Category: Storia

Marsicana: la Battaglia dei Piani Palentini, uno scontro europeo nel cuore della Marsica

Marsicana: la Battaglia dei Piani Palentini, uno scontro europeo nel cuore della Marsica

Un giovane principe contro un re maturo, uno scontro che sancì la fine del dominio svevo nel sud Italia e l’affermazione del potere francese Angioino.

In questo numero speciale di Marsicana parleremo, a ridosso del giorno in cui cade il 750° anniversario, delle vicende che portarono Svevi ed Angioini nel confrontarsi militarmente nei Piani Palentini.

“Carlo venne in Italia e, per ammenda, vittima fé di Curradino” (Dante, Purgatorio XX vv. 67-68)

Re Carlo I D’Angiò, statua situata nel Palazzo Reale di Napoli

Protagonisti di questa guerra sono due figure molto diverse tra di loro: da una parte abbiamo il diciottenne Corradino di Svevia, figlio di Corrado e nipote del grande imperatore Federico II di Svevia. Dall’alta abbiamo Carlo I d’Angiò, molto più grande di Corradino, fratello di re Luigi IX di Francia che sarà poi proclamato santo dalla chiesa cattolica – molto bella è la chiesa a Roma a lui dedicata ed abbellita con le opere del Caravaggio-.

Cosa portò questi due mondi così diversi alla guerra? Lo scontro iniziò quando il regno di Sicilia venne concesso, dal papa Clemente IV – al secolo il francese Guy La Gross, morto il 29 novembre del 1268- a Carlo I d’Angiò. Questo provocò le ire dei ghibellini siciliani che chiesero aiuto al giovanissimo Corradino. Il giovane principe univa in se sia le speranze di vedere una nuova unificazione del sud Italia e sia la grandezza di suo nonno, Federico II di Svevia. Nonostante la batosta presa dallo zio Manfredi nella battaglia di Benevento nel 1266, la stella di Corradino non si offuscò, anzi.

Corradino di Svevia, statua che si trova all’interno della basilica di Santa Maria del Carmine Maggiore (Napoli)

Nel febbraio del 1268, la città di Lucera fedele alla casata degli Svevia, venne assediata da Carlo I per liberarla dalle poche sacche arabe presenti in città: quale banco di prova più adatto per il giovane principe. Da quel momento i due sovrani iniziarono un gioco alla rincorsa che si arrestò nei pressi dei Piani Palentini. L’esercito di Corradino poteva vantare ben 9.000 uomini mentre quello di Carlo I ben 6.000. Come si diceva nel titolo questo fu un vero e proprio scontro europeo: arabi, spagnoli, tedeschi, romani e pisani per Corradino mentre francesi ed italiani per Carlo I. L’Europa che si fermò sul fiume Salto. Le truppe di Corradino erano divise in tre armate: la prima comandata dallo stesso Corradino e da Federico I Baden-Baden, la seconda da Galvano De Lancia e la terza da Enrico De Lancia. Mentre le truppe di Carlo I vennero divise in due armate, l’una comandata dal famoso Alardo De Valèry e l’altra da Guglielmo Stendardo.

L’inizio dello scontro vide una netta vittoria del giovane Corradino, favorita anche dalla superiorità tecnica del suo esercito. Ma il giovane principe fece male i suoi calcoli, nell’esercito angioino c’era Alardo de Valèry, che aveva combattuto le crociate e dai nemici saraceni aveva assorbito delle tattiche militari vincenti. Fece vestire con gli abiti da guerra del re Henry De Cousances, aiutante di campo di Carlo I che venne subito ucciso dalle truppe di Corradino. Questi, galvanizzati dalla notizia della morte dell’odiato francese, abbassarono la guardia; fu proprio questo errore a portare alla disfatta lo Svevia. Corradino ed il suo staff fuggirono verso sud dove, a Torre Astura nei pressi di Nettuno, venne tradito da Giovanni Frangipane e consegnato a re Carlo. Corradino venne decapitato a Napoli, presso piazza del Mercato, il 29 ottobre del 1268.

Antico documento che mostra la battaglia dei Piani Palentini

Battaglia di Tagliacozzo oppure Battaglia dei Piani Palentini? Questo è un grande dilemma arricchito anche da una sorta di nostalgico campanilismo. Dante Alighieri, dall’altro della sua importanza nella cultura italiana e mondiale, citò giustamente Tagliacozzo indicando la contea più grande ma, non prendendo parete alla battaglia, non conosceva il luogo reale dove si è svolto lo scontro. Comunque la si chiami, bisogna ricordarla questa battaglia sia perché il destino medievale del sud Italia è passato lungo le nostre terre -segnando la sorte della potenza sveva in Italia- ma sopratutto perché con la guerra non si sistema mai nulla.

“Tutti i grandi cambiamenti sono semplici.”

Storia di Santi, Rosalia, una rosa senza spine

Storia di Santi, Rosalia, una rosa senza spine

E’ considerata la santa protettrice della città di Palermo, da quando nel lontano 1625 la salvo da un’epidemia di peste..

La “ Storia di Santi “ che oggi vi proponiamo narra le vicende umane di una delle sante più amate e più venerate di Palermo: Santa Rosalia. Brevemente in questo articolo descriveremo la vita, gli esempi e la santità che hanno portato Rosalia ad essere una figura di santità molto venerata.

“Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà”. (Mt 16,24-25)

Dipinto di Anthony van Dyck rappresentate Santa Rosalia

Questa frase evangelica, tratta dal sedicesimo capitolo del vangelo di Matteo, descrive molto bene la vita di questa giovane santa siciliana. La storia di Rosalia inizia prima della sua nascita, quando al sovrano Ruggero II d’Altavilla ebbe una visione nella quale si annunciava la nascita, nella sua casata di una rosa senza spine. E quella Rosa fu proprio Rosalia. La santa nacque nel 1130 a Palermo da Sinibaldo De Sinibaldi discendente di Carlo Magno e dei Conti della Marsica (quindi anche di origine abruzzese) e da Maria Guiscardi d’origine normanna. La giovane per bellezza ed intelligenza divenne, nel 1149 damigella della regina Sibilla seconda moglie di re Ruggero II.

