti di suoi lettori e di alcune accademie: divenne membro delle accademie romane di Arcadia e degli Infecondi e dell’accademia perugina degli insensati. Ma lo strappo con il marito gli costò il duro prezzo di non vedere i suoi figli e neanche di stare al capezzale del figlio Domenico che morì nel 1694. Morto il marito, la poetessa che ormai era diventata importante e conosciuta anche con il nome di Fidalma Partenide ritornò nel suo palazzo romano con i suoi due figli ma non dimenticava mai ne Tagliacozzo ne Magliano dè Marsi. Petronilla Paolini Massimi morirà il 4 marzo del 1726 nella città di Roma ed è sepolta nella chiesa di Sant’Egidio.

Ps: Lo so benissimo che nel nuovo numero di “Marsicana” dovevo parlare di Tagliacozzo (della sua arte e storia), perdonatemi; sarà per il prossimo articolo.

“Tutti i grandi cambiamenti sono semplici.”

Le Storie del Lunedì: la schiuma da barba

Le Storie del Lunedì: la schiuma da barba

E’ considerata un valido strumento per la bellezza maschile, che porta l’uomo a non assomigliare ad un profeta..

Nell’odierno numero delle “ Storie del Lunedì “ racconteremo la storia della nascita di uno dei prodotti per la bellezza maschile per eccellenza: la schiuma da barba. In anticipo chiediamo scusa alle nostre lettrici se oggi dedicheremo un po’ di tempo alle vicende del rasoio e alla nascita del sapone da barba. Ragazzi, uomini e tutti voi, ma sappiamo quanto è nata la schiuma da barba?

“La Barba non fa il filosofo” (Plutarco)

Rasoio etrusco

Beh, le parole dello storico greco – se pur criticabili oppure condivise per chi come me porta la barba- ci illustrano qualcosa di interessante: ovvero che nell’epoca in cui viveva lo storico c’erano tanti che si facevano crescere la barba e che non avevano l’aspetto (interiore) di un filosofo. Ma c’erano altri uomini che si rasavano completamente il viso prendendo l’aspetto di una delle statue che si potevano osservare o nel foro oppure nell’agorà. Le prime attestazioni sull’antenato della schiuma da barba l’abbiamo nell’antico Egitto e qui la storia si fonde con la rasatura: abbiamo molte rappresentazioni iconografiche ( i graffiti per intenderci ) dove si osservano scene di rasatura molto ben dettagliati. Il sapone che veniva utilizzato per agevolare il passaggio dei rasoi in bronzo veniva estratto da grassi animali ed oli vegetali che permetteva un risultato molto efficiente.

Con il passare del tempo, come per tutte le creazioni dell’essere umano, anche la schiuma da barba subì una sostanziale evoluzione. Siamo nel XII secolo, quando dalla Terra Santa venne portato in Europa (in Francia, Spagna e Italia) il Sapone di Aleppo un sapone ricavato dagli oli di oliva e di alloro che sarà anche l’antenato del noto sapone di Marsiglia. Questo sapone venne utilizzato anche per la rasatura medievale, ma non era poi così facile da usare visto che non favoriva lo scorrere del rasoio. Il XVIII secolo rappresentò un vero e proprio salto di qualità per chi desiderava radersi il viso: visto che in Europa e non solo, emersero aziende (piccole oppure grandi) dedite alla creazione di sapone per barba.

Ma nell’Inghilterra Vittoriana si ebbe la classica svolta! Grazie all’ingresso nel mondo commerciale di uno dei primissimi saponi da barba in tavoletta. Ebbe subito un grande successo dovuto alla sua schiuma densa e compatta che favoriva lo scorrimento del rasoio ed una perfetta rasatura. Con l’ingresso nel mondo commerciale della schiuma da barba spray, subito dopo il secondo conflitto mondiale, portò questo prodotto ad esser più facilmente commerciabile e soprattutto portò ad una ancor più semplice rasatura visto la continua evoluzione del materiale.

Non so voi, ma io nel leggere queste storie sulla schiuma e sapone da barba mi sta venendo la voglia di far suonare il mio rasoio.. anzi no, aspettate.. sono solo gli effetti del lunedì mattina!

Buon Lunedì.

“Tutti i grandi cambiamenti sono semplici.”

History of Rock; una canzone può essere poesia?

History of Rock; una canzone può essere poesia?

Questo è uno dei dilemmi più grandi del panorama culturale mondiale; realmente una canzone può esser poesia?

In questo secondo articolo di “ History of Rock “ devieremo un po’ dall’aspetto per cui è nata questa categoria di articoli – ovvero quella di descrivere i protagonisti del rock- per dedicarci ad una delle parti fondamentali della musica, la canzone. Ma noi andremo oltre, proveremo a distinguere la canzone dalla poesia analizzando, brevemente, gli aspetti di tale differenza.

