Category: Luoghi

“Per mille strade”. Il racconto del mio cammino verso il sinodo dei vescovi sui giovani

“Per mille strade”. Il racconto del mio cammino verso il sinodo dei vescovi sui giovani

Abbandona le grandi strade, prendi i sentieri. (Pitagora)

Era un giorno stranamente fresco ed uggioso per essere la metà inoltrata di Agosto e mi trovavo rannicchiato sul bus che da Trasacco (AQ)- luogo delle mie ferie di fine estate- mi portava ad Avezzano. Timidamente gettai uno sguardo su un gruppo di ragazze con i loro trolley dai colori più impensabili. Erano davvero felici perché stavano andando in vacanza chissà dove. Scrutando attentamente i loro bagagli una cosa mi colpì e mi fece riflettere moltissimo; era uno dei loro zaini poggiati alla buona su uno dei trolley. Subito un flashback si manifestò dinanzi ai miei occhi stanchi facendomi ritornare indietro di qualche giorno, quando anch’io avevo quella felicità di intraprendere un viaggio memorabile. Non so bene il perché, forse sarà stata la voce di Mannarino che proveniva dalle cuffie del mio lettore mp3, ma nel mio animo ribatteva in modo forte e conciso la poesia di Trilussa “La fede”.

“Se la strada nun la sai, te ciaccompagno io che la conosco. Se ciai la forza de venimme appressode tanto in tanto te darò ‘na voce, fino la in fonno, dove c’è un cipresso, fino la in cima dove c’è la croce..”- Io risposi: “Sarà… ma trovo strano che me possa guidà chi nun ce vede”. La cieca allo me pijò la mano e sospirò: “Cammina..”. Era la fede.

Tutto iniziò qualche mese fa, quando decisi di intraprendere una nuova avventura sacra. Dopo le GMG – Giornate Mondiali della Gioventù– di Colonia nel 2005, di Cracovia del 2016 e l’Agorà dei Giovani del 2007 avevo voglia di ipotecare nella mia bacheca dei viaggi anche un bel cammino. Senza remore mi iscrissi così da alimentare lo spirito del viaggio che si era assopito facendo spazio alla mia sedentarietà. La fede ed il camminare hanno alimentato la mia sete di avventura.

Il mio viaggio iniziò il 7 agosto, quando alle sei di mattina, con uno zaino più grande di me partì da Avezzano in direzione di L’Aquila. Dalla mia diocesi partimmo in 24, ognuno con il suo carico di domande da chiedere al Signore durante il cammino: c’era chi cercava una risposta alla propria esistenza, chi una glorificazione personale e chi, come me, cercava di risistemare un’amore che stava giungendo al capolinea. Ognuno di noi aveva speranza; una speranza che, come una pianta, cresce piano piano.

1° giorno: L’Aquila – Paganica:

Arrivati dinanzi alla maestosa basilica di Santa Maria di Collemaggio (L’Aquila) ognuno di noi, tra la folla, cercava un volto familiare, qualcuno con cui poter scambiare le prime parole e soprattutto per non sentirsi soli in mezzo a sconosciuti. Non entravo in quella basilica dal lontano 2007- prima del sisma del 6 aprile del 2009- e devo dire che ho provato delle sensazioni davvero positive. Una volta terminata la santa messa ci siamo messi in cammino in direzione di Paganica. La tappa ad Onna – il triste paese ridotto in macerie dal terremoto del 2009- fu per me un nuovo catapultarmi all’interno in parti della mia vita di cui avevo pensato di averle archiviate. La chiesa restaurata all’interno di una cornice di macerie mi ha fatto pensare che c’è sempre speranza per tutto e quella fu anche uno dei motivi per continuare con forza nel camminare. Dopo una sosta nel monastero delle clarisse di Paganica ci siamo diretti nel centro parrocchiale: una lauta cena e delle sincere chicchere sono state l’anticamera ad un sacrosanto riposo. Rannicchiato nel mio sacco a pelo maledivo (in modo ironico) il mio vicino per il suo russare intenso.

2° giorno: Paganica- Campo Imperatore (località Fontari);

La sveglia suonò incredibilmente presto quella mattina dell’8 agosto; presto anche per chi, come me, non ha un buon rapporto con il dormire. In silenzio abbiamo attraversato il cuore di Paganica avvolto ancora nel tepore del sonno per avviarci verso la funivia di Campo Imperatore. Nel bel mezzo del cammino ebbi una crisi nervosa, ero stanco e grondavo di sudore da per tutto e volevo già lasciare la mia squadra. Per fortuna che non lo feci, restò solo una nota di nervosismo che venne spazzata via dalla bellezza che ebbi la fortuna di vedere su a Campo Imperatore. Il nostro arrivo nel rifugio delle Fontari fu salutato da un gregge di pecore e di vacche, custodi di quella grande bellezza. Per un’amante delle comodità come me, farsi la doccia in costume al di fuori del rifugio, con una temperatura di 10 gradi e con un tubo per irrigare il prato con l’acqua calda era qualcosa di impensabile. In quel perfetto miscuglio di caldo e freddo ho potuto capire che alcune cose semplici posso arricchire parecchio. Altro momento di forte formazione personale fu la celebrazione della santa messa all’intero del bar della struttura che ci ospitava: e nella lavanda dei piedi, ho capito che servire è anche regnare. Il momento solenne lasciò spazio ad una cena cucinata alla maniera che solo gli Alpini sanno fare; dopo alcune chiacchiere con gli amici del cammino decisi di andarmene a mettere a letto. La stanchezza si faceva sentire. Speravo in un sonno tranquillo, nulla di più sbagliato! Un ragazzo che aveva il sacco a pelo vicino al mio decise di fare un concerto con il suo forte russare. Lo presi letteralmente a calci, ma più gli menavo e più russava; il riposo era rimandato a data da destinarsi.

3° giorno: Campo Imperatore- Cerchiara di Isola del Gran Sasso (TE)

Fu la tappa più complicata e magica dell’intero cammino: qui si creò qualcosa che era impensabile nel momento della partenza, ovvero la cooperazione. Le singole persone crearono un gruppo e questo non è da poco. Percorrendo meravigliosi sentieri siamo scesi da Campo Imperatore fino alla frazione di Cerchiara (Isola del Gran Sasso, prov. TE). Fu una discesa emozionante in cui si fusero stupore e paura: avevo il timore di volare giù lungo il precipizio. Mi aggrappai letteralmente alla mia vita sostenuto dai miei piedi che hanno attutito la fatica della discesa. Quando entrammo nel bosco ci sembrava di stare all’intero del “Signore degli Anelli” nonostante la fatica ci aveva messi quasi tutti KO. Fatica che personalmente si trasformò in problema fisico: una tremenda vescica mi si formò sotto il piede sinistro dandomi un fastidio tremendo. Arrivati nel centro di Cerchiara che ci ospitava, mi sembrava di aver attraversato il deserto a piedi.