Un giorno successe un fatto che stava per stravolgere la vita della giovane Rosalia: in una battuta di caccia, il re venne aggredito da una belva feroce. Venne salvato da un tale di nome Baldovino; come si usava in quel tempo, il re ricompensò il suo salvatore dandogli in sposa proprio la giovane Rosalia. Sua nipote accettò con obbedienza le decisioni dello zio, ma dentro il suo cuore sentiva più forte la chiamata di un altro sposo, Cristo. Si narra che il giorno prima delle nozze, la ragazza si tagliò le sue belle trecce – aveva dei bellissimi capelli biondi- dandole allo zio e rifiutando il matrimonio.

All’età di 15 anni la giovane Rosalia entrò nel monastero del SS. Salvatore di Palermo; ma quella non fu proprio la vita che sognava. Come i padri del deserto prima di lei, scelse la via di servire Cristo nella solitudine; la sua scelta cadde su una grotta presso Santo Stefano Quisquina. Visse li per circa 12 anni ed abbiamo una sua presenza epigrafica dove possiamo leggere: “Io Rosalia di Sinibaldo, figlia del Signore della Quisquina e del Monte delle Rose, per amore del mio Signore Gesù Cristo, ho deciso di abitare in questa grotta”. Sotto pressione della regina Margherita di Navarra, la santa si trasferì a Palermo presso la grotta sul monte Pellegrino dove si spese il 4 settembre del 1170.

La Santuzza continua a vegliare la sua amata Palermo, proteggendola da ogni pericolo come fece quel 9 giugno del 1625 quando le sue reliquie salvarono la città dalla peste.

“Tutti i grandi cambiamenti sono semplici.”

Un tè con i greci: la Magna Grecia

Un tè con i greci: la Magna Grecia

Quando il sud Italia diventò il centro economico, politico e societario dell’intera penisola sotto l’influsso della Grecia.

In questo nuovo articolo di “Un tè con i greci “ parleremo della storia di una identità culturale, societaria e geografica che prende il nome di Magna Grecia. In modo sintetico andremo alle radici storiche che portarono alla creazione di salde colonie e di fiorenti città – che tutt’ora esistono- seguendo il consiglio che Ovidio nei Fasti “Ciò che chiamano Italia era Magna Grecia”.

Ecco l’antica Reggio, le cui origini si perdono nella notte dei tempi! Ecco la Reggio della Magna Grecia, di cui ancora conservate le vestigia monumentali ed i preziosi cimeli nel vostro importante Museo Nazionale, che ora accoglie anche i due grandi bronzi di Riace. La storia di Reggio corre lungo i filoni delle grandi civiltà classiche europee: la greca, la romana e la cristiana. (Giovanni Paolo II)

Mappa della Magna Grecia

Siamo tra l’VIII ed il VII secolo a. C. quando coloni provenienti dalla Grecia, dopo aver colonizzato parte delle isole del Mar Egeo verso la costa dell’Asia Minore, decisero di porre il loro sguardo ad occidente. Lo scopo di questa gente di viaggio la si può ricercare nell’ulteriore sviluppo del settore del commercio oppure ad intenso aumento demografico in madrepatria. Cosa succedeva quando un gruppo di cittadini decideva di emigrare? Innanzitutto si riunivano attorno ad un Ecesta ( una sorta di capo spedizione) che, dopo aver consultato l’oracolo di Apollo presso il santuario di Delfi, partivano alle volte delle nuove coste. Così i migranti toccarono le coste di Puglia, Calabria, Campania, Basilicata e Sicilia.

La prima colonia della Magna Grecia in territorio italiano fu Pithecussai , venne fondata nel 775 a.C da coloni greci originari di Eretria nella meravigliosa Isola di Ischia. Successivamente fiorirono numerose colonie, ne elenchiamo alcune così da dare una reale portata di questo evento.

  1. KYME: ovvero Cuma, nel territorio metropolitano di Napoli, tra Bacoli e Pozzuoli, fondata dagli Eubei della Calcide e guidati da Ippocle di Cuma e Megastene di Calcide;

  2. PARTHEOPE: l’odierna Napoli, fondata nel VII secolo a.C da coloni provenienti dalla vicina Kyme;

  3. METAPONTION: l’odierna Metaponto in provincia di Matera (Basilicata), colonia fondata dai greci provenienti dall’Acaia. Qui visse anche Pitagora che ne costruì una sua scuola;

  4. TARAS: l’odierna Taranto (Puglia) fondata dallo spartano Falcato nel 706 a.C;

  5. RHEGION: l’antenata di Reggio Calabria (Calabria) fondata dai greci della Calcide è il luogo di nascita di Pitagora;

  6. SYRAKOUSAI: l’odierna Siracusa (Sicilia) fondata dai coloni greci provenienti da Corinto tra il 734 ed il 733 a.C fu la città di nascita del genio di Archimede.