“Ancora mi chiedo se verremo messi nelle canzoni o nei racconti” (J. R. R. Tolkien)

La frase del padre del Signore Degli Anelli ci pone un punto su cui riflettere parlando sia della canzone e sia della poesia; è il contenuto. Nella modernità in cui noi siamo immersi fino al collo, ascoltiamo la musica da per tutto: in macchina, nei locali, nei luoghi di lavoro. Un po’ meno la poesia che releghiamo in tristi libri scolastici oppure nelle frasi da inserire nei post di svariati social network oppure per descrivere foto che spesso non hanno affinità con il testo poetico. La canzone alla pari della poesia fa parte del grande bagaglio culturale del genere umano; un bagaglio positivo che allietiamo con la musica.

Addentrandoci nella problematica canzone è poesia dobbiamo osservare che nei tempi attuali la canzone si è sostituita alla poesia e questa sostituzione la si può vedere anche nei testi. All’interno della canzone emerge l’aspetto moderno della poesia, dove si possono leggere svariate tematiche dall’amore, alla guerra sino ad altro, proprio come facevano le poesie nei tempi passati. Ma come possiamo rispondere alla domanda posta nel titolo? Diciamo che la nostra risposta è un NI – si lo so può sembrare banale come risposta – c’è sempre qualcosa che accomuna e che divide la canzone dalla poesia.

Tra le cose che accomuna canzone e poesia c’è l’intreccio tra le parole e la musica: proviamo ad andare indietro nel tempo, durante le recite poetiche nell’antica Grecia, il poeta declamava la poesia accompagnato dal suono della lira. Non c’è solo questo, pensiamo allo stile di scrittura delle due tecniche, ci possono essere rime oppure figure retoriche che le possono accomunare. Badate bene!! (e questo lo sottolineo) che per la poesia il testo è l’anima centrale mentre per la canzone è la musica la parte importante.

Per quanto riguarda le differenze, alcuni studiosi hanno sottolineato il fatto che nel testo sia della canzone e sia della poesia emergono sostanziali cambiamenti: nella musica c’è un messaggio che va diretto al cuore di colui che lo ascolta mentre per la poesia vige una sorta di ambiguità del testo, cioè ogni testo possiede un personale significato. Altra differenza che è emersa da alcuni studi è quella relativa a coloro che seguono queste due forme d’arte: in poche parole, coloro che ascoltano le canzoni sono di fascia giovane anche perché i testi sono più facilmente comprensibili mentre la poesia viene ascoltata da un pubblico adulto. (Personalmente non sono d’accordo con tale ipotesi). Sia la canzone e sia la poesia viaggiano in binari paralleli ma arrivano alla stessa stazione, ovvero quella della cultura umana.

Ama e ridi se amor risponde
piangi forte se non ti sente.
Dai diamanti non nasce niente,
dal letame nascono i fiori.
( Fabrizio De Andrè – Via del campo)

Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino. Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio. Il mio dura tuttora, né più mi occorrono le coincidenze, le prenotazioni, le trappole, gli scorni di chi crede che la realtà sia quella che si vede. Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio non già perché con quattr’occhi forse si vede di più. Con te le ho scese perché sapevo che di noi due le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate, erano le tue.

( Eugenio Montale )

Trovate qualche differenza? Nel prossimo numero di “ History of Rock “ parleremo del premio Nobel per la letteratura al cantautore Bob Dyan.

 

“Tutti i grandi cambiamenti sono semplici.”

“ Marsicana”: il Cristianesimo nella Marsica

“ Marsicana”: il Cristianesimo nella Marsica

La storia della conversione del fiero popolo Marsicano al dolce messaggio di Cristo. I suoi Santi e le loro vicende umane.

Oggi nel nuovo articolo di “ Marsicana “ parleremo della diffusione del cristianesimo nella Marsica una terra misteriosa posta nel cuore della provincia dell’Aquila in Abruzzo. E lo faremo descrivendone alcuni dei suoi santi principali: San Marco Galileo, san Cesidio e Rufino ed il primo papa figlio della Marsica, Bonifacio IV.

«Dove c’è Pietro, lì c’è la Chiesa; dove c’è la Chiesa, lì non c’è affatto morte ma vita eterna» (S. Ambrogio, Enarrationes in Psalmos).

San Marco Galileo

Le parole del vescovo Ambrogio di Milano ci aprono la strada nel comprendere al meglio le vicende che legano il messaggio cristiano nelle prime comunità della provincia Valeria. Dobbiamo affermare che la diffusione della nuova religione, rispetto a Roma oppure ad altre province dell’impero, fu molto lenta nella Marsica: un rallentamento causato dalla frammentazione dei centri urbani. Nella Marsica abbiamo due grandi città Alba Fucens e Marruvium (l’odierna San Benedetto dei Marsi) dove si svilupparono, in modo molto tardo, solide comunità cristiane. Abbiamo menzione che durante le guerre greco-gotiche ed il successivo periodo longobardo del ducato di Spoleto, nella Marsica, erano ancora presenti molti pagani. Fu grazie al sacrificio non solo materiale ma anche di sangue dei monaci benedettini nel riportare i fedeli della terra marsicana sul sentiero di Cristo. Secondo alcuni studiosi, il vescovo Giovanni dei Marsi partecipò al secondo concilio di Costantinopoli (533 d.C), convocato dall’imperatore Giustiniano per contrastare l’eresia del Monofisita.