4° giorno: Cerchiara – Santuario di San Gabriele (TE)

L’ultima missione che da Cerchiara ci portava al santuario di San Gabriele (Isola del Gran Sasso, provincia di Teramo) fu quella che definirei la più cristiana dell’intero cammino. Qui assaporammo davvero il grande mistero della Misericordia e vi spiego il perché. Mentre macinavamo gli ultimi tremendi chilometri verso il santuario, sotto un sole cocente ed un asfalto bollente, dall’alto di una casa una voce femminile ci chiese se avevamo voglia di riempire le nostre borracce. Subito me rivenne in mente il passo evangelico “Se qualcuno ha sete, venga a me e beva (Gv7,37)”. L’acqua che avevamo tanto sognato non ci lasciò così facilmente; una copiosa pioggia ricoprì il pomeriggio dedicato alla festa dei giovani abruzzesi. Ovviamente la tenda numero 4, quella che era destinata a me ed altri compagni di viaggio, era la più allagata. Abbiamo chiesto un miracolo al cielo, e siamo stati accontentati! La fresca sera di San Gabriele venne riscaldata dal calore dei giovani abruzzesi in festa.

5° giorno: San Gabriele- Roma, Circo Massimo;

Il ripartire è sempre qualcosa di malinconico! Ognuno di noi, dal cammino, ha preso molto e molto ha lasciato. Personalmente mi sono portato dietro quella sana voglia di procedere sereno verso il mio futuro: ed ho lasciato, custodito tra i monti d’Abruzzo, alcune paure che hanno condizionato la mia esistenza. Ora toccava calcare il sacro suolo di Roma con i miei passi stanchi e doloranti, sorretto da uno spirito tenace. Faceva davvero caldo quel 11 agosto al Circo Massimo ed entrare fu davvero un’impresa eroica: ho visto ragazzi e ragazze cadere sotto i colpi del caldo. Nonostante ciò, la festa è stata immensa e le parole di papa Francesco hanno rinfrescato il cuore dei giovani.

“I sogni sono importanti. Tengono il nostro sguardo largo, ci aiutano ad abbracciare l’orizzonte, a coltivare la speranza in ogni azione quotidiana. E i sogni dei giovani sono i più importanti di tutti. Un giovane che non sa sognare è un giovane anestetizzato; non potrà capire la vita, la forza della vita. I sogni ti svegliano, di portano in là, sono le stelle più luminose, quelle che indicano un cammino diverso per l’umanità. Ecco, voi avete nel cuore queste stelle brillanti che sono i vostri sogni: sono la vostra responsabilità e il vostro tesoro. Fate che siano anche il vostro futuro! (Papa Francesco)

Le parole del papa mi entrarono nel cuore e come un balsamo curavano le ferite che erano presenti. C’è chi dice che eravamo in 70.000 e chi diceva che eravamo in 100.000; i numeri non fanno la differenza, in quel antico luogo si stava davvero bene. Le parole del papa lasciarono spazio alla festa e Roma si vestì con uno dei suoi abiti serali davvero magnifici. Io mi unii ad un gruppo di Avezzano sotto la sapiente guida di Don Antonio Allegrtti responsabile della pastorale giovanile diocesana e mio amico di vecchia data, e camminammo per Roma: San Bartolomeo all’Isola Tiberina, il Ghetto, Campo dè Fiori e Sant’Andrea della Valle furono le nostre tappe. Il giro si concluse sul balcone della casa del fratello del don; penso di non aver mai dormito così bene in vita mia, in compagnia di amici e sotto il cielo di Roma.

6°: Roma – Avezzano:

Alle ore 4 del mattino già eravamo in via della Conciliazione pronti per entrare in piazza San Pietro. Puzzavamo come capre, eravamo stanchi ed io avevo sempre quel dolore provocato da quella maledetta vescica sotto il piede sinistro. L’attesa della santa messa fu una vera e propria prova di forza, c’è chi si è sentito male come il povero Martino compagno di viaggio: fortuna che c’erano i vigili del fuoco vaticani che ci hanno spruzzato acqua fresca così da rinfrescarci. Dopo la messa e l’angelus del papa eravamo pronti a ripartire. I saluti sono la parte peggiore del viaggio! C’è chi si saluta sapendo di rivedersi oppure chi si saluta per l’ultima volta: una cosa non potrò mai dimenticare, ed è il legame di amicizia e stima che si è creato tra i partecipati.

Il mio viaggio, nonostante l’arrivo, continua.

Marsicana: la Battaglia dei Piani Palentini, uno scontro europeo nel cuore della Marsica

Marsicana: la Battaglia dei Piani Palentini, uno scontro europeo nel cuore della Marsica

Un giovane principe contro un re maturo, uno scontro che sancì la fine del dominio svevo nel sud Italia e l’affermazione del potere francese Angioino.

In questo numero speciale di Marsicana parleremo, a ridosso del giorno in cui cade il 750° anniversario, delle vicende che portarono Svevi ed Angioini nel confrontarsi militarmente nei Piani Palentini.

“Carlo venne in Italia e, per ammenda, vittima fé di Curradino” (Dante, Purgatorio XX vv. 67-68)

Re Carlo I D’Angiò, statua situata nel Palazzo Reale di Napoli

Protagonisti di questa guerra sono due figure molto diverse tra di loro: da una parte abbiamo il diciottenne Corradino di Svevia, figlio di Corrado e nipote del grande imperatore Federico II di Svevia. Dall’alta abbiamo Carlo I d’Angiò, molto più grande di Corradino, fratello di re Luigi IX di Francia che sarà poi proclamato santo dalla chiesa cattolica – molto bella è la chiesa a Roma a lui dedicata ed abbellita con le opere del Caravaggio-.

Cosa portò questi due mondi così diversi alla guerra? Lo scontro iniziò quando il regno di Sicilia venne concesso, dal papa Clemente IV – al secolo il francese Guy La Gross, morto il 29 novembre del 1268- a Carlo I d’Angiò. Questo provocò le ire dei ghibellini siciliani che chiesero aiuto al giovanissimo Corradino. Il giovane principe univa in se sia le speranze di vedere una nuova unificazione del sud Italia e sia la grandezza di suo nonno, Federico II di Svevia. Nonostante la batosta presa dallo zio Manfredi nella battaglia di Benevento nel 1266, la stella di Corradino non si offuscò, anzi.

