Category: Storia

Un tè con i greci: il guerriero Spartano

Un tè con i greci: il guerriero Spartano

Erano considerati i guerrieri più temibili di tutta l’antica Grecia, valorosi in battaglia e ammaestrati alla guerra fin in tenera età. Ma cosa sappiamo realmente sul guerriero spartano?

Nell’odierno articolo di “un tè con i greci” parleremo della vita del soldato spartano, dall’infanzia sino alla gloria del campo di battaglia. E per aiutarci meglio nel comprendere maggiormente la vita di uno spartano ci immedesimano negli occhi e nel racconto di un oplita di Sparta di nome Erastos che ci racconterà la sua esistenza all’interno della potente Sparta.

“Vai, di agli Spartani o viandante che qui noi giacciamo obbedienti alle loro leggi” (Simodide, scritta posta nel monumento dedicato ai 300 Spartani morirono nella battaglia delle Termopili nel luglio del 480 a.C)

“Mi chiamo Erastos e sono uno dei 300 spartani che insieme ad altri liberi greci hanno sfidato le truppe del tiranno Serse di Persia in questo luogo chiamato Termopili al comando del re Leonida, uno dei due re di Sparta. Noto che guardi incuriosito il mio Oplon il mio scudo con l’insegna di Sparta; prima di scendere nell’Ade ti narrerò perché noi spartani siamo così forti in battaglia e di come non abbiamo paura della morte. All’età di sette anni venni strappato dal calore e dall’affetto della mia famiglia per essere avviato all’istruzione militare: sono sicuro che non esista nessuna polis nella Grecia, in Asia e nella Magna Grecia nella quale lo stato si prenda cura di formare il soldato. Avrei preferito diventare uno storico, proprio come Erodoto, ma non c’è tanto spazio per la cultura qui a Sparta, so a mala pena leggere e scrivere. In compenso so usare molto bene le armi, so cosa significhi il coraggio, la forza e l’essere un gruppo. Da quando avevo sette anni venni messo sotto la guida del mio Paidonomos Kyros un uomo molto severo che come prima cosa, seguendo le leggi del nostro padre Licurgo, ci fece tagliare i capelli e ci fece vivere seminudi. Da quel momento iniziò la mia ferrea preparazione, l’Agoghè come viene chiamata. All’interno dell’Agoghè un ruolo importante aveva il gruppo, nella quale oltre a metterci in perenne competizione l’uno contro l’altro ci univa così da formare un vero e proprio esercito. Kyros ci incrementava ad utilizzare la nostra forza anche per sottrarre il cibo, ovviamente per sfamarci, a qui poveri Iloti che erano come una sorta di schiavi. Uscii dall’Agoghè all’età di 21 anni e dopo essermi spostato con Antigone, la donna più bella di Sparta, ho seguito il mio re Leonida fino in questo campo di battaglia. Bada straniero che le nostre gesta vivranno in eterno”.

Rovine archeologiche di Sparta

In questo breve ed immaginario dialogo con l’oplita Erastos abbiamo percepito la dura preparazione militare che uno spartano doveva affrontare per diventare un prode soldato. Forse vi è capitato di leggere, nei primi versi della narrazione, la presenza di due re a Sparta; si, è la realtà. Differentemente da quel ciclo cinematografico basato sulla battaglia delle Termopili che mostra la presenza di un solo re a Sparta, nella città del Peloponneso vigeva la diarchia (ovvero la presenza di due sovrani). Nel tempo di pace entrambi guidavano la città mentre il tempo di guerra uno rimaneva in città per amministrarla, mentre l’altro partiva in guerra comandando le truppe: questo è il caso di Re Leonida I. Gli Agiadi (di cui faceva parte Leonida) e gli Euripontipi erano le famiglie reali che governavano la città di Sparta.

Una delle domande che da storico mi sento sempre dire – oltre agli immancabili templari, che li mettono da per tutto- è questa: ma furono proprio 300 spartani oppure erano di più? Allora, la storiografia ufficiale, scritta in quel periodo ci parla del sacrificio dei 300 opliti spartani insieme ad altri 700 opliti Tespiesi (abitanti della polis di Tespie in Beozia). Romanticamente abbiamo l’idea dei pochi che sconfiggono, se pur nell’immaginario collettivo, i molti ma nella realtà non è proprio così. E questo vale anche per i film di ambientazione storica, si sono belli anzi bellissimi però certe volte mancano di quella veridicità storica che darà quel salto in più al film.