Ma chi portò il cristianesimo nella Marsica? Fu un romano, di nome Marco Galileo (o di Atina), seguace del principe degli apostoli Pietro che lo ordinò vescovo; egli tramite la Tiburtina Valeria (nota strada) portò il dolce messaggio di Cristo nella terra dei Marsi. Marco fu il primo vescovo dei Marsi, evangelizzò la Marsica, il basso Lazio e parte della Campania prima di esser martirizzato dal tremendo imperatore Domiziano. (la sua memoria è celebrata il 28 aprile)

San Rufino e Cesidio, affresco conservato nella cripta della Basilica di San Cesidio in Trasacco (AQ)

Il secondo vescovo dei Marsi fu San Rufino (che fu anche il primo vescovo della città di Assisi): perché abbiamo citato il vescovo Rufino? Perché fu il padre di uno dei santi principali della cristianità marsicana: San Cesidio da Trasacco. Originari di Amasya (nell’attuale Turchia) furono incarcerati per la loro fede in Cristo, dopo aver convertito il proconsole di quella zona scapparono in Italia e si rifugiarono nella Marsica. Qui fondarono, nella città di Transaquas (l’odierna Trasacco in provincia dell’Aquila), presso un’antica struttura imperiale in disuso, una prima chiesa. Quando Rufino venne martirizzato vicino Bastia Umbra (in provincia di Perugia nel borgo di Costano), suo figlio Cesidio ne traslò il corpo portandolo a Trasacco. Cesidio venne ucciso mentre celebrava messa insieme a Placido suo compagno del martirio; i loro corpi vengono conservati a Trasacco. Sulla figura di Cesidio si è parlato molto, anche a livello locale soprattutto prendendo in considerazione un tratto dei dialoghi di San Gregorio Magno nella quale parla del martirio di due monaci benedettini e la decapitazione di un venerabile diacono ad opera dei Goti. (la sua memoria è celebrata il 31 agosto).

Papa San Bonifacio IV

In ultimo, e non perché è il meno importante, parleremo della figura di Bonifacio IV primo papa originario della terra dei Marsi. Bonifacio, figlio di un medico di nome Giovanni era originario di Marruvium (secondo alcune fonti storiche) ascese al soglio di Pietro da monaco. Nei Liber Pontificalis (un’importante documento nella quale, oltre alla vita dei pontefici, si narrano le vicende storiche) si legge che il ministero di papa Bonifacio IV venne sconvolto da carestie, epidemie e inondazioni del Tevere. Ma sappiamo anche la data dell’elezione, il 25 agosto del 608. Egli fu il papa che trasformò in chiesa il Pantheon dedicandolo al culto di Santa Maria Regina dei Martiri (il 13 maggio del 603 d.C sempre secondo i Liber Pontificalis) ed istituti la Festa di tutti i Santi, che inizialmente era il 13 maggio ma poi, con papa Gregorio III venne spostata il 1° novembre. (la sua memoria si celebra l’8 maggio).

Nel prossimo numero di “ Marsicana “ ci addentreremo nelle bellezze della Marsica, parlando di Tagliacozzo.

“Tutti i grandi cambiamenti sono semplici.”

“Due chiacchiere con gli antichi roman”i: Medici e medicine

“Due chiacchiere con gli antichi roman”i: Medici e medicine

Come si curavano gli antichi romani? E soprattutto come erano le loro medicine?

In questo nuovo articolo di “due chiacchiere con gli antichi romani” parleremo di un aspetto forse diverso dagli altri due articoli precedenti. Lasceremo un po’ da parte gli eventi, la storia e la società romana per addentrarci nel mondo della medicina dell’Antica Roma. In questa ricostruzione diciamo storico-medica ci vengono in aiuto anche le note scoperte archeologiche della “Casa del Chirurgo” a Pompei -scoperta nel 1770 dagli archeologi della casa reale dei Borbone- dalla lava solidificata sono usciti fuori delle preziose strumentazioni chirurgiche in ferro e in bronzo. Questo ci porta a considerare la medicina romana all’avanguardia per l’epoca; una medicina che si divideva in tre grandi gruppi. C’era la medicina fai da te (ovvero quella casalinga), la medicina di formazione tramite un medico e la cialtroneria (il classico imbroglione di turno oppure la famosa sola alla romana). Ma come si formava un ragazzo romano che voleva diventare medico? E soprattutto com’erano le medicine?