Resti del tempio di Hera Lacinia presso il complesso archeologico di Capo Colonna (Crotone)

Ogni singola colonia greca aveva una sua forma di governo diversa: ad esempio c’erano le aristocrazie oppure le tirannidi come nel caso di Siracusa. Nonostante la vasta diffusione delle colonie greche nel meridione d’Italia, era la Sicilia a farne da padrona: le sue città influenzarono molto anche la politica greca pensiamo alla seconda spedizione ateniese in Sicilia tra il 415 ed il 413 a.C. Questa ricchezza ed importanza era diffusa sopratutto grazie alla presenza di numerose etnie elleniche che si fusero (a volte) con l’elemento locale. Il risultato finale fu una grande affermazione sul campo dell’arte, della filosofia ed anche dello sport. Gli atleti italioti (ovvero i coloni che provenivano dalla penisola; Calabresi, Pugliesi, Lucani e Campani) e gli atleti sicilioti (ovvero i coloni provenienti dalla Sicilia) che partecipavano ai giochi olimpici erano, dopo gli atleti di Atene e Sparta, tra i più forti.

Nel prossimo numero di un “ tè con i greci “ ci accomoderemo in un teatro per osservare e descrire cos’era il teatro greco.

“Tutti i grandi cambiamenti sono semplici.”

Storia di Santi: Filippo Neri, il giullare di Dio

Storia di Santi: Filippo Neri, il giullare di Dio

“ Scrupoli e malinconia, lontani da casa mia”, la figura di Filippo Neri è tutt’ora viva nel vasto panorama della santità italiana e non solo.

Nell’odierno articolo di “ Storia di Santi “ parleremo del santo della gioia e della felicità: San Filippo Neri. Tutti noi conosciamo questa splendida figura dall’opera dell’Oratorio da egli creata oppure dalla pellicole cinematografiche con Johnny Dorelli ( State Buoni… Se potete) o quella recente con Gigi Proietti (Preferisco il Paradio). Filippo Neri portava la gioia del Cristo in una Roma (e in un mondo) pieno di cambiamenti, affrontando i problemi con un sorriso: una lezione che oggi dovremo imparare bene.

“Figliuoli, state allegri, state allegri!! Voglio che non facciate peccati, ma che siete allegri.” (San Filippo Neri)

San Filippo Neri

Per quello che si pensa nella cultura popolare, Filippo Neri non è nato a Roma, ma era un fiorentino verace. Egli era nato in un quartiere popoloso della Firenze del ‘500 dal notaio Giovanni e da Lucrezia da Mosciano che morì quando Filippo era piccolo. Il giovane crebbe con il padre che gli insegno qualche nozione di scrittura e letteratura e con la matrigna che incredibilmente gli voleva un gran bene. Filippo aveva un carattere docile e sempre pronto alla burla e allo scherzo, tanto che gli appiopparono il soprannome “ Pippo Buono “ che si porterà per tutta la vita: ciò ce lo racconta la sorella Elisabetta. Inizialmente il giovane non ebbe ne desiderio di vocazione e ne una fede salda, fu Roma che gli entrò nell’anima e soprattutto i giovani più sfortunati.

Nel 1548 con padre Persiano Rosa collaborò alla fondazione della Confraternita della Trinità che si occupava del soccorso agli indigenti ed il ristoro per i pellegrini. Venne ordinato sacerdote nel 1553 e si dedicò subito all’aiuto dei giovani e dei diseredati ed organizzò il primo nucleo dell’Oratorio. La fama di Pippo Buono si espanse per tutta Roma, la sua carità e la sua gioia furono d’ispirazione per molti giovani che lo seguivano: pensiamo a Cesare Baronio, suo successore e futuro cardinale. Il suo vivere nella caotica Roma del ‘500 non gli faceva perdere il senso del vivere da eremita all’intero di una grande realtà.

Su Filippo conosciamo tanti aneddoti che ci possono far strappare un bel sorriso: ne elencheremo alcuni come quello della celebrazione della Santa Messa, quella del cappello cardinalizio e quella del suo fedele mistico. Filippo era solito celebre messa con i suoi ragazzi dell’oratorio e siccome si sentiva indegno nel celebrare il divino mistero dell’eucarestia era solito mettere una gabbia di uccellini nella sacrestia e quando alzava il corpo di Cristo i suoi uccellini cantavano facendolo distrarre.

Il cappello cardinalizio appartenuto al successore di Filippo, Cesare Baronio

La fama di Filippo era grande, oltre alla tanta invidia che suscitava negli ambianti alti della Roma dell’epoca, aveva tantissimi ammiratori: papi, cardinali, principi e gente comune. Fu proprio lui che convinse papa Clemente VIII nell’assolvere il re francese Enrico IV di Navarra. Proprio per questa grande collaborazione il papa decise di premiarlo, creandolo cardinale: quando il messo papale arrivò nella chiesa di San Girolamo (dove Filippo viveva) e gli portò il cappello cardinalizio, Filippo lo prese e lo buttò in aria dicendo: “ Preferisco il Paradiso “.

Il santo non esitava nel confessare tutto il giorno i fedeli, ed a quanti giungeva la riconciliazione dovuta al sacramento della confessione egli faceva porre la testa sul suo petto e tutti si calmavano. Una pace che veniva solo da Cristo. Tra i molti fedeli c’era sempre qualcuno che si credeva mistico, proprio come Filippo, ad uno di essi gli disse: “ Figliolo caro, per raggiunger le virtù più belle, e tu le sai fare le puzze con le ascelle?”.

Filippo morì il 26 maggio del 1593 assistito dal suo amico il cardinal Federigo Borromeo (di manzoniana memoria). Qualche anno dopo, alcuni medici fecero una ricognizione sul suo corpo notarono che la gabbia toracica era spaccata nel centro e c’era un grande cuore: difatti San Filippo Neri è il patrono per chi è affetto da problemi cardiaci ed è anche uno dei santi patroni della città di Roma (insieme agli apostoli Pietro e Paolo).

“ State boni – ed a bassa voce diceva ai suoi ragazzi – se potete”

“Tutti i grandi cambiamenti sono semplici.”

History of Rock; una canzone può essere poesia?

History of Rock; una canzone può essere poesia?