Corradino di Svevia, statua che si trova all’interno della basilica di Santa Maria del Carmine Maggiore (Napoli)

Nel febbraio del 1268, la città di Lucera fedele alla casata degli Svevia, venne assediata da Carlo I per liberarla dalle poche sacche arabe presenti in città: quale banco di prova più adatto per il giovane principe. Da quel momento i due sovrani iniziarono un gioco alla rincorsa che si arrestò nei pressi dei Piani Palentini. L’esercito di Corradino poteva vantare ben 9.000 uomini mentre quello di Carlo I ben 6.000. Come si diceva nel titolo questo fu un vero e proprio scontro europeo: arabi, spagnoli, tedeschi, romani e pisani per Corradino mentre francesi ed italiani per Carlo I. L’Europa che si fermò sul fiume Salto. Le truppe di Corradino erano divise in tre armate: la prima comandata dallo stesso Corradino e da Federico I Baden-Baden, la seconda da Galvano De Lancia e la terza da Enrico De Lancia. Mentre le truppe di Carlo I vennero divise in due armate, l’una comandata dal famoso Alardo De Valèry e l’altra da Guglielmo Stendardo.

L’inizio dello scontro vide una netta vittoria del giovane Corradino, favorita anche dalla superiorità tecnica del suo esercito. Ma il giovane principe fece male i suoi calcoli, nell’esercito angioino c’era Alardo de Valèry, che aveva combattuto le crociate e dai nemici saraceni aveva assorbito delle tattiche militari vincenti. Fece vestire con gli abiti da guerra del re Henry De Cousances, aiutante di campo di Carlo I che venne subito ucciso dalle truppe di Corradino. Questi, galvanizzati dalla notizia della morte dell’odiato francese, abbassarono la guardia; fu proprio questo errore a portare alla disfatta lo Svevia. Corradino ed il suo staff fuggirono verso sud dove, a Torre Astura nei pressi di Nettuno, venne tradito da Giovanni Frangipane e consegnato a re Carlo. Corradino venne decapitato a Napoli, presso piazza del Mercato, il 29 ottobre del 1268.

Antico documento che mostra la battaglia dei Piani Palentini

Battaglia di Tagliacozzo oppure Battaglia dei Piani Palentini? Questo è un grande dilemma arricchito anche da una sorta di nostalgico campanilismo. Dante Alighieri, dall’altro della sua importanza nella cultura italiana e mondiale, citò giustamente Tagliacozzo indicando la contea più grande ma, non prendendo parete alla battaglia, non conosceva il luogo reale dove si è svolto lo scontro. Comunque la si chiami, bisogna ricordarla questa battaglia sia perché il destino medievale del sud Italia è passato lungo le nostre terre -segnando la sorte della potenza sveva in Italia- ma sopratutto perché con la guerra non si sistema mai nulla.

Kahoolawe, l’isola fantastica inaccessibile. Noi ti sveliamo il segreto per entrarci

Kahoolawe, l’isola fantastica inaccessibile. Noi ti sveliamo il segreto per entrarci

Non è facile visitare una delle isole meno visitabili delle Hawaii, l’isola di  Kahoolawe. Un modo però c’è qualora qualcuno voglia avventurarsi in questa misteriosa realtà. Sì, puoi visitare Kahoolawe. Ma non è facile. E’ la più piccola delle otto principali isole hawaiane. Kahoolawe e le sue acque circostanti sono per legge vietate al pubblico.

Il tuo unico modo di sbarcare è attraverso opportunità di lavoro volontario offerte durante tutto l’anno. Considerato inabitabile a causa delle sue dimensioni ridotte – solo 44,6 miglia quadrate – e la mancanza di acqua dolce, Kahoolawe divenne un campo di addestramento e di bombardamento per l’esercito americano dopo la seconda guerra mondiale. Nel 1990, dopo decenni di proteste, questi esercizi di fuoco finirono. I militari hanno trasferito formalmente il controllo di Kahoolawe allo Stato delle Hawaii nel 1994.

La Legislazione statale delle Hawaii stabilì la Kahoolawe Island Reserve Commission (Kirc), assicurando che l’isola e le sue acque circostanti sarebbero state preservate per le generazioni future. Il Kirc fa molto affidamento sugli sforzi dei volontari per aiutare il restauro dell’isola. Il gruppo offre viaggi di lavoro settimanali a Kahoolawe. I volontari si incontrano a Maui il lunedì mattina, prima di essere trasferiti a Kahoolawe dove lavorano dal lunedì al giovedì. C’è una tassa di 100 dollari  che copre i costi di trasporto da Maui a Kahoolawe, cibo e imbarco.

Cosa puoi aspettarti di fare sull’isola con il Kirc? Lavori di restauro su larga scala. Le mansioni variano, ma in questo periodo gli operai si impegnano a piantare la flora nativa o a rimuovere le erbacce invasive, fondamentali per ristabilire l’ecosistema un tempo devastato dell’isola. Non è tutto lavoro. I volontari imparano la storia di Kahoolawe, sia antica che contemporanea, e praticano i canti hawaiani e altre tradizioni culturali.

La base operativa  è situata all’estremità meridionale di Kahoolawe e comprende edifici con zona notte, cucina e sala da pranzo. I servizi moderni includono servizi igienici ed elettricità. C’è una lista d’attesa per i viaggi di lavoro volontari, poiché Kirc porta ogni settimana da 20 a 25 volontari sull’isola. Quando vengono assegnati a un viaggio di lavoro, i volontari sono tenuti a completare un orientamento. La sessione informa i volontari di consigli di sicurezza, rischi ambientali e fornisce un background culturale dell’area.

Clicca qui per iscriverti al lavoro di volontariato. O per richieste specifiche, chiama il numero (808) 243-5020 o l’amministratore di posta elettronica @ kirc.hawaii.gov. Puoi leggere tutto sulla storia del restauro di Kirc cliccando qui . L’Organizzazione non profit Protect Kahoolawe Ohana offre anche un simile viaggio di lavoro attraverso un accordo di gestione con KIRC. I viaggi avvengono mensilmente e si basano sull’estremità nord dell’isola. Fino a 60 volontari possono essere ospitati in un solo viaggio. Se sei interessato a fare volontariato con il Pko clicca qui . Per ulteriori informazioni sui lavori di restauro del Pko sull’isola, clicca qui . Basta ricordare che un soggiorno su Kahoolawe non è un viaggio informale.  “È un lavoro duro”, dice Nahoopii del Kirc, “non è l’Hilton Hawaiian Village”.