“I medici imparano a nostro rischio e pericolo e fanno esperienze a furia di ammazzare. Per di più se la prendono con il malato rigettando la colpa sulla sua intemperanza, tanto che chi è rimasto vittima viene messo sotto accusa.”

Enea ferito, affresco rinvenuto a Pompei e conservato presso il museo archeologico di Napoli

Le parole, diciamo poco gentili, riportate qui sopra sono state scritte da Plinio il Vecchio nella “Storia Naturale” e stranamente ci illustrano una sorta di scetticismo che molti abitanti dell’impero provavano nei confronti dei medici. Non perché non si fidavano, ma perché dietro coloro che si formavano dietro un maestro, c’erano tanti cialtroni che imbrogliavano: per punire questi imbroglioni nell’88 a.C venne promulgata la “Lex Cornelia” che puniva severamente coloro che vendevano prodotti dannosi. Anche il poeta Marziale ironizzava sull’incompetenza di alcuni medici e pensare che il miglior medico dell’antichità, il greco Galeno, non sapeva leggere! Ma cosa faceva un ragazzo che desiderava diventare medico? Innanzitutto togliamoci dalla mente test, università e telefilm, il ragazzo romano che voleva diventare medico doveva seguire un medico anziano che lo immetteva tra sacro (con il culto di Esulapio) e scientifico all’interno della professione medica. La formazione consisteva in una parte teorica con lo studio di manuali in lingua greca, costosi e spesse volte snobbati dagli studenti per via della compresione e la parte pratica, le visite tra i malati ben vista dall’aspirante medico. A fine del percorso di formazione non veniva rilasciato nessun attestato, e questo provocava una serie di problemi notevoli, visto l’eccessivo emergere di sedicenti dottori: ecco perché Plinio il Vecchio si scaglia contro la professione medica. Siamo a conoscenza che nella Roma del 209 a.C era presente un medico che oggi definiremo della mutua, un dottore greco dal nome un po’ particolare Arcagathus che molto probabilmente operava nel primo ospedale di Roma quello che nel 293 a.C sorse all’interno del tempio di Esculapio nell’isola Tiberina. Recenti scoperte hanno dimostrato di come i medici romani, quelli un po’ più professionali, erano in grado di operare la cataratta.

Riproduzione pittorica del Tempio di Esculapio-salvatore

Le medicine utilizzate nell’antica Roma erano di fabbricazione diciamo casalinga – cosa che non si è persa nella nostra modernità: il latte caldo e miele per il mal di gola, le tre noci per la pressione e così via- preparate dal medico che venivano somministrate al paziente. Ad esempio lo zafferano come antinfiammatorio, come diuretico e come afrodisiaco oppure il prezzemolo che curava la rabbia e la flatulenza. Tra le medicine venivano utilizzati molti brodi, come quello di aragosta contro il mal di pancia, con il fegato di volpe contro la bronchite, lo zampone di maiale contro la polmonite e la zuppa di cozze e ostriche contro la stipsi. Quando la patologia non era curabile ne con il salasso ne con le erbe medicinali, il chirurgo doveva operare. Le operazioni avvenivano in casa del malato ed il medico, aiutato da suoi collaboratori, narcotizzava il paziente mentre i suoi collaboratori lo aiutavano. Seneca rimase talmente traumatizzato che equiparò il loro operare ad incendi e crolli.

Nel prossimo articolo di “due chiacchiere con gli antichi romani” parleremo della differenza tra Patrizi e Plebei.

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“Marsicana”: i Marsi guerrieri e maghi

“Marsicana”: i Marsi guerrieri e maghi

Erano coraggiosi e spietati in battaglia quanto valenti conoscitori di erbe magiche e domatori di serpenti.

Nell’odierno articolo di “Marsicana” narreremo le vicende storiche di uno dei popoli italici tra i più influenti della storia dell’antica Roma; i Marsi, una popolazione coraggiosa e magica nello stesso tempo. Per un attimo proviamo a chiudere gli occhi e tramite la nostra immaginazione portare il nostro spirito lungo le sponde dell’antico lago del Fucino. Ci troveremo di fronte ad un popolo di pescatori, di guerrieri, di incantatori di serpenti, di conoscitori d’erbe officinali e di contadini. Un popolo che ci guarderà inizialmente con diffidenza ma sicuramente questa diffidenza si muterà in accoglienza: badate però a non farli arrabbiare, l’abitante della Marsica sa difendersi molto bene. In parte, dopo più di 2000 anni, le cose sembrano poi non esser cambiate più di tanto. Ma cosa rende così misterioso questa popolazione?