Questo è uno dei dilemmi più grandi del panorama culturale mondiale; realmente una canzone può esser poesia?

In questo secondo articolo di “ History of Rock “ devieremo un po’ dall’aspetto per cui è nata questa categoria di articoli – ovvero quella di descrivere i protagonisti del rock- per dedicarci ad una delle parti fondamentali della musica, la canzone. Ma noi andremo oltre, proveremo a distinguere la canzone dalla poesia analizzando, brevemente, gli aspetti di tale differenza.

“Ancora mi chiedo se verremo messi nelle canzoni o nei racconti” (J. R. R. Tolkien)

La frase del padre del Signore Degli Anelli ci pone un punto su cui riflettere parlando sia della canzone e sia della poesia; è il contenuto. Nella modernità in cui noi siamo immersi fino al collo, ascoltiamo la musica da per tutto: in macchina, nei locali, nei luoghi di lavoro. Un po’ meno la poesia che releghiamo in tristi libri scolastici oppure nelle frasi da inserire nei post di svariati social network oppure per descrivere foto che spesso non hanno affinità con il testo poetico. La canzone alla pari della poesia fa parte del grande bagaglio culturale del genere umano; un bagaglio positivo che allietiamo con la musica.

Addentrandoci nella problematica canzone è poesia dobbiamo osservare che nei tempi attuali la canzone si è sostituita alla poesia e questa sostituzione la si può vedere anche nei testi. All’interno della canzone emerge l’aspetto moderno della poesia, dove si possono leggere svariate tematiche dall’amore, alla guerra sino ad altro, proprio come facevano le poesie nei tempi passati. Ma come possiamo rispondere alla domanda posta nel titolo? Diciamo che la nostra risposta è un NI – si lo so può sembrare banale come risposta – c’è sempre qualcosa che accomuna e che divide la canzone dalla poesia.

Tra le cose che accomuna canzone e poesia c’è l’intreccio tra le parole e la musica: proviamo ad andare indietro nel tempo, durante le recite poetiche nell’antica Grecia, il poeta declamava la poesia accompagnato dal suono della lira. Non c’è solo questo, pensiamo allo stile di scrittura delle due tecniche, ci possono essere rime oppure figure retoriche che le possono accomunare. Badate bene!! (e questo lo sottolineo) che per la poesia il testo è l’anima centrale mentre per la canzone è la musica la parte importante.

Per quanto riguarda le differenze, alcuni studiosi hanno sottolineato il fatto che nel testo sia della canzone e sia della poesia emergono sostanziali cambiamenti: nella musica c’è un messaggio che va diretto al cuore di colui che lo ascolta mentre per la poesia vige una sorta di ambiguità del testo, cioè ogni testo possiede un personale significato. Altra differenza che è emersa da alcuni studi è quella relativa a coloro che seguono queste due forme d’arte: in poche parole, coloro che ascoltano le canzoni sono di fascia giovane anche perché i testi sono più facilmente comprensibili mentre la poesia viene ascoltata da un pubblico adulto. (Personalmente non sono d’accordo con tale ipotesi). Sia la canzone e sia la poesia viaggiano in binari paralleli ma arrivano alla stessa stazione, ovvero quella della cultura umana.

Ama e ridi se amor risponde
piangi forte se non ti sente.
Dai diamanti non nasce niente,
dal letame nascono i fiori.
( Fabrizio De Andrè – Via del campo)

Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino. Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio. Il mio dura tuttora, né più mi occorrono le coincidenze, le prenotazioni, le trappole, gli scorni di chi crede che la realtà sia quella che si vede. Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio non già perché con quattr’occhi forse si vede di più. Con te le ho scese perché sapevo che di noi due le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate, erano le tue.

( Eugenio Montale )

Trovate qualche differenza? Nel prossimo numero di “ History of Rock “ parleremo del premio Nobel per la letteratura al cantautore Bob Dyan.

 

“Tutti i grandi cambiamenti sono semplici.”

“ Marsicana”: il Cristianesimo nella Marsica

“ Marsicana”: il Cristianesimo nella Marsica

La storia della conversione del fiero popolo Marsicano al dolce messaggio di Cristo. I suoi Santi e le loro vicende umane.

Oggi nel nuovo articolo di “ Marsicana “ parleremo della diffusione del cristianesimo nella Marsica una terra misteriosa posta nel cuore della provincia dell’Aquila in Abruzzo. E lo faremo descrivendone alcuni dei suoi santi principali: San Marco Galileo, san Cesidio e Rufino ed il primo papa figlio della Marsica, Bonifacio IV.

«Dove c’è Pietro, lì c’è la Chiesa; dove c’è la Chiesa, lì non c’è affatto morte ma vita eterna» (S. Ambrogio, Enarrationes in Psalmos).

San Marco Galileo

Le parole del vescovo Ambrogio di Milano ci aprono la strada nel comprendere al meglio le vicende che legano il messaggio cristiano nelle prime comunità della provincia Valeria. Dobbiamo affermare che la diffusione della nuova religione, rispetto a Roma oppure ad altre province dell’impero, fu molto lenta nella Marsica: un rallentamento causato dalla frammentazione dei centri urbani. Nella Marsica abbiamo due grandi città Alba Fucens e Marruvium (l’odierna San Benedetto dei Marsi) dove si svilupparono, in modo molto tardo, solide comunità cristiane. Abbiamo menzione che durante le guerre greco-gotiche ed il successivo periodo longobardo del ducato di Spoleto, nella Marsica, erano ancora presenti molti pagani. Fu grazie al sacrificio non solo materiale ma anche di sangue dei monaci benedettini nel riportare i fedeli della terra marsicana sul sentiero di Cristo. Secondo alcuni studiosi, il vescovo Giovanni dei Marsi partecipò al secondo concilio di Costantinopoli (533 d.C), convocato dall’imperatore Giustiniano per contrastare l’eresia del Monofisita.