Il bunker di nostra Signora di Sion, dove si nasconde l’Arca perduta

Il bunker di nostra Signora di Sion, dove si nasconde l’Arca perduta

Secondo il libro dell’Esodo, le Tavole della Legge contengono i dieci comandamenti che Dio ha dato a Mosè sul Monte Sinai. Alcuni fanno risalire l’evento al 1440 a.C.. Uno dei viaggi più affascinanti al mondo è quello alla ricerca dell’arca perduta. Ma non è quella del film. L’Arca dell’Alleanza è un gioiello, una reliquia dell’Antico Testamento, presente in Etiopia fin dal tempo di Menelik I, sovrano figlio di Salomone e della Regina di Saba, portata in Etiopia da un gruppo di nobili ebrei come dono per il sovrano di Axum. La città santa degli etiopi conserva ancora oggi questo santo sigillo dell’Alleanza fra gli antichi ebrei e il Signore, e viene ogni anno portata in processione nel giorno della Teofania per essere venerata dai fedeli che accorrono in massa. Per tutto il resto dell’anno, solamente ai Guardiani dell’Arca – pochi monaci scelti fra i più casti e puri del monastero – è permesso vederla e prendersene cura. Nemmeno il Patriarca etiope può visitare il santuario.

Al contrario di alcune leggende metropolitane, l’Arca non è stata mai trafugata. Come ha riportato Tigrai Online, un giornale etiope, l’Arca dell’Alleanza è al suo posto, al sicuro, e nessuno l’ha rubata. La riprova che questa è una notizia falsa si ha dalla quantità di link e siti con date discordanti su quando sia avvenuta, ci sono post del 2016, del 2014 e del 2011 che parlano del trafugamento dell’Arca, ogni volta con gli stessi particolari. Chissà per quale motivo si cerca di scandalizzare il mondo con questa notizia… ma l’importante è sapere che l’Arca è al sicuro.

Le leggende apocrife, parte del patrimonio e della tradizione comune in Nordafrica e in alcune regioni del Medio Oriente, attribuiscono poteri soprannaturali alle Tavole. Intorno a queste leggende se ne sono intrecciate delle altre, inclusa la presunta ossessione nazista per l’occultismo e le reliquie che avrebbe dato a Indiana Jones una delle sue missioni più famose.

La verità, però, è che dopo la distruzione del Tempio di Salomone a Gerusalemme nessuno sa con certezza dove sia finita l’Arca dell’Alleanza. Dopo essere scomparsa senza lasciare traccia – e senza alcuna registrazione conosciuta relativa alla sua ubicazione (assumendo che sia sopravvissuta alla distruzione del Tempio) –, è ancora uno dei più grandi misteri dell’archeologia.

Quasi 45 milioni di cristiani ortodossi etiopi sono tuttavia sicuri che l’Arca dell’Alleanza sia stata portata quasi 3.000 anni fa ad Aksum, nel nord dell’Etiopia, e che da allora sia stata custodita dai monaci nell’umile chiesa di Santa Maria di Sion.

Chi può entrare nella chiesa?  Nessuno al di là dei monaci guardiani ha il permesso di entrare nella chiesa. Uno dei pochi a cui sia mai stato permesso di parlare ai monaci è lo storico Ephrem Brhane, che si è dedicato a guidare pellegrini, fedeli e turisti di tutto il mondo ad Aksum e riferisce che “Abba Gebre Meskel è convinto al 100% che si tratti dell’Arca autentica. Non solo ha la forma esatta descritta nella Bibbia, ma brilla anche di una luce straordinaria”.

Si può vedere l’Arca? Per sette giorni al mese, prima del sorgere del sole, i monaci di Santa Maria di Sion portano una copia dell’Arca in processione. Ogni chiesa ortodossa in Etiopia ha una copia dell’Arca. In genere, ogni mese assiste alla processione quasi un migliaio di fedeli. La vecchia cappella di Nostra Signora di Sion sembra aver compiuto il suo dovere: varie crepe nel tetto hanno costretto i monaci ad avviare la costruzione di un nuovo tempio accanto a quello attuale, nel quali i monaci porteranno l’Arca nel massimo segreto. Nessuno saprà che l’Arca è stata spostata un’altra volta, nel nuovo tempio, fino al giorno dopo l’accaduto.

Holy Trinity greek orthodox monastery in Detroit

Holy Trinity greek orthodox monastery in Detroit

Reportage tra i ghiacci del Canada di Pietro Guida (26)

L’esperienza più coinvolgente e intensa che ho vissuto durante il mio viaggio nel nord America è stata sicuramente il soggiorno nel monastero greco ortodosso di Holy Trinity, nel Michigan. Alcuni anni fa mio cugino Sam, cristiano cattolico, ingegnere di 27 anni di successo in Canada e poi negli States, fu invitato da una sua cara amica a trascorrere un periodo di riposto dal lavoro nel monastero vicino Detroit. Qualcosa scattò dentro di lui tanto che si convertì alla religione cristiana ortodossa donando da allora la sua vita a Cristo e ritirandosi nella clausura di Holy Trinity. Si ratta di una grande tenuta precedentemente proprietà di un ricco uomo d’affari.

Reportage tra i ghiacci del Canada di Pietro Guida (25)

Reportage tra i ghiacci del Canada di Pietro Guida (30)

Reportage tra i ghiacci del Canada di Pietro Guida (31)

Reportage tra i ghiacci del Canada di Pietro Guida (32)

Reportage tra i ghiacci del Canada di Pietro Guida (33)

Io,insieme ad altri cinque ospiti, siamo stati accolti e assistiti premurosamente per tre giorni. Ci hanno accolto come fossimo compagni di sempre. Le loro preghiere nel cuore della notte all’interno della mistica cappella del monastero traboccante di icone, i rintocchi della tavola del Vecchio testamento che invitano alla preghiera alle 4 del mattino, la funzione religiosa nel giorno di festa che comprende anche il pranzo semplice, dignitoso e rigorosamente vegetariano per tutti i fedeli (sic), e la frutta fresca insieme ai biscotti bagnati e insaporiti dal loro sciroppo d’acero sono tutti doni che resteranno sigillati per sempre nel mio cuore.

Reportage tra i ghiacci del Canada di Pietro Guida (27)

Reportage tra i ghiacci del Canada di Pietro Guida (28)

Reportage tra i ghiacci del Canada di Pietro Guida (29)

Reportage tra i ghiacci del Canada di Pietro Guida (34)

Reportage tra i ghiacci del Canada di Pietro Guida (35)

Mi sono sentito come un povero sostenuto, come un ammalato assistito, come un disperato consolato. I gabbiani che volano liberi all’orizzonte, illuminati dal riflesso del tramonto che splende sul lago, mi ricorderà per sempre la stessa libertà dei monaci di clausura a Holy Trinity.