“Nec sine Marsis, Nec contra Marsos triunphari posse”

Queste parole sono state scritte dallo storico greco Appiano Alessandrino nel VI libro della Storia di Roma e dice, per chi non conosce il latino: “ Non si può vincere ne con i Marsi ne contro i Marsi”. I Marsi era una popolazione che viveva attorno al lago del Fucino – nell’odierna Marsica in provincia di L’Aquila- appartenente al ceppo linguistico osco-umbro (ovvero che parlavano una lingua simile a quella dei Sanniti e degli Umbri) che abitava nella Marsica dal I millennio a.C. Se proviamo ad analizzare il nome di questo popolo, la prima cosa che ci salta agli occhi è il nome della divinità greca e latina della guerra, ovvero Marte: e qui rientra la bellicosità dei Marsi. Nel 303 a.C in seguito a delle rivolte degli Equi (una popolazione che viveva nella Marsica occidentale fino al Cicolano ed oltre) costrinsero Roma nel costruire una nuova colonia latina lungo la sponda Nord-Ovest del Lago; questa colonia era Alba Fucens. Questa fu una costruzione importante che permise al popolo Marso di avere dei primi colloqui, chiamiamoli così, con Roma; dall’Urbe i Marsi assorbirono sia la lingua latina e sia il modo di vivere. Nonostante le diversità culturali in tempi di emergenza, specialmente quelli dovuti al periodo in cui Annibale scorrazzava in Italia, i Marsi rimasero fedeli a Roma. Ma nel 91 a.C qualche cosa si inclinò e tra Marsica e Roma si creò un vero e proprio strappo che portò al famoso Bellum Marsorum (le guerre sociali) che durarono dal 91 all’88 a.C sconvolgendo il centro Italia. Nell’89 a.C Quinto Poppedio Silone al comando di una forza composta da Marsi, Peligni, Vestini, Marrucini e Frentani (una forza decisamente abruzzese) sconfissero le forze della repubblica Roma (in una località poco nota delle sponde del lago del Fucino) al comando di Lucio Porcio Catone. Morto Poppedio Silone in uno scontro per difendere Corfinium (la prima capitale d’Italia, dove venne coniato il nome di Italia) Roma decise di premiare questi valorosi popoli con la Lex Julia de Civitate, ovvero la cittadinanza romana. Da qui iniziò una lunga collaborazione tra la Marsica e Roma: molti dei soldati d’origine marsicana confluirono nella Legio Martia agli ordini prima di Giulio Cesare, poi di Marco Antonio e in ultimo di Ottaviano Augusto. Successivamente all’impero di Ottaviano, la legione dei Marsi fu inglobata nelle altre legioni dell’impero.

“Si dice che quando Medea, lasciati i Colchi, seguì Giasone giunse in Italia e presso certi popoli chiamati Morrubi, i quali abitavano attorno all’immenso lago del Fucino, come attorno ad un mare, a causa dell’estensione delle acque: insegnò rimedi contro i serpenti. Questi popoli diedero a Medea il nome di Angizia, poiché con le sue parole di incantesimo soffocava i serpenti”.

In conclusione di questo articolo ci fanno compagnia le parole di Servio Mario Onorato nella quale ci descrive molto bene le due anime di questo popolo. Innanzitutto da il nome di Morrubi, rifacendosi alla capitale dei Marsi Marruvium (l’odierna San Benedetto dei Marsi in provicia dell’Aquila) e successivamente la presenza di Angizia, la dea principale del culto marso, che insegnò una caratteristica fondamentale del popolo marso; quella di incantatori di serpenti. Si diceva che se un Marso veniva morso da un serpente non moriva, ovviamente per i lettori della Marsica non provateci non abbiamo le conoscenze di Angizia! Questa pratica di ammaestrare i serpenti la si può ancora rivotare nel rito dei Serpari durante la festa di San Domenico Abate, il Primo Maggio di ogni anno, nel meraviglioso borgo di Cocullo (in provincia di L’Aquila).

Nel prossimo numero di “Marsicana” parleremo di chi portò la religione cristiana nella Marsica di alcuni suoi santi, come San Cesidio da Trasacco.

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Due chiacchiere con gli antichi romani; i gladiatori

Due chiacchiere con gli antichi romani; i gladiatori

Erano le star sportive dell’antichità, amati e venerati come divinità erano il passatempo dell’antica Roma: stiamo parlando dei gladiatori.

Nel secondo articolo di “ due chiacchiere con gli antichi romani “ parleremo dei protagonisti di uno dei passatempo adorati degli antichi abitanti dell’impero romano; i gladiatori. Con gli occhi dell’uomo moderno possiamo vedere solo ed esclusivamente la crudeltà di questo “gioco” e ciò che c’era dietro il mondo dei gladiatori non lo vogliamo vedere o meglio ci risulta difficile vedere. Il mondo dei gladiatori è molto simile a quello dei nostri sportivi moderni – ovviamente senza spargimento di sangue- dove uomini e donne vivevano in una condizione che li portava alla fama ed alla ricchezza. Ma togliamoci la patina dell’uomo moderno e soprattutto di quella cinematografica ed immergiamoci intensamente all’interno della storia di questi “guerrieri sportivi”.