Nel prossimo numero di “un tè con i greci” parleremo delle Olimpiadi.

Storie di Santi: Pietro, principe degli Apostoli e Paolo, l’apostolo delle genti

Storie di Santi: Pietro, principe degli Apostoli e Paolo, l’apostolo delle genti

Sono le due colonne che sorreggono il cristianesimo, caratterialmente agli apposti ma uniti tra loro nell’amore in Cristo.

Nel primo articolo delle “Storie di Santi” parleremo di due colonne che sostengono il cristianesimo da 2.000 anni, di due uomini divisi dal loro carattere ma uniti in Cristo: stiamo parlando di Pietro e Paolo. Nella giornata di ieri venerdì 29 giugno abbiamo festeggiato la loro nascita in cielo e proprio in ricordo del loro martirio, in questo articolo parleremo sia del periodo in cui si trovavano nella città di Roma e sia del loro martirio.

“Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del Mondo” (Matteo 28,20)

L’apostolo Pietro rappresenta in pieno l’umanità di colui che crede: dall’iniziale paura fino alla “scossa” e dal coraggio che da il messaggio di Cristo. Ma cosa sappiamo della presenza di Pietro a Roma? Secondo la testimonianza del vescovo Papia di Garapoli (nell’odierna Turchia), riportato dallo storico cristiano Eusebio da Cesarea, parla della presenza a Roma di Pietro durante gli ultimi anni di regno dell’imperatore Claudio. Di questa permanenza ne parlano altri storici e scrittori cristiani, ne parla sia Clemente Alessandrino e sia Ireneo di Lione. Nonostante ciò, le fonti ufficiali – e per fonti ufficiali parliamo delle scritture del Nuovo Testamento- come gli Atti degli Apostoli non tratta la presenza di Pietro a Roma e Lattanzio (altro scrittore e storico cristiano) parla della presenza del principe degli apostoli a Roma nei primi anni del regno dell’imperatore Nerone. Nel capitolo V degli “Atti di Pietro” (un testo cristiano del II secolo d.C probabilmente redatto da Lucio Carinio discepolo dell’apostolo Giovanni) si legge: “anche Teone seguì Pietro a Roma, condotto da Ariston nella casa del presbitero Narcisso”. Qui abbiamo una sorta di autenticità della presenza pietrina nella Roma della dinastia giulio-claudia. Pietro venne incarcerato per ben due volte a causa della sua predicazione, la prima volta riuscì a fuggire, mentre la seconda volta non fu fortunato. Lungo la via Appia, mentre fuggiva dopo esser scappato la prima volta dal carcere, si trovò dinanzi al mistero di Cristo. “ Domine, quo vadis?” domanda l’apostolo ed il Signore rispose: “Eo Romam iterun crucifigi”- Pietro: Signore, dove vai? E Gesù: Vado a Roma per essere crocifisso nuovamente- quella risposta fece ricordare a Pietro ciò che Cristo gli disse sul lago di Tiberiade: “Quando eri giovane ti cingevi le vesti e andavi dove volevi, quando sarai vecchio tenderai le mani e un altro ti porterà dove tu non vorrai (Giovanni, 21,18). Pietro venne martirizzato tra il 64 e il 67 d. C e gli “Atti di Pietro” ci descrivono la sua morte che è avvenuto tram

Petrus Eni (Pietro è Qui) incisione che reca il nome di San Pietro (Vaticano)

ite crocifissione a testa in giù. “ Io ve lo chiedo, o esecutori! Crocifiggetemi così: con la testa in basso e non diversamente! Il motivo lo dirò a quelli che mi ascoltano. “Uomini che avete il compito di ascoltare, udite ciò ch’io vi annunzio, soprattutto in questo momento in cui sono crocifisso! Comprendete il mistero di tutta la natura e quale è stato il principio di ogni cosa! Dunque, il primo uomo, della cui stirpe io, precipitato con la testa in basso, porto l’immagine, manifestò una natura diversa da quella che aveva una volta: non avendo movimento, è morta. Egli aveva gettato a terra il suo stato primitivo e, così rovesciato, organizzò tutto l’ordine di questo mondo: sospeso secondo l’immagine della sua vocazione, fece vedere destra la sinistra e la sinistra destra; cambiò tutti i segni della sua natura tanto da considerare bello ciò che non lo è, e buono ciò che è cattivo” (Atti di Pietro 38-39). La tomba di Pietro divenne meta di pellegrinaggi e da li sorgeranno sia la basilica costantiniana e sia l’attuale basilica di San Pietro.