Reportage tra i ghiacci del Canada di Pietro Guida (36)

Reportage tra i ghiacci del Canada di Pietro Guida (37)

Reportage tra i ghiacci del Canada di Pietro Guida (38)

Reportage tra i ghiacci del Canada di Pietro Guida (39)

Le foto di carattere naturalistico sono state scattate con Canon EOS 40D, Canon 70-200mm f/4.0, Sigma 10-20mm f/4-5.6

Reportage dai ghiacci del Canada e i grandi laghi del Nord America

Reportage dai ghiacci del Canada e i grandi laghi del Nord America

Reportage tra i ghiacci del Canada di Pietro Guida (1)Quando decisi di andare in Canada non immaginavo di trovarmi di fronte a un territorio così aggressivo e allo stesso tempo affascinante. Credevo che a marzo il freddo nella zona dei grandi laghi sarebbe stato contenuto e non avrebbe creato problemi a uno come me, che vive tutto l’anno in zona di montagna. Eppure il clima che ho trovato nella prima settimana di marzo 2009 mi ha reso la vita difficile, soprattutto in occasione di escursioni fotografiche. Ma anche per questo quello in Canada è stato un viaggio incredibile,  tra i grandi laghi del Nord America, tra i ghiacci, in un ambiente incontaminato e selvaggio, dove il freddo orienta tutte le scelte sociali delle popolazioni. Ma è stato anche un viaggio per conoscere meglio una cultura affascinante.

Reportage tra i ghiacci del Canada di Pietro Guida (2)

Territorio e popolazione

Reportage tra i ghiacci del Canada di Pietro Guida (3)

In Canada la gran parte del territorio non è accessibile a causa dei ghiacci, soprattutto nei mesi freddi. Ma nella zona dei Grandi Laghi la situazione è migliore. Ai confini con gli Stati Uniti il territorio è prevalentemente turistico ma l’ambiente naturale comunque ricco di spunti. Il 75 per cento della popolazione vive a meno di 250 chilometri dalla frontiera Usa, tra le più lunghe del mondo, estesa per quasi cinquemila chilometri!

Reportage tra i ghiacci del Canada di Pietro Guida (4)

I grandi laghi

Reportage tra i ghiacci del Canada di Pietro Guida (5)

A farmi da guida lungo le coste dei grandi laghi come l’Ontario è stato mio zio Cleto che abita in Canada da una vita e che per molti anni ha portato a termine viaggi ed escursioni tra i ghiacci del Nord America . La prima volta che mi sono trovato a fotografare l’alba sulla riva di questa specie di mare senza sale e semigelato è stata un’esperienza eccezionale.

Reportage tra i ghiacci del Canada di Pietro Guida (6)

L’acqua che mi schizzava sul viso si trasformava in una decina di secondi in pezzetti di ghiaccio. Difficile fotografare in quelle condizioni, tanto che avevo addirittura pensato di desistere dal tentativo, soprattutto a causa della febbre alta. Oltre all’incoraggiamento di mio zio, provvidenziale è stato anche il famoso sciroppo d’acero canadese a base di paracetamolo. I grandi laghi d’inverno sono incantevoli, e vedere un mare che gela è avvincente. Ma da un punto di vista strettamente turistico consiglio visite nel periodo estivo o primaverile.

Reportage tra i ghiacci del Canada di Pietro Guida (7)

Reportage tra i ghiacci del Canada di Pietro Guida (50)

Il Freddo

Reportage tra i ghiacci del Canada di Pietro Guida (8)

Anche la vita sociale è condizionata dal grande freddo invernale. Le abitazioni, soprattutto nelle zone periferiche, sono molto calde e accoglienti, riscaldate con impianto a gasolio che fa funzionare il condizionatore. Le strade dei piccoli centri sono prevalentemente vuote per la maggior parte del giorno. La vita sociale si svolge soprattutto nelle case, nei club e nei locali pubblici. Difficilmente le strade vengono percorse a piedi nel periodo invernale. Nelle abitazioni private, escluso nelle metropoli, c’è la consuetudine di togliersi le scarpe quando si varca la soglia della porta d’ingresso. Un costume che ritengo poco utile e sconveniente, anche perché dettato semplicemente da questioni pratiche sterili. Non è l’unico modo per evitare che in casa entri lo sporco visto che esistono i tappeti. Inoltre non tutte le case hanno moquette e parquet, e camminare scalzi sul pavimento in ceramica non è il massimo. Per quanto riguarda le basse temperature, nell’entroterra le condizioni sono ancora più estreme. Le temperature medie oscillano intorno ai -15 gradi con picchi di -40.

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Parchi

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Reportage tra i ghiacci del Canada di Pietro Guida (15)

In Canada la concezione dello spazio è completamente diversa da quella europea. Le aree protette sono immense e numerosissime. Ho visitato il Parco Nazionale delle Mauricie, quello del Gaspesiè, ma anche i parchi urbani come il Tommy Thompson Park di Toronto o l’High Park. Per un viaggio in Canada consiglio almeno dieci giorni di vacanza. Io sono stato otto giorni, ma due giorni in più mi avrebbero permesso di visitare almeno un altro parco naturale. Per chi non è interessato ai parchi consiglio una vacanza di sette giorni se dotati di auto.Reportage tra i ghiacci del Canada di Pietro Guida (11)

Reportage tra i ghiacci del Canada di Pietro Guida (12)Il viaggio

Reportage tra i ghiacci del Canada di Pietro Guida (13)

Da Roma Fiumicino sono sceso a Toronto che ritengo una delle città dell’America settentrionale più accoglienti. Il Lester Pearson International Airport si trova a nordovest della città, a pochi minuti dal centro, a 16 miglia (25 km). E’ ben collegato con autobus, che portano al centro con circa 15 dollari, oppure con la metropolitana, utilizzando il Toronto Transit Commission. La metro è ben collegata con bus e tram disponibili dalle 6 del mattino all’una e mezza di notte. Una corsa in metro costa due dollari e mezzo circa.

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Toronto multietnico

Reportage tra i ghiacci del Canada di Pietro Guida (18)
È una vera metropoli multietnica. Quello che mi ha colpito di più è stato l’aspetto multiculturale della città. Dei suoi due milioni e mezzo di abitanti (cinque e mezzo nell’area metropolitana) solo il 36 per cento è di origine non europea. Se si prova a chiamare il numero telefonico di emergenza, 911, c’è la possibilità di colloquiare in ben 150 lingue. A Toronto, infine, mezzo milione di persone ha origine italiana.