L’origine dei gladiatori e della loro attività molto probabilmente la si fa risalire nella regione storica dell’Etruria (regione che oggi comprende la Toscana, l’Umbria e parte del Lazio) dove sono state rinvenute delle tombe nella quale compaiono delle pitture che raccontano i primi scontri tra gladiatori. Attualmente si possono vedere nelle tombe delle Olimpiadi e degli Auguri poste nella necropoli di Tarquinia (in provincia di Viterbo) ma non solo fonti pittoriche ci attestano l’origine etrusca di questo gioco violento; ma anche fonti storiche come Nicola di Damasco e lo storico cristiano del II secolo d.C Tertulliano ci parlano di questa origine. Molto probabilmente la lotta tra gladiatori venne portata a Roma intorno al 264 a.C e divenne il passatempo per eccellenza di ogni classe sociale, dal patrizio al plebeo.

Il gladiatore poteva essere chiunque, dall’uomo o la donna liberi in cerca di fama e di ricchezza allo schiavo sino al condannato a morte. Per diventare un vero e proprio lottatore da arena il candidato doveva compiere un percorso di addestramento molto severo; sotto la guida di un “lanista” che non era un fabbricante di lana ma un ex gladiatore che insegnava le tecniche di combattimento al novizio. Anche la dieta, come per l’addestramento, riservava un posto importante nella formazione di un gladiatore; una dieta sana che era composta da molte verdure (come legumi), poca carne e molti latticini. Prima di entrare tra le sabbie dell’arena il gladiatore consumava una focaccia di farro cosparsa di miele e una bevanda composta da fieno greco, una sorta di energy drink dell’epoca.

Come avveniva un combattimento tra gladiatori? Innanzitutto si organizzava uno scontro tra due caserme di gladiatori dove venivano scelti due atleti che appartenevano a stili di lotta diversi. I stili più famosi erano:

  1. i Reziari: gladiatori con rete, tridente e pugnale;

  2. i Secutores: gli inseguitori, con uno scudo imponente che copriva dalle ginocchia sino al volto, un gambale e manica di scaglie di metallo nella parte scoperta dallo scudo e il gladio;

  3. il Mirmillone: gladiatore con un elmo imponente che copriva interamente il volto, uno scudo simile a quello dei legionari romani, gladio e gambali rafforzati;

  4. Il trace: originari dalle Tracia combattevano con una spada ricurva, erano quelli più famosi.

Molti gladiatori combattevano anche contro bestie feroci, come leoni, orsi, lupi ed altri animali; questi eventi si chiamavano Venationes, spesse volte il gladiatore ne usciva sconfitto.

Ci sono alcune curiosità, che si perdono tra il reale e la leggenda spesse volte fondendosi insieme. A conclusione parlerò di alcune di queste curiosità:

  • “Il Pollice Verso”: molti storici tra cui Giovinale e Prudenzio pongono qualche equivoco sul pollice in su ed il pollice in giù;

  • “Ave Cesare Morituri te Salutant” la famosa frase che sentiamo spesso nei film, molto probabilmente è falsa anche qeusta. La frase è stata detta da alcuni condannati a morte rivolta all’imperatore Claudio per tentare una disperata salvezza. L’imperatore non ebbe pietà e li fece uccidere lo stesso;

  • Affresco che narra lo scontro tra Pompeiani e Nocerini

    “Il Daspo dell’Arena” nel 59 d.C nell’anfiteatro di Pompei andò in scena uno scontro epico tra tifoserie. Da una parte i Pompeiani e dall’altra i Nocerini, fu una rissa sanguinosa, tanto che Tacito negli Annales scrive: “sulle gradinate sono passati dagli insulti alle vie di fatto. Prima c’è stata una sassaiola e poi si sono accoltellati. I pompeiani hanno avuto la meglio. Molti nocerini sono tornati a casa mutilati di ferite in più parti del corpo. Ci sono stati anche dei morti”. L’imperatore chiuse lo stadio per alcuni anni;

  • “Fascino e Sangue”, il gladiatore era sempre avvolto da un’aura di fascino soprattutto dalle spettatrici di sesso femminile. Marziale, parlando di un gladiatore scriveva: “tormento e spasimo delle spettatrici”. Come nei giorni nostri, quando si va nello stadio si cerca di prendere la maglia del nostro sportivo preferito, nei giochi gladiatorici si tentava di prendere un po’ di sangue del gladiatore morto che spesse volte veniva venduto come afrodisiaco.

I giochi dei gladiatori, sotto pressione del cristianesimo, vennero ufficialmente chiusi nel 439 d.C.

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Le storie del lunedì: il cornetto

Le storie del lunedì: il cornetto

Non c’è cosa più buona di cappuccino e cornetto per colazione, soprattutto per affrontare il lunedì. Ma sappiamo com’è nato il cornetto?