Ricostruzione del volto di San Paolo Apostolo

Paolo di Tarso, l’apostolo delle genti dimostra che il bene vince sempre sul male: da grande persecutore del cristianesimo nascente si tramutò nel grande annunciatore del messaggio di Cristo. E questo mutamento si percepì sia nel modo di vivere dell’apostolo e sia nel suo nome (da Saulo a Paolo) “Sono stato crocifisso con Cristo: non sono più io che vivo, ma Cristo vive in Me (Galati 2;20). Turco d’origine ma romano di cittadinanza divenne il più grande ambasciatore del messaggio evangelico: l’appellativo apostolo delle genti non è stato coniato a caso. Conosciamo San Paolo per le sue stupende lettere e per il suo continuo viaggiare ma in pochi conoscono gli ultimi istanti della sua vita. Secondo una tradizione cristiana, Paolo morì decapitato – diciamo che era un premio riservato a coloro che erano in possesso della cittadinanza romana- lo stesso anno e lo stesso giorno dell’apostolo Pietro presso Aquae Salviae. Negli “Atti di Pietro” leggiamo che successivamente alla decapitazione dell’apostolo i tre soldati autori dell’omicidio, Perpetua donna romana guarita dal mantello di Paolo si convertirono e morirono poco dopo.

“ Il cammino dei santi apostoli e martiri di Cristo Pietro e Paolo ebbe fine il 29 giugno, quello dei tre soldati il 2 luglio, e quello di Perpetua e Potenziana il giorno 8 dello stesso mese di luglio. Per la grazia e l’amore verso gli uomini del Signore nostro Gesù Cristo al quale con il Padre e lo Spirito santo, sia gloria, potenza e onore adesso e in eterno, nei secoli dei secoli. Amen. “

“Marsicana”: i Marsi guerrieri e maghi

“Marsicana”: i Marsi guerrieri e maghi

Erano coraggiosi e spietati in battaglia quanto valenti conoscitori di erbe magiche e domatori di serpenti.

Nell’odierno articolo di “Marsicana” narreremo le vicende storiche di uno dei popoli italici tra i più influenti della storia dell’antica Roma; i Marsi, una popolazione coraggiosa e magica nello stesso tempo. Per un attimo proviamo a chiudere gli occhi e tramite la nostra immaginazione portare il nostro spirito lungo le sponde dell’antico lago del Fucino. Ci troveremo di fronte ad un popolo di pescatori, di guerrieri, di incantatori di serpenti, di conoscitori d’erbe officinali e di contadini. Un popolo che ci guarderà inizialmente con diffidenza ma sicuramente questa diffidenza si muterà in accoglienza: badate però a non farli arrabbiare, l’abitante della Marsica sa difendersi molto bene. In parte, dopo più di 2000 anni, le cose sembrano poi non esser cambiate più di tanto. Ma cosa rende così misterioso questa popolazione?

“Nec sine Marsis, Nec contra Marsos triunphari posse”