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Le cascate del Niagara

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Fotografare le cascateReportage tra i ghiacci del Canada di Pietro Guida (43)

Da un punto di vista tecnico non è semplice fotografare le cascate nel periodo invernale. Non è difficile però trovare la giusta posizione per un’inquadratura adeguata. Nonostante il grande afflusso di turisti, le postazioni disponibili per ottenere un buon punto di vista non mancano. Il problema principale sono la brinata sull’obiettivo, le goccioline di acqua che si formano in continuazione e in pochi secondi, e la nebbiolina nell’atmosfera. Dopo pochi minuti mi sono ritrovato fradicio. Il vero problema è scattare con il cavalletto in tempi lunghi, in modo da rendere soffice l’acqua delle cascata e dare una buona esposizione al resto dell’ambiente. L’unica possibilità è pulire l’obiettivo e scattare subito, riprovando fino a quando non si trova scova “l’attimo fuggente”.

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Reportage tra i ghiacci del Canada di Pietro Guida (46)

Il tuffo

Reportage tra i ghiacci del Canada di Pietro Guida (45)

Di solito perseguito ogni giorno la cronaca per il lavoro di giornalista che svolgo. In questa occasione è stata la cronaca a perseguitare me. Era il 12 marzo e quel giorno, dopo aver fotografato laghi e montagna del nord potevo finalmente dedicarmi alle cascate. Quello che mi aveva impressionato subito dopo aver visto la portata di quella sorta di mare dolce piegato dalla forza di gravità era stato in senso di vuoto che le cascate trasmettevano. Pensai: «sarebbe terribile finirci dentro, non ne rimarrebbe neanche un pezzetto su qualcuno dovesse precipitarvi». Subito dopo le grida dei turisti. Una curiosità sulle cascate, infatti, riguarda il tentativo dell’essere umano ripetuto nei decenni di saltare le cascate senza morire. L’ultimo tentativo è avvenuto proprio davanti ai miei occhi, il 12 marzo, e io ero lì. Tutto iniziò, però, nel 1829 quando ci provò Sam Patch, soprannominato appunto il saltatore yankee. Volò dalla Cascata del Ferro di Cavallo. Da allora cominciò una corsa la tuffo. Molti furono i morti. Nel 1960 cadde dalle cascate anche un bimbo di sei anni e sopravvisse miracolosamente grazie al salvagente. Nel 2003 ci fu il primo salto senza protezione di alcun genere. Nessuno è però mai sopravvissuto al volo dal lato statunitense delle cascate. Il secondo avvenne proprio nel momento in cui io ero lì. Quel giorno è iniziato da quelle grida intense dei turisti. E anche io ero lì da turista. L’istinto di passare dal turismo alla cronaca è stato immediato. Ma il desiderio, per una volta, di stare da un altro lato della visuale mi affascinava allo stesso modo. Al di là di tutto ciò, c’era un uomo di 30 anni che rischiava il congelamento. Si era gettato dalla Cascata del Ferro di Cavallo dopo aver scavalcato la ringhiera. L’intervento dell’elicottero è stato molto tempestivo.

Reportage tra i ghiacci del Canada di Pietro Guida (49)

Reportage tra i ghiacci del Canada di Pietro Guida (47)

Reportage tra i ghiacci del Canada di Pietro Guida (48)

La Tower

Reportage tra i ghiacci del Canada di Pietro Guida (22)

Non si può andare in Canada senza visitare la Canadian National Tower, alta 553.3 metri. Viene ancora definita dai residenti come la torre più alta del mondo, anche se nel 2007 è stata superata dal grattacielo Burj Dubai. Il panorama è fantastico. Si può mangiare nel ristorante interno ruotante, guardando tutto il panorama senza alzarsi dalla sedia. I prezzi sono molto alti. Solo per visitare la torre si pagano circa 50 dollari.

Reportage tra i ghiacci del Canada di Pietro Guida (23)

Casa Loma
Ho visitato il castello del Canada con grande piacere soprattutto per l’atmosfera che trasmette grazie alla bellezza medievale della costruzione realizzata su una collina. In origine era l’abitazione del finanziere canadese Sir Henry Pellatt. Fu realizzata nel 1911 su commissione di Pellatt dal famoso architetto E J Lennox. Più di trecento uomini, nel giro di tre anni, realizzarono un’abitazione da sogno, costata tre milioni e mezzo di dollari, che oggi è proprietà del Comune di Toronto. La visita può essere portata a termine in pochi minuti e ne vale veramente la pena.

Lo Shopping

Reportage tra i ghiacci del Canada di Pietro Guida (24)

Ci sono centinaia di luoghi dove fare compere nella zona di Toronto. Consiglio però l’Eaton Centre, il più grande centro commerciale della città. Si può trovare di tutto, e c’è un negozio per ogni esigenza. I prezzi a me sono sembrati in linea con quelli italiani. Un po’ più alti quelli d’abbigliamento di marca, un po’ più bassi quelli di hobbistica e in linea con i prezzi europei quelli del settore digitale e informatico.

La cucina

La cucina canadese a me è sembrata di ottimo livello soprattutto grazie alla presenza di ristoranti gestiti dagli immigrati provenienti da molti Paesi europei. Ma è possibile provare, soprattutto a Toronto, specialità provenienti da tutto il mondo. Per quanto riguarda le mance, se il servizio vi ha soddisfatto in Canada si lascia al cameriere il 15 per cento del conto totale. Attenti però ad alcuni ristoranti che, in caso di grandi gruppi, aggiungono in modo automatico la maggiorazione percentuale. Il pezzo forte della cucina in Canada è senza dubbio la colazione, simile a quella all’inglese, ma più abbondante e proteica, con frutta, dolci, latte, aranciata. Consiglio a tutti i pancakes allo sciroppo d’acero. Il pranzo è abbastanza leggero, mentre la cena, intorno alle 18.30, più ricca.

Turchia e i quartieri nascosti di Istanbul

Turchia e i quartieri nascosti di Istanbul

Unica città al mondo situata a metà tra due continenti, Istanbul ti sorprenderà con il suo stile originale, a cavallo tra le antiche tradizioni e le nuove tendenze. Capitale vibrante e cosmopolita, ti lascerà senza fiato per le sue bellezze, testimoni di oltre duemila anni di storia gloriosa. Affascinante, coinvolgente, ospitale e imprevedibile. Lasciati sedurre dalla magia dell’ incontro tra Oriente e Occidente.
Malgrado gli sforzi che i turchi compiono da anni per attribuire a Istanbul un’immagine occidentale, (basti pensare che nel 2010 è stata anche “Capitale Europea della Cultura”), in realtà resta una città con tratti decisamente orientali dove predomina la religione musulmana. Ma proprio questo è il suo fascino: se su alcune vie dei quartieri eleganti del centro sembra di trovarsi a Parigi, pochi isolati più avanti ci si immerge nei bazar tra spezie e mercanzie tipicamente arabe.