Ma chi portò il cristianesimo nella Marsica? Fu un romano, di nome Marco Galileo (o di Atina), seguace del principe degli apostoli Pietro che lo ordinò vescovo; egli tramite la Tiburtina Valeria (nota strada) portò il dolce messaggio di Cristo nella terra dei Marsi. Marco fu il primo vescovo dei Marsi, evangelizzò la Marsica, il basso Lazio e parte della Campania prima di esser martirizzato dal tremendo imperatore Domiziano. (la sua memoria è celebrata il 28 aprile)

San Rufino e Cesidio, affresco conservato nella cripta della Basilica di San Cesidio in Trasacco (AQ)

Il secondo vescovo dei Marsi fu San Rufino (che fu anche il primo vescovo della città di Assisi): perché abbiamo citato il vescovo Rufino? Perché fu il padre di uno dei santi principali della cristianità marsicana: San Cesidio da Trasacco. Originari di Amasya (nell’attuale Turchia) furono incarcerati per la loro fede in Cristo, dopo aver convertito il proconsole di quella zona scapparono in Italia e si rifugiarono nella Marsica. Qui fondarono, nella città di Transaquas (l’odierna Trasacco in provincia dell’Aquila), presso un’antica struttura imperiale in disuso, una prima chiesa. Quando Rufino venne martirizzato vicino Bastia Umbra (in provincia di Perugia nel borgo di Costano), suo figlio Cesidio ne traslò il corpo portandolo a Trasacco. Cesidio venne ucciso mentre celebrava messa insieme a Placido suo compagno del martirio; i loro corpi vengono conservati a Trasacco. Sulla figura di Cesidio si è parlato molto, anche a livello locale soprattutto prendendo in considerazione un tratto dei dialoghi di San Gregorio Magno nella quale parla del martirio di due monaci benedettini e la decapitazione di un venerabile diacono ad opera dei Goti. (la sua memoria è celebrata il 31 agosto).

Papa San Bonifacio IV

In ultimo, e non perché è il meno importante, parleremo della figura di Bonifacio IV primo papa originario della terra dei Marsi. Bonifacio, figlio di un medico di nome Giovanni era originario di Marruvium (secondo alcune fonti storiche) ascese al soglio di Pietro da monaco. Nei Liber Pontificalis (un’importante documento nella quale, oltre alla vita dei pontefici, si narrano le vicende storiche) si legge che il ministero di papa Bonifacio IV venne sconvolto da carestie, epidemie e inondazioni del Tevere. Ma sappiamo anche la data dell’elezione, il 25 agosto del 608. Egli fu il papa che trasformò in chiesa il Pantheon dedicandolo al culto di Santa Maria Regina dei Martiri (il 13 maggio del 603 d.C sempre secondo i Liber Pontificalis) ed istituti la Festa di tutti i Santi, che inizialmente era il 13 maggio ma poi, con papa Gregorio III venne spostata il 1° novembre. (la sua memoria si celebra l’8 maggio).

Nel prossimo numero di “ Marsicana “ ci addentreremo nelle bellezze della Marsica, parlando di Tagliacozzo.

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Due chiacchiere con gli antichi romani: Patrizi e Plebei, due facce di una stessa medaglia

Due chiacchiere con gli antichi romani: Patrizi e Plebei, due facce di una stessa medaglia

Erano le due anime della società di Roma antica e spesso in contrasto tra di loro..

Nel nuovo articolo di “ due chiacchiere con gli antichi romani “ racconteremo la storia delle due anime che componevano la società dell’antica Roma: i patrizi ed i plebei. Ne descriveremo gli aspetti prettamente storici che portarono alla nascita di queste due classi sociali e delle loro eterne lotte svolte in un agglomerato umano che oggi definiremo Melting Pot (una società con varie identità etniche che creano una identità condivisa).

“Come le membra e lo stomaco sono reciprocamente legate da comuni interessi, così patrizi e plebe devono riconoscere la loro vicendevole dipendenza” [Apologo di Menenio Agrippa]

Affresco pompeiano

Le parole molto concilianti di Menenio Agrippa – scritte in un periodo di conflitto tra patrizi e plebei- ci portano a considerare che, se pur entrambe le classi sociali erano in contrasto tra di loro, non si perdeva la speranza in una collaborazione tra le parti che aveva come risultato la grandezza di Roma stessa. Ma come nacquero i Patrizi ed i Plebei? Lo storico greco Plutarco ci racconta che fu proprio Romolo, il primo re di Roma, nell’istituire la classe dei Patrizi per proteggere le classi più deboli proprio come se fossero dei padre (ed ecco la derivazione di Patrizio). Molto più diretto e lo storico Dionigi di Alicarnasso che descrivendo l’origine del patriziato romano, scriva che coloro che appartenevano a tale associazione erano di nascita notevole, pieni di virtù e censo elevato: mentre gli altri (i plebei) erano coloro che non avevano questi aspetti. Per lo storico romano Tito Livo i patrizi erano coloro che discernevano dai 100 Patres, istituiti sempre da Romolo, che formavano il primo senato di Roma.