Queste parole sono state scritte dallo storico greco Appiano Alessandrino nel VI libro della Storia di Roma e dice, per chi non conosce il latino: “ Non si può vincere ne con i Marsi ne contro i Marsi”. I Marsi era una popolazione che viveva attorno al lago del Fucino – nell’odierna Marsica in provincia di L’Aquila- appartenente al ceppo linguistico osco-umbro (ovvero che parlavano una lingua simile a quella dei Sanniti e degli Umbri) che abitava nella Marsica dal I millennio a.C. Se proviamo ad analizzare il nome di questo popolo, la prima cosa che ci salta agli occhi è il nome della divinità greca e latina della guerra, ovvero Marte: e qui rientra la bellicosità dei Marsi. Nel 303 a.C in seguito a delle rivolte degli Equi (una popolazione che viveva nella Marsica occidentale fino al Cicolano ed oltre) costrinsero Roma nel costruire una nuova colonia latina lungo la sponda Nord-Ovest del Lago; questa colonia era Alba Fucens. Questa fu una costruzione importante che permise al popolo Marso di avere dei primi colloqui, chiamiamoli così, con Roma; dall’Urbe i Marsi assorbirono sia la lingua latina e sia il modo di vivere. Nonostante le diversità culturali in tempi di emergenza, specialmente quelli dovuti al periodo in cui Annibale scorrazzava in Italia, i Marsi rimasero fedeli a Roma. Ma nel 91 a.C qualche cosa si inclinò e tra Marsica e Roma si creò un vero e proprio strappo che portò al famoso Bellum Marsorum (le guerre sociali) che durarono dal 91 all’88 a.C sconvolgendo il centro Italia. Nell’89 a.C Quinto Poppedio Silone al comando di una forza composta da Marsi, Peligni, Vestini, Marrucini e Frentani (una forza decisamente abruzzese) sconfissero le forze della repubblica Roma (in una località poco nota delle sponde del lago del Fucino) al comando di Lucio Porcio Catone. Morto Poppedio Silone in uno scontro per difendere Corfinium (la prima capitale d’Italia, dove venne coniato il nome di Italia) Roma decise di premiare questi valorosi popoli con la Lex Julia de Civitate, ovvero la cittadinanza romana. Da qui iniziò una lunga collaborazione tra la Marsica e Roma: molti dei soldati d’origine marsicana confluirono nella Legio Martia agli ordini prima di Giulio Cesare, poi di Marco Antonio e in ultimo di Ottaviano Augusto. Successivamente all’impero di Ottaviano, la legione dei Marsi fu inglobata nelle altre legioni dell’impero.

“Si dice che quando Medea, lasciati i Colchi, seguì Giasone giunse in Italia e presso certi popoli chiamati Morrubi, i quali abitavano attorno all’immenso lago del Fucino, come attorno ad un mare, a causa dell’estensione delle acque: insegnò rimedi contro i serpenti. Questi popoli diedero a Medea il nome di Angizia, poiché con le sue parole di incantesimo soffocava i serpenti”.

In conclusione di questo articolo ci fanno compagnia le parole di Servio Mario Onorato nella quale ci descrive molto bene le due anime di questo popolo. Innanzitutto da il nome di Morrubi, rifacendosi alla capitale dei Marsi Marruvium (l’odierna San Benedetto dei Marsi in provicia dell’Aquila) e successivamente la presenza di Angizia, la dea principale del culto marso, che insegnò una caratteristica fondamentale del popolo marso; quella di incantatori di serpenti. Si diceva che se un Marso veniva morso da un serpente non moriva, ovviamente per i lettori della Marsica non provateci non abbiamo le conoscenze di Angizia! Questa pratica di ammaestrare i serpenti la si può ancora rivotare nel rito dei Serpari durante la festa di San Domenico Abate, il Primo Maggio di ogni anno, nel meraviglioso borgo di Cocullo (in provincia di L’Aquila).

Nel prossimo numero di “Marsicana” parleremo di chi portò la religione cristiana nella Marsica di alcuni suoi santi, come San Cesidio da Trasacco.

Due chiacchiere con gli antichi romani; i gladiatori

Due chiacchiere con gli antichi romani; i gladiatori

Erano le star sportive dell’antichità, amati e venerati come divinità erano il passatempo dell’antica Roma: stiamo parlando dei gladiatori.

Nel secondo articolo di “ due chiacchiere con gli antichi romani “ parleremo dei protagonisti di uno dei passatempo adorati degli antichi abitanti dell’impero romano; i gladiatori. Con gli occhi dell’uomo moderno possiamo vedere solo ed esclusivamente la crudeltà di questo “gioco” e ciò che c’era dietro il mondo dei gladiatori non lo vogliamo vedere o meglio ci risulta difficile vedere. Il mondo dei gladiatori è molto simile a quello dei nostri sportivi moderni – ovviamente senza spargimento di sangue- dove uomini e donne vivevano in una condizione che li portava alla fama ed alla ricchezza. Ma togliamoci la patina dell’uomo moderno e soprattutto di quella cinematografica ed immergiamoci intensamente all’interno della storia di questi “guerrieri sportivi”.