I quartieri più antichi e interessanti della città si trovano nella parte europea, lungo il Corno D’Oro, l’insenatura a forma di corno appunto, che confluisce nel Bosforo creando una spettacolare baia sovrastata dagli altissimi minareti dei due simboli di Istanbul – la Basilica di Santa Sofia e la Moschea Blu – e di quelli della Moschea di Solimano nonché, sulla punta del promontorio, dal Palazzo Topkapi, dimora dei sultani. Istanbul rappresenta bene l’essenza della Turchia: un luogo dove tradizione e modernità convivono e, a volte, si fondono sulle rive del Bosforo. Orhan Pamuk dice che Istanbul non porta tristezza “come una malattia temporanea”, oppure “un dolore di cui liberarsi”, ma come una scelta. Una scelta da fare consapevolmente e senza pregiudizi.

Consigli gourmet e modernità. Karaköy, quartiere a poche centinaia di metri dal ponte di Galata, è il posto giusto per trovare piccoli negozi di design e bar dove prendere un aperitivo. Non mancano i ristoranti, che propongono ottimo pesce, oltre ai tipici antipasti turchi. Qui al tramonto, anche d’inverno, le strette strade si affollano di giovani che bevono e mangiano in compagnia, soprattutto all’aperto: e il quartiere diventa una sorta di unico e grande locale dove condividere chiacchiere e specialità gastronomiche.

Getty Images. Per provare l’esperienza di una tradizionale meyhane (taverna) bisogna invece andare nello storico quartriere di Balat. L’usanza della meyhane risale all’epoca bizantina e vede uomini e donne sedere attorno a tavoli apparecchiati con cura a degustare lentamente i luculliani pasti turchi. Un indirizzo per andare sul sicuro è Balat Sahil Restoran (Ayvansaray Mahallesi, Mürselpaşa Caddesi No. 245, Balat Balat): scegliete i vostri meze preferiti dal ricco menu e godetevi l’atmosfera d’altri tempi.

Gli amanti della mixology devono andare da Finn Karaköy (Necatibey Caddesi, Arapoğlan Sokak No.8/B, Karaköy), dove si può anche mangiare, e da Efendi (Hacı Emin Efendi Sokak, No 28/A Topağacı) per ascoltare ottima musica sorseggiando un cocktail d’autore.

Fatih. Se sei a Istanbule e sei stanco del centro più turistico della città, allora se sei coraggioso devi inoltrarti nel vecchio quartiere di Fatih. Quando io ci andai, era un pomeriggio invernale di tanti anni fa. Da allora la mia vita si trasformò, e tutto quello che avvenne dopo, fino a oggi, fu condizionato in modo irreversibile da quell’incontro misterioso e illuminante. Da allora chiunque venne a conoscenza di questa storia cambiò il suo modo di amare, quello di essere amato e la propria vita, per sempre.
Avevo deviso di avventurarmi nel vecchio rione della città antica, un luogo ricco di odori forti, di colori spenti e di atmosfere inquietanti, quasi fosse infestato dai fantasmi. Il sole cominciava a calare e il buio di quei vocoli già scuri cominciava a calare. I barili di metallo infuocati lungo i vecchi banchi governati da anziani mi scaldavano il viso gelato dal freddo. Qualcuno si sfregava le mani e chiacchierava, altri passavano di corsa, per fare ritorno verso casa, mac’era anche chi beveva il tipico bocchierino di tè della sera, aspettando che qualcosa cambiasse da quelle parti, anche se poi non cambiava mai niente e le cose andavano sempre peggio.

Io ero lì, stupito dal tempo, a rincorrere il sogno di qualcosa di grande, a raccogliere i frutti delle mie riflessioni e a cercare invano le tisposte delle mie insistenti domande a me stesso.
Ero lì alla ricerca dell’eternita perduta, alla scoperta di una vita nuova, a caccia di ciò che non possedevo, e non sapevo che già l’avevo trovata.Mancava ancora qualcosa, però, e io in quel momento non sapevo di essere al centro del mondo, il punto più vicno a ciò che gli uomini chiamano amore. Era arrivato il momento di stabilire cosa contasse e cosa no, era quello l’attimo giusto per consegnare lo spazio della vita alla distanza e il tempo ai momenti dell’amore.

Mangiare italiano? Se siete a Istanbul e volete mangiare, forse perché non riuscite proprio ad ambientarvi nell’atmosfera locale, qualcosa che assomigli al cibo italiano, l’unica possibilita è Esmer Chef, ristorante che si trova in piazza Sirkeci, vicno alla zona vecchia e centrale della città.
Alcuni primi di pasta, anche se sembra strano, sono al lovello di quelli italiani. Attenti alle penne all’arrabbiata, sono carichissimi di peperoncino in polvere.
C’è anche la pizza ed è accettabile. I secondi sono tipici locali, ma senza tutte quelle spezie indecifrabili, o per lo meno ce ne sono di meno.
Il prezzo è al di sotto della media italiana, basti pensare che un primo di pasta costa 12 lire turche, cioè circa 4 euro.
Il locale è carino e affollato, ma la porta chesi apre e chiude, in inverno, lo rende freddo. Per questo motivo pmeriterebbe un pinteggio di 3, ma per questa volta non ne tengo conto, anche perché mi ha permesso di mangiare pasta a Istanbul. Altrove è incommestibile e condita con strane poltiglie che al palato di un italiano potrebbero apparire disgustose.

Dove dormire a Istambul? Se vuoi il lusso si può scegliere Glh premium Regency Suites & Spa, costruito in stile contemporaneo. E’ situato nel centro della città vecchia di Istanbul, a 200 metri dalla drammatica Moschea Blu, Basilica di Santa Sofia, Palazzo Topkapi, Museo Archeologico, Cisterna Basilica e molti altri monumenti storici e 500 metri da il Gran Bazar. La nostra terrazza offre viste panoramiche sul Bosforo e sulla Moschea Blu. Siamo a 15 chilometri dal principale aeroporto Ataturk di Istanbul.