Scipione l’Africano
(membro della famiglia patrizia dei Cornelii)

Per quanto riguarda la situazione dei Patrizi nelle tre epoche della Roma antica (Monarchia, Repubblica ed Impero) notiamo una sorta di ascesa e discesa. Nel periodo monarchico l’appartenenza alla classe dei patrizi era fissato per nascita (la civis) e non per censo (ovvero per ricchezza). Per capire meglio questa divisione così netta basti pensare che se un ragazzo patrizio si era innamorato di una ragazza plebea (o viceversa) loro non potevano accedere al matrimonio. Con l’ascesa del periodo repubblicano c’è una forte presenza di potere dei patrizi sulla società; un potere forte e spesso oppressivo. Questo comportamento portò ad una serie di rivolte; pensiamo alle varie secessioni1 come quella del 494 a.C (conflitto degli ordini), quella del 449 a.C (che portò alle leggi delle XII tavole) e quella famosa del 287 a.C. Queste lotte portarono i patrizi a concedere una serie di provvedimenti a favore dei plebei: come i tribuni ed il tribunale della plebe (nel 494 a.C) e l’accesso a qualsiasi carica pubblica (nel 320 a.C) e religiosa, come l’accesso alla carica di Pontefice Massimo (il primo plebeo fu Tiberio Caruncanio nel 254 a.C). Con l’affermarsi dell’impero il patriziato cominciò ad esser visto come una carica onorifica anche perché, in quel tempo, non era più il senato nel prender decisioni ma era la figura dell’imperatore. Il termine patrizio restò in voga fino al 700 d.C per identificare coloro che avevano sia denaro che potere. Tra le famiglie patrizie più influenti vi furono: I Cornelii (la famiglia di Scipione l’Africano), i Valerii (la famiglia di origine di Messalina moglie dell’imperatore Claudio), gli Iulii (la famiglia di Giulio Cesare dell’imperatore Ottaviano Augusto), i Fabii (famiglia da cui discende Santa Fabiola), gli Emilii,i Claudii (tra i membri più famosi c’è Appio Claudio il cieco colui che costruì la via Appia) e gli Anicii (tra i membri più illustri troviamo San Benedetto da Norcia e sua sorella Santa Scolastica, papa Gregorio Magno, Severino Boezio).

Il fratelli e Tribuni della Plebe Gaio e Tiberio Gracco
(appartenenti alla gens Sempronia plebea)

Viceversa i plebei era la restate parte della popolazione romana: Attenzione! Un plebeo poteva esser anche straricco ma se non aveva in possesso la cittadinanza romana era alla stregua del plebeo povero. Bisogna comprendere che la sudditanza che i patrizi imponevano ai plebei provocò, come si è detto precedentemente, una serie di lotte che portarono ad una serie di leggi che favorissero – in qualche modo- il plebeo. Tra questi provvedimenti ricordiamo la creazione dei tribuni della plebe (che all’inizio erano solo due ma poi diventarono dieci) e del tribunale della plebe (un tribunale che difendeva la plebe). Il tribuno della plebe aveva alcuni poteri molto importanti: lo ius auxii il diritto d’aiuto rivolto a coloro che si trovavano in difficoltà e l‘intercessio ovvero un tribuno della plebe, nel senato, poteva porre un veto ad una legge se non era di gradimento per la plebe. Nel 445 a.C venne tolto, grazie alla Lex Canuleia, il divieto di matrimonio tra patrizi e plebei e nel 367 a.C con le leggi Lecinie-Sestie un plebeo poteva accedere alle cariche di magistratura (come il consolato) e non poteva esser più venduto come schiavo per ripagare i debiti. Con la Lex Hortensia vi fu una totale parità legale tra patrizi e plebei. Nella nostra modernità, la parola Plebeo sta ad indicare un individuo di poco conto a limite dell’ignoranza; fortuna che la storia è qualcosa di diverso dalla realtà in cui viviamo.

Nel prossimo articolo di “ due chiacchiere con gli antichi romani “ ci sederemo a tavola con Apicio scoprendo le leccornie della cucina romana.

1Per secessione intendiamo l’abbandono in massa dei plebei dai luoghi di lavoro (botteghe, negozi etc) era una lotta politica molto efficace che portava i patrizi allo stremo.

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Un tè con i greci: le Olimpiadi

Un tè con i greci: le Olimpiadi

E’ considerata la massima espressione dello sport mondiale, le olimpiadi rappresentano l’antichità dello sport che si veste di modernità

In questo nuovo articolo di “ Un tè con i Greci “ parleremo di una bellissima pagina di storia dello sport: le Olimpiadi. Con la nostra fantasia ci tufferemo all’interno dell’origine mitica e storica di una competizione sportiva che oltre a portare in auge i migliori atleti faceva interrompere qualsiasi guerra nella penisola Ellenica e nelle sue colonia (sia d’Asia Minore e sia dell’Italia Meridionale).

“L’importante non è vincere ma partecipare. La cosa essenziale non è la vittoria ma la certezza di essersi battuti bene” (Pierre De Coubertin)

Se dobbiamo raccontare l’origine delle olimpiadi dell’antichità bisogna soffermarci un attimino sull’origine mitica di tale evento. La storia greca come anche quella romana è intrisa di miti, pensiamo ai miti eziologici come la fondazione di Roma oppure teologici come la nascita di Minerva; anche nella nascita dell’olimpiade c’è la presenza di mito che riguarda un semidio. Si narra che Pelope figlio di Tantalo e Dione, costretto nel lasciare la sua terra invasa da barbari giunse nell’Elide nella città di Pisa presso la corte di re Enomao. Il semidio si innamorò di Ippodamia figlia del re, ma il padre non concedeva la mano della figlia se non dopo aver gareggiato in una corsa di cavalli contro di lui che nessuno aveva mai vinto. Pelope decise di barare sabotando la biga del re. Enomao morì e Pelope vinse la gara, ma l’auriga che lo aiutò Mirtillo (figlio di Hermes) si innamorò di Ippodamia; il vincitore lo annegò e venne maledetto da Hermes. Per ricordare tale corsa il re istituì i giochi in onore a Zeus, le olimpiadi.