Nel secondo articolo delle “storie del lunedì” parleremo delle origini storiche di un dolce tanto amato dalla gran parte degli italiani. Un dolce che spesse volte, apre la strada dell’inizio di un nuovo giorno: stiamo parlando del cornetto. E’ vero è lunedì mattina ed è sempre difficile iniziare questo giorno della settimana, e leggere ci resta sempre complicato; per ostracizzare tale paura, lasciamoci avvolgere dall’aroma, dalla fragranza e dal gusto di un cornetto. Alla marmellata, alla crema, alla cioccolata, vuoto, integrale, vegano etc esistono tante varietà di cornetti, tanti stili per un dolce unico. Forse nessuno di noi, in quel frangente di meditazione mentre si gira il cappuccino oppure il caffè, pensa alle origini di questa squisitezza. Forse non ci interessa oppure, semplicemente non lo si sa e si preferisce ascoltare quel frangente di dolcezza prima dell’inizio della giornata.

Ma quando è stato inventato il cornetto, e soprattutto quali sono le sue origini? Proviamo a chiudere gli occhi e ad immaginarci di essere nella Vienna del 1683, la prima cosa che noteremo è un clima di pericolo -siamo in piena Battaglia di Vienna, uno scontro che vede la lega cristiana contro l’impero ottomano- e di insicurezza. “ La grande Mela “ come veniva chiamata la città austriaca in quell’epoca stava subendo da circa due mesi un feroce assedio da parte dei turchi, che però non riuscivano a conquistarla. Allora le armate ottomane decisero di scavare dei tunnel sotto le mura e piazzare dell’esplosivo per aprirsi una breccia nelle possenti mura di Vienna. I primi ad accorgersi di questi lavori in corso furono proprio i fornai, che avvisarono le autorità. Successivamente all’intervento vittorioso del re polacco Giovanni III Sobieski Vienna tirò un sospiro di sollievo e per celebrare questa vittoria, un pasticcere viennese di nome Vendler ideò un dolce a forma di mezzaluna a voler ironizzare sull’ottomano sconfitto. Sempre in quella battaglia emerse una bevanda che sarà il connubio perfetto con il cornetto, ed è il caffè. Un polacco di nome Kolschirzky, mentre ispezionava l’accampamento ottomano trovò dei sacchi pieni di strani chicchi verdi, gli austriaci pensarono che fossero delle granaglie per i cammelli. Niente di tutto ciò, erano semplicemente i chicchi di caffè non tostati.

Il cornetto venne importato in Italia, inizialmente solo nel Veneto, subito dopo la conclusione della Battaglia di Vienna vista la piena partecipazione della Serenissima allo scontro bellico e sia per i continui scambi economico-commerciali tra Vienna e Venezia. Nel 1770 le vicende del cornetto prendono una virata francese: dopo le nozze reali tra il re di Francia Luigi XVI e Maria Antonietta figlia dell’imperatrice d’Austria Maria Teresa, il cornetto venne portato a Parigi e qui venne modificato con l’aggiunta del burro e si chiamò croissant. Bisogna aspettare il Trattato di Campoformio tra Napoleone e l’Austria per far si che il cornetto venne esportato in tutti i territori annessi all’Impero Francese.

Perciò, quando mangiamo il nostro cornetto a colazione, avvolti ancora da quella patina di sonno e costantemente intimoriti dall’andamento non sempre felice della nostra giornata, pensiamo che il cornetto è nato per celebrare una vittoria. Buon Lunedì.

“Tutti i grandi cambiamenti sono semplici.”

Holy Trinity greek orthodox monastery in Detroit

Holy Trinity greek orthodox monastery in Detroit

Reportage tra i ghiacci del Canada di Pietro Guida (26)

L’esperienza più coinvolgente e intensa che ho vissuto durante il mio viaggio nel nord America è stata sicuramente il soggiorno nel monastero greco ortodosso di Holy Trinity, nel Michigan. Alcuni anni fa mio cugino Sam, cristiano cattolico, ingegnere di 27 anni di successo in Canada e poi negli States, fu invitato da una sua cara amica a trascorrere un periodo di riposto dal lavoro nel monastero vicino Detroit. Qualcosa scattò dentro di lui tanto che si convertì alla religione cristiana ortodossa donando da allora la sua vita a Cristo e ritirandosi nella clausura di Holy Trinity. Si ratta di una grande tenuta precedentemente proprietà di un ricco uomo d’affari.