Sahara, il paradiso rosa dell’Africa sconosciuta

Sahara, il paradiso rosa dell’Africa sconosciuta

Il deserto più bello è quello che si snoda nella parte centrale del Sahara algerino e tra le propaggini occidentali dell’altopiano del Tassili N’Ajjer, risultato della nostra lunga esperienza che ci porta ad essere leader sui viaggi sahariani. E’ una zona sicura molto ben controllata dalle autorità algerine. Un itinerario che offre la possibilità di conoscere i numerosi aspetti del grande deserto del Sahara: l’alternarsi degli affascinanti paesaggi di dune, i variegati e imponenti agglomerati di montagne d’arenaria con le loro forme sempre diverse, vallate ricche di vegetazione, sorgenti di acqua nascoste in profondi canyon, l’incontro con i nomadi Tuareg e gli scenografici siti di pitture rupestri del neolitico pastorale.

 

Le dune rosa dell’Erg d’Admer, l’essenza della bellezza del deserto, poi l’erg Tihodaine con le sue enormi dune arancio che cambiano colore a seconda delle ore del giorno, ed eccoci nella Monument Valley del Sahara con spettacolari montagne . Per concludere la zona di Tikobaouine, vero e proprio labirinto di rocce modellate dal vento dalle forme fantasmagoriche. Condotti da esperte guide Tuareg, entreremo in questo territorio dove tutto è rimasto immutato da millenni, da quando gli ultimi cacciatori neolitici lasciarono testimonianze della loro vita con magnifiche pitture rupestri.

Le notti sotto alle stelle attorno al fuoco ci lasceranno certamente emozioni profonde. Automezzi Toyota con solo 3 passeggeri più autista per auto. Esperta guida-autista locale Tuareg di lingua francese e nostro accompagnatore italiano.

Il deserto assume caratteristiche diverse a seconda della zona: dalle pietre dell’Atlante Sahariano alle dune sabbiose man mano che ci si avvicina verso il centro. A sud est, al confine con la Libia, c’è la catena montuosa del Tassili n’Ajjer, al cui interno vi è un Parco nazionale, considerato Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco. Il punto più alto della catena è il monte Afao, alto 2158 metri. Il Tassili n’Ajjer è ricco di arte preistorica, con circa 15.000 tra pitture e incisioni rupestri. Questa zona è particolare per la presenza di una folta vegetazione e comprende le rarissime specie del mirto sahariano e del cipresso del Sahara.

La zona di Tikobaouine è tra le più affascinanti, con le sue rocce modellate dal vento nelle forme più disparate. Nella parte centrale, che va dall’oasi di Djanet a Tamanrasset, troviamo delle grotte anch’esse con opere rupestri risalenti alla preistoria, guglie di roccia, le dune rosa dell’Erg d’Admer e le dune dell’Erg Tihoidaine, che cambiano colore a seconda dell’ora del giorno.

La regione dell’Hoggar trasmette sensazioni molto forti, con i suoi altissimi picchi vulcanici e le piscine naturali tra le rocce, dove i tuareg si riforniscono d’acqua.

Le temperature in estate sono altissime: di giorno oscillano tra i 46°c e i 51°c, le precipitazioni sono quasi inesistenti. Va da sé che il periodo migliore per visitare il deserto algerino è l’inverno, da dicembre a febbraio: nonostante il grande freddo notturno, di giorno si trovano temperature decisamente più piacevoli. Per la parte settentrionale, è preferibile scegliere mesi primaverili o autunnali.

Spedizione nel Mui Ne, viaggio nel profondo Vietnam 

Spedizione nel Mui Ne, viaggio nel profondo Vietnam 

Un viaggio non è un viaggio se non è esclusivo, non in termini di lusso, ma in termini di unicità.  Quell nel profondo Vietnam è uno di questi.  Questo è il racconto della piccola città di Mui Ne, un tempo villaggio di pescatori, oggi meta sempre più ricercata dai turisti.  Mui Ne è una pittoresca cittadina di pescatori, brulicante di vita e tradizioni. Immersa nella vita di mare e nella natura selvaggia, circondata da risaie verdissime e rovine storiche, questo paesino della costa vietnamita si trova poco più a nord di Ho Chi Minh City. Anche se facile da raggiungere, non è quasi mai incluso nei tour o negli itinerari di viaggio. Ecco perché oggi voglio portarvi con me alla sua scoperta.

L’antico nucleo dei pescatori. La città si divide tra Phan Thiet, la sede amministrativa, e Mui Ne, il nucleo originario e l’antico villaggio dei pescatori. Gran parte degli hotel, resort e guest house si trova lungo la strada che collega i due centri abitati: i pullman da Ho Chi Minh City (prenotabili nelle agenzie locali) si fermano a richiesta in tutte le strutture della città. Il viaggio dura poco meno di sei ore e i prezzi si aggirano intorno ai 10 euro a tratta.

Il paesaggio marino. Un elemento costante del paesaggio di Mui Ne sono le Thung Chai, le tradizionali imbarcazioni tonde di Mui Ne, ricavate dalle foglie di palma: alcune, quelle più recenti, sono in fibra di vetro e coloratissime. Sembra quasi di ammirare tanti gusci galleggianti!

Gli amanti dei tramonti e della vita da spiaggia troveranno in Mui Ne un paradiso da cartolina: il vento soffia in tutte le stagioni, specie in inverno, per la gioia degli appassionati di kite surf! Ecco perché proprio qui si ritrovano gli sportivi da ogni parte del mondo. E il cielo di Mui Ne si punteggia di mille aquiloni colorati.

Da Phan Thiet a Mui Ne il paesaggio è immerso tra risaie verdeggianti e fattorie circondate da palme altissime: seguite le indicazioni per le Cham Towers per raggiungere le suggestive rovine storiche sulla collina, in splendida posizione panoramica.

Myanmar, il paese magico

Myanmar, il paese magico

Il Myanmar è un paese magico, ricco di storia e soprattutto di una miriade di luoghi sacri dove poter scoprire e vivere sulla propria pelle la profondità dei rituali buddhisti; uno di questi luoghi si trova nella città di Yangon, che è dominata da uno degli stupa più belli di tutto l’Oriente.

Stiamo parlando dello Shwedagon Paya, una cupola dorata alta 98 metri che brilla sotto i raggi del sole.

L’edificio è forse uno dei più belli di questa parte d’Asia ed è, inevitabilmente, il simbolo del paese, nonché simbolo identitario di tutti i buddhisti che vivono nella ex-Birmania; potrebbe benissimo essere inserito tra le Meraviglie del Mondo.

L’accesso al tempio costa 6€, una cifra irrisoria per un’incredibile esperienza di viaggio!