L’origine dei gladiatori e della loro attività molto probabilmente la si fa risalire nella regione storica dell’Etruria (regione che oggi comprende la Toscana, l’Umbria e parte del Lazio) dove sono state rinvenute delle tombe nella quale compaiono delle pitture che raccontano i primi scontri tra gladiatori. Attualmente si possono vedere nelle tombe delle Olimpiadi e degli Auguri poste nella necropoli di Tarquinia (in provincia di Viterbo) ma non solo fonti pittoriche ci attestano l’origine etrusca di questo gioco violento; ma anche fonti storiche come Nicola di Damasco e lo storico cristiano del II secolo d.C Tertulliano ci parlano di questa origine. Molto probabilmente la lotta tra gladiatori venne portata a Roma intorno al 264 a.C e divenne il passatempo per eccellenza di ogni classe sociale, dal patrizio al plebeo.

Il gladiatore poteva essere chiunque, dall’uomo o la donna liberi in cerca di fama e di ricchezza allo schiavo sino al condannato a morte. Per diventare un vero e proprio lottatore da arena il candidato doveva compiere un percorso di addestramento molto severo; sotto la guida di un “lanista” che non era un fabbricante di lana ma un ex gladiatore che insegnava le tecniche di combattimento al novizio. Anche la dieta, come per l’addestramento, riservava un posto importante nella formazione di un gladiatore; una dieta sana che era composta da molte verdure (come legumi), poca carne e molti latticini. Prima di entrare tra le sabbie dell’arena il gladiatore consumava una focaccia di farro cosparsa di miele e una bevanda composta da fieno greco, una sorta di energy drink dell’epoca.

Come avveniva un combattimento tra gladiatori? Innanzitutto si organizzava uno scontro tra due caserme di gladiatori dove venivano scelti due atleti che appartenevano a stili di lotta diversi. I stili più famosi erano:

  1. i Reziari: gladiatori con rete, tridente e pugnale;

  2. i Secutores: gli inseguitori, con uno scudo imponente che copriva dalle ginocchia sino al volto, un gambale e manica di scaglie di metallo nella parte scoperta dallo scudo e il gladio;

  3. il Mirmillone: gladiatore con un elmo imponente che copriva interamente il volto, uno scudo simile a quello dei legionari romani, gladio e gambali rafforzati;

  4. Il trace: originari dalle Tracia combattevano con una spada ricurva, erano quelli più famosi.

Molti gladiatori combattevano anche contro bestie feroci, come leoni, orsi, lupi ed altri animali; questi eventi si chiamavano Venationes, spesse volte il gladiatore ne usciva sconfitto.

Ci sono alcune curiosità, che si perdono tra il reale e la leggenda spesse volte fondendosi insieme. A conclusione parlerò di alcune di queste curiosità:

  • “Il Pollice Verso”: molti storici tra cui Giovinale e Prudenzio pongono qualche equivoco sul pollice in su ed il pollice in giù;

  • “Ave Cesare Morituri te Salutant” la famosa frase che sentiamo spesso nei film, molto probabilmente è falsa anche qeusta. La frase è stata detta da alcuni condannati a morte rivolta all’imperatore Claudio per tentare una disperata salvezza. L’imperatore non ebbe pietà e li fece uccidere lo stesso;

  • Affresco che narra lo scontro tra Pompeiani e Nocerini

    “Il Daspo dell’Arena” nel 59 d.C nell’anfiteatro di Pompei andò in scena uno scontro epico tra tifoserie. Da una parte i Pompeiani e dall’altra i Nocerini, fu una rissa sanguinosa, tanto che Tacito negli Annales scrive: “sulle gradinate sono passati dagli insulti alle vie di fatto. Prima c’è stata una sassaiola e poi si sono accoltellati. I pompeiani hanno avuto la meglio. Molti nocerini sono tornati a casa mutilati di ferite in più parti del corpo. Ci sono stati anche dei morti”. L’imperatore chiuse lo stadio per alcuni anni;

  • “Fascino e Sangue”, il gladiatore era sempre avvolto da un’aura di fascino soprattutto dalle spettatrici di sesso femminile. Marziale, parlando di un gladiatore scriveva: “tormento e spasimo delle spettatrici”. Come nei giorni nostri, quando si va nello stadio si cerca di prendere la maglia del nostro sportivo preferito, nei giochi gladiatorici si tentava di prendere un po’ di sangue del gladiatore morto che spesse volte veniva venduto come afrodisiaco.

I giochi dei gladiatori, sotto pressione del cristianesimo, vennero ufficialmente chiusi nel 439 d.C.

Un tè con i greci: la nascita della democrazia

Un tè con i greci: la nascita della democrazia

Questi sono tempi in cui spesso sentiamo discutere di democrazia, del suo attuale senso e della sua momentanea perdita: ma sappiamo realmente cos’è e sopratutto sappiamo dove è nata?