Il 776 a.C è la data storica della prima edizione delle olimpiadi anche se alcune scoperte archeologiche hanno dimostrato che l’origini di questi agoni non andava oltre l’inizio del VII a.C. La competizione sportiva, che aveva la durata di una settimana, avveniva ogni quattro anni e si svolgeva in un periodo di luna piena tra agosto e settembre. Durante lo svolgimento delle olimpiadi nella penisola ellenica, nelle colonie di Asia Minore e della Magna Grecia- come si ricordava all’inizio- vigeva l’ekecheirìa (dal greco: astensione dall’uso delle mani) in poche parole si fermava ogni conflitto bellico.

Le olimpiadi dell’antichità seguivano un calendario settimanale. Nel primo giorno si svolgeva la cerimonia d’apertura; nella seconda giornata c’erano le gare di corsa (200, 400 e 500 metri). Nella terza giornata si svolgevano le competizioni di lotta: pugilato, lotta greca e pancrazio (una lotta senza esclusione di colpi). Tra i miglior pugili dell’epoca c’era un tale Agesidamo di Locri e Timasiteo di Crotone. Nella quarta giornata si celebravano le competizioni dedicate alle corse dei cavalli, che erano tra le discipline più seguite. Nella quinta giornata di giochi si svolgeva il pentathlon che comprendeva la corsa, la lotta, il lancio del disco e del giavellotto ed il salto in lungo. Tra i migliori atleti del pentathlon ricordiamo Icco di Taranto. Si, è vero ci sono stati molti atleti che provenivano dalle coste dell’Italia Meridionale (anticamente definita Magna Grecia) che hanno partecipato e vinto nelle varie olimpiadi. Ma come partecipava un’atleta nelle olimpiadi dell’antica Grecia?

L’atleta che partecipava ai giochi doveva presentarsi un mese prima a Olimpia per la giusta preparazione fisica. Le diverse competizioni sportive venivano affrontate da atleti completamente nudi e questo proibiva l’accesso allo stadio da parte delle donne. Il vincitore di ogni singola gara veniva ricordato con una statua che lo rappresentava ed una discreta somma di denaro. Per chi barava, ed è successo anche nell’antichità, la statua veniva eliminata e l’atleta subiva una sorta di damnatio memoriae.

Con il passare del tempo le antiche olimpiadi subirono delle negative trasformazioni dovute a loschi giri di affari e ad un’alta corruzione. Ci basta ricordare la 211° olimpiade, quella del 64 a.C dove partecipò l’imperatore Nerone: la falsa vittoria dell’imperatore – che era un pessimo atleta ed un ancor più pessimo attore teatrale- fu dovuta a minacce e corruzioni. Fu anche per questo che nel 393 d.C l’imperatore Teodosio su suggerimento del vescovo di Milano Sant’Ambrogio decise di chiudere i giochi olimpici. Dobbiamo aspettare fino al 1896 per rivedere le nuove olimpiadi, però quella è un altra storia.

Nel prossimo articolo di “un tè con i greci” ci sposteremo in Italia meridionale e parleremo della Magna Grecia e delle sue città (Taranto, Locri, Neapolis).

“Tutti i grandi cambiamenti sono semplici.”

Storia di santi: Genoveffa da Parigi, la santa dalle guance bianche

Storia di santi: Genoveffa da Parigi, la santa dalle guance bianche

E’ considerata la santa patrona della meravigliosa città di Parigi fin dal 1120 quando miracolosamente intervenne nel far cessare un’epidemia di peste.

In questo secondo articolo di “ Storie di Santi ” parleremo della vita di una santa che in pochi realmente conoscono: Genoveffa da Parigi. Leggendo questo nome, la nostra memoria quasi fiabesca, ci porta a considerare coloro che portano questo nome fossero di brutto aspetto; Genoveffa da Parigi era l’opposto, era bellissima ed era una donna che non si è fatta mai mettere i piedi in testa.

“A Parigi, in Francia, deposizione di santa Genoveffa, vergine di Nanterre, che a quindici anni, su invito di san Germano vescovo di Auxerre, prese il velo delle vergini, confortò gli abitanti della città atterriti dalle incursioni degli Unni e soccorse i suoi concittadini in tempo di carestia”.

Santa Genoveffa da Parigi

Il breve testo riportato qui sopra è estratto dalle pagine del Martirologio romano nel giorno dedicato alla sua memoria, il 3 gennaio. Genoveffa, che dalla lingua celtica si traduce “dalle bianche guancia” visse tra il 422 ed il 502 d.C in una Gallia in profonda trasformazione sia politica e sia societaria. Figlia del magistrato romano Severius e di Gerondia donna franca visse in un villaggio nei pressi di Lutetia (città che i Franchi trasformeranno in Parigi) entrò subito in contatto con l’ambiente cristiano. Nella Vita Genovefae – uno scritto che narra le vicende biografiche della santa scritto vent’anni dopo la morte- si legge che la piccola incontro lungo la sua strada il vescovo San Germano di Auxerre e San Lupo di Troyes che si dirigevano in Bretannia per convertire i pagani. Il vescovo Germano, ponendo le sue mani nel capo di Genoveffa per benedirla le rivelò la sua futura santità. All’età di 16 anni, quando tutte le sue coetanee si sposavano, la ragazza decise di consacrare la sua vita a Cristo; questa sua scelta venne accompagnata dal suo forte carattere e dalla sua grande intelligenza. La sua forza d’animo incoraggiava i suoi concittadini nei momenti di maggior pericolo, come avvenne nel 451 d.C quando Parigi venne assediata dagli Unni del tremendo Attila. «Che gli uomini fuggano, se vogliono e se non sono più capaci di battersi. Noi donne pregheremo Iddio così tanto che ascolterà le nostre suppliche» questa frase attribuita a Genoveffa, fa capire il coraggio di questa grande donna. Molto diverso fu l’atteggiamento durante l’assedio, cinque anni dopo, dei Franchi. Genoveffa vedeva in loro qualcosa di diverso, nonostante ciò durante l’assedio del re Childerico I, la santa non esitò nel navigare il fiume Senna per cercare i viveri per la sua amata Parigi: e nel tragitto compiva prodigiosi miracoli. Tanto che la sua fama di santità giunse anche nell’oriente, grazie a commercianti parigini: San Simone Stilita ebbe una visione su di lei e chiese che la donna pregasse per lui.