Reportage tra i ghiacci del Canada di Pietro Guida (25)

Reportage tra i ghiacci del Canada di Pietro Guida (30)

Reportage tra i ghiacci del Canada di Pietro Guida (31)

Reportage tra i ghiacci del Canada di Pietro Guida (32)

Reportage tra i ghiacci del Canada di Pietro Guida (33)

Io,insieme ad altri cinque ospiti, siamo stati accolti e assistiti premurosamente per tre giorni. Ci hanno accolto come fossimo compagni di sempre. Le loro preghiere nel cuore della notte all’interno della mistica cappella del monastero traboccante di icone, i rintocchi della tavola del Vecchio testamento che invitano alla preghiera alle 4 del mattino, la funzione religiosa nel giorno di festa che comprende anche il pranzo semplice, dignitoso e rigorosamente vegetariano per tutti i fedeli (sic), e la frutta fresca insieme ai biscotti bagnati e insaporiti dal loro sciroppo d’acero sono tutti doni che resteranno sigillati per sempre nel mio cuore.

Reportage tra i ghiacci del Canada di Pietro Guida (27)

Reportage tra i ghiacci del Canada di Pietro Guida (28)

Reportage tra i ghiacci del Canada di Pietro Guida (29)

Reportage tra i ghiacci del Canada di Pietro Guida (34)

Reportage tra i ghiacci del Canada di Pietro Guida (35)

Mi sono sentito come un povero sostenuto, come un ammalato assistito, come un disperato consolato. I gabbiani che volano liberi all’orizzonte, illuminati dal riflesso del tramonto che splende sul lago, mi ricorderà per sempre la stessa libertà dei monaci di clausura a Holy Trinity.

Reportage tra i ghiacci del Canada di Pietro Guida (36)

Reportage tra i ghiacci del Canada di Pietro Guida (37)

Reportage tra i ghiacci del Canada di Pietro Guida (38)

Reportage tra i ghiacci del Canada di Pietro Guida (39)

Le foto di carattere naturalistico sono state scattate con Canon EOS 40D, Canon 70-200mm f/4.0, Sigma 10-20mm f/4-5.6

History of Rock; “ Hello, I’m Johnny Cash”

History of Rock; “ Hello, I’m Johnny Cash”

L’immagine del “The man in black” la sua storia d’amore, l’attaccamento alla fede ed il suo immenso timbro vocale: in poche parole Johnny Cash

Nel primo articolo di History of Rock parleremo di una vera e propria icona del rock, scomparso alcuni anni fa, di cui le sue canzoni sono tutt’ora trasmesse delle radio di tutto il mondo: stiamo parlando di Johnny Cash. In questo articolo parleremo brevemente dell’amore che legava Johnny con sua moglie June Carter e del lato religioso dell’artista americano.

“Buon compleanno principessa, ormai siamo vecchi e ci siamo abituati l’uno all’altra. La pensiamo nello stesso modo. Leggiamo la mente dell’altro. Sappiamo quello che l’altro vuole anche senza dirlo. A volte ci irritiamo anche un po’. Forse a volte ci diamo anche per scontati. Ma ogni tanto, come oggi, medito su questo e mi rendo conto di quanto sono fortunato a condividere la vita con la più grande donna che abbia mai incontrato. Continui ad affascinarmi e ad ispirarmi. La tua influenza mi rende migliore. Sei l’oggetto del mio desiderio, la prima ragione della mia esistenza. Ti amo tantissimo. Buon compleanno principessa, John”.

Questa lettera è stata scritta da Johnny nel 1994 alla moglie in occasione del suo compleanno; le sue parole scritte narrano tutto l’amore che provava Johnny verso la sua June. La loro storia è un vero e proprio concentrato di amore e di romanticismo; si conobbero in una gita a Nashville e da li nacque il vero amore. Un sentimento reale che li aiutò anche nella crescita professionale, sia da un lato umano e sia dal lato artistico. Nella canzone “ First Time Ever I Saw Your Face “ esce di forza tutta il loro amore: “La prima volta che ho visto il tuo viso, ho pensato che il sole nascesse nei tuoi occhi. E che la luna e le stelle fossero i doni che hai dato, Per il buio e il cielo infinito, amore mio”. June morì il 15 maggio del 2003 a 74 lasciò un vuoto profondo nel cuore di Johnny, tanto che seguì il suo eterno amore qualche mese più tardi, il 12 settembre.

“Non sono un artista cristiano, sono un artista di fede cristiana” affermava Johnny Cash. In pochi conoscono un lato inedito del cantante americano, ovvero quello della sua profonda fede cristiana. Johnny venne cresciuto con i principi della confessione battista molto patricata dai suoi genitori: tale carattere lo si può percepire anche nel suo modo di vestire. “ The man in black “ così veniva chiamato e tutto nasce dal fatto che Johnny, esibendosi spesse volte nelle chiese, trovava il nero adeguato in quei luoghi. Nonostante ciò, negli Stati Uniti di quegli anni, non venne mai definito un bigotto.

“Il successo è doversi preoccupare di ogni cosa al mondo, tranne del denaro”, History of rock ritorna venerdì prossimo con un nuovo articolo.

“Tutti i grandi cambiamenti sono semplici.”