Con la conversione del re dei Franchi Clodoevo, fondatore della dinastia dei Merovingi, Genoveffa vide una benedizione per la sua terra e questo miracolo lo si vide nella battaglia di Zùlpich dove si affrontarono Franchi contro Alemanni con la vittoria di Re Clodoevo. Tutta la vita di Genoveffa fu una continua dedicazione all’ascesi, alla preghiera e alle visioni che costantemente si avveravano e che spesse volte la mettevano contro i propri concittadini. Genoveffa morì all’età di 90 anni nella suo eremo il 3 gennaio del 502 d.C.

“Tutti i grandi cambiamenti sono semplici.”

“Due chiacchiere con gli antichi roman”i: Medici e medicine

“Due chiacchiere con gli antichi roman”i: Medici e medicine

Come si curavano gli antichi romani? E soprattutto come erano le loro medicine?

In questo nuovo articolo di “due chiacchiere con gli antichi romani” parleremo di un aspetto forse diverso dagli altri due articoli precedenti. Lasceremo un po’ da parte gli eventi, la storia e la società romana per addentrarci nel mondo della medicina dell’Antica Roma. In questa ricostruzione diciamo storico-medica ci vengono in aiuto anche le note scoperte archeologiche della “Casa del Chirurgo” a Pompei -scoperta nel 1770 dagli archeologi della casa reale dei Borbone- dalla lava solidificata sono usciti fuori delle preziose strumentazioni chirurgiche in ferro e in bronzo. Questo ci porta a considerare la medicina romana all’avanguardia per l’epoca; una medicina che si divideva in tre grandi gruppi. C’era la medicina fai da te (ovvero quella casalinga), la medicina di formazione tramite un medico e la cialtroneria (il classico imbroglione di turno oppure la famosa sola alla romana). Ma come si formava un ragazzo romano che voleva diventare medico? E soprattutto com’erano le medicine?

“I medici imparano a nostro rischio e pericolo e fanno esperienze a furia di ammazzare. Per di più se la prendono con il malato rigettando la colpa sulla sua intemperanza, tanto che chi è rimasto vittima viene messo sotto accusa.”

Enea ferito, affresco rinvenuto a Pompei e conservato presso il museo archeologico di Napoli

Le parole, diciamo poco gentili, riportate qui sopra sono state scritte da Plinio il Vecchio nella “Storia Naturale” e stranamente ci illustrano una sorta di scetticismo che molti abitanti dell’impero provavano nei confronti dei medici. Non perché non si fidavano, ma perché dietro coloro che si formavano dietro un maestro, c’erano tanti cialtroni che imbrogliavano: per punire questi imbroglioni nell’88 a.C venne promulgata la “Lex Cornelia” che puniva severamente coloro che vendevano prodotti dannosi. Anche il poeta Marziale ironizzava sull’incompetenza di alcuni medici e pensare che il miglior medico dell’antichità, il greco Galeno, non sapeva leggere! Ma cosa faceva un ragazzo che desiderava diventare medico? Innanzitutto togliamoci dalla mente test, università e telefilm, il ragazzo romano che voleva diventare medico doveva seguire un medico anziano che lo immetteva tra sacro (con il culto di Esulapio) e scientifico all’interno della professione medica. La formazione consisteva in una parte teorica con lo studio di manuali in lingua greca, costosi e spesse volte snobbati dagli studenti per via della compresione e la parte pratica, le visite tra i malati ben vista dall’aspirante medico. A fine del percorso di formazione non veniva rilasciato nessun attestato, e questo provocava una serie di problemi notevoli, visto l’eccessivo emergere di sedicenti dottori: ecco perché Plinio il Vecchio si scaglia contro la professione medica. Siamo a conoscenza che nella Roma del 209 a.C era presente un medico che oggi definiremo della mutua, un dottore greco dal nome un po’ particolare Arcagathus che molto probabilmente operava nel primo ospedale di Roma quello che nel 293 a.C sorse all’interno del tempio di Esculapio nell’isola Tiberina. Recenti scoperte hanno dimostrato di come i medici romani, quelli un po’ più professionali, erano in grado di operare la cataratta.

Riproduzione pittorica del Tempio di Esculapio-salvatore

Le medicine utilizzate nell’antica Roma erano di fabbricazione diciamo casalinga – cosa che non si è persa nella nostra modernità: il latte caldo e miele per il mal di gola, le tre noci per la pressione e così via- preparate dal medico che venivano somministrate al paziente. Ad esempio lo zafferano come antinfiammatorio, come diuretico e come afrodisiaco oppure il prezzemolo che curava la rabbia e la flatulenza. Tra le medicine venivano utilizzati molti brodi, come quello di aragosta contro il mal di pancia, con il fegato di volpe contro la bronchite, lo zampone di maiale contro la polmonite e la zuppa di cozze e ostriche contro la stipsi. Quando la patologia non era curabile ne con il salasso ne con le erbe medicinali, il chirurgo doveva operare. Le operazioni avvenivano in casa del malato ed il medico, aiutato da suoi collaboratori, narcotizzava il paziente mentre i suoi collaboratori lo aiutavano. Seneca rimase talmente traumatizzato che equiparò il loro operare ad incendi e crolli.

Nel prossimo articolo di “due chiacchiere con gli antichi romani” parleremo della differenza tra Patrizi e Plebei.

“Tutti i grandi cambiamenti sono semplici.”