In questo articolo di “ un tè con i greci” parleremo della storia di una parola che nel suo senso più profondo possiede uno dei significati essenziali per la società umana: la democrazia. Viviamo in un tempo in cui l’etimologia della democrazia viene storpiata in molteplici sensi, riconducibili ad ogni attuale significato politico e societario; nulla di più lontano dalla realtà del suo significato. Il senso più profondo di essa vive all’interno dell’anima di ogni agglomerato umano e nessuno può toglierlo. Banda alla cianche, in questo articolo spiegheremo brevemente l’origine della democrazia ateniese che è la spina dorsale della nostra democrazia. Una raccomandazione cari lettori, non leggiamo la storia della democrazia ateniese con i nostri occhi da moderno, risulterebbe qualcosa di negativo.

«Il nostro sistema politico non si propone di imitare le leggi di altri popoli: noi non copiamo nessuno, piuttosto siamo noi a costituire un modello per gli altri. Si chiama democrazia, poiché nell’amministrare si qualifica non rispetto ai pochi, ma alla maggioranza»

Solone

Le parole che leggiamo qui sopra sono state pronunciate dal democratico più famoso dell’antichità, l’ateniese Pericle e riportate da Tucidide nel secondo libro della Guerra del Peloponneso. Se spolveriamo i nostri ricordi scolastici, molto probabilmente ricordiamo cosa significa il termine democrazia, ovvero il potere del popolo; un potere che vide le proprie origini ad Atene. Secondo Aristotele Atene non fu la sola ad adottare il regime democratico ma ci furono altre pòleis dove si respirava la prima forma di potere del popolo. Atene non fu subito una democrazia, cambiò nel tempo varie forme di governo e nel 621 a.C ci fu un passo in più nella strada della nascita della democrazia. Dacronte, uno dei primi legislatori della città di Atene, ideò il primo corpus di leggi scritti; erano leggi severissime per l’epoca e riguardavano gli omicidi, il delitto d’onore e gli scontri tra fazioni della società. Ma le lotte tra ricchi e poveri, ovvero tra aristocratici ed il popolo non si attenuarono fino all’entrata in scena di Solone. Egli attuò una forma nella quale divideva la società in quattro classi in base al suo censo (oggi diremmo in base al suo reddito). Quindi la società ateniese aveva questo aspetto:

  1. I Pentacosiomedimni: coloro che ricavavano circa 500 midimni (era un’antica unità di misura) di grano;

  2. I Cavalieri: coloro che possedevano un cavallo oppure che ricavavano dai 500 ai 300 midimni di grano;

  3. I Zeugiti: coloro che guadagnavano circa 300 midimni di grano;

  4. I Teti: la maggior parte della popolazione, che non poteva accedere alla cariche di magistratura e di potere e che però potevano partecipare alle assemblee e al tribunale. Erano coloro che guadagnavano meno di 200 midimni di grano.

Clistene

Morto Solone, Atene cadde vittima della tirannia di Pisistrato e dei suoi figli Ippia ed Ippacro: vennero cacciati dalla famiglia degli Alcmeonidi guidati da Clistene che rafforzò le leggi di Solone e divise la società di Atene. Una divisione che toglieva le quattro tribù storiche, sostituendole con 10 nuove tribù che a loro volta era divise in tre trittie formate da tre demi; all’interno di questi demi si iscrivevano i cittadini di sesso maschile dai 18 anni in su sia per il tribunale e sia per le assemblee. Ma il democratico più famoso della storia rimane sempre Pericle che riuscì a fondere il sentimento democratico con la nascita di un impero navale e territoriale spezzato solo dall’oligarchia di Sparta.

Nonostante questo senso democratico, Atene, non permetteva alle sue donne di avere dei diritti – una cosa che ci può sembrare attuale nei giorni nostri- viceversa, le donne dell’oligarchia di Sparta avevano maggiori diritti. Plutarco, nei Moralia scrive: ” Un giorno una straniera avrebbe detto a Gorgo, moglie del re di Sparta Leonida I: “Voi spartane siete le sole donne che comandano i loro uomini”. Gorgo rispose: ” Si, ma siamo anche le uniche capaci di generare veri uomini”. Nel prossimo articolo di “un tè con i greci” parleremo proprio dei prodi Spartani, negli occhi dei 300 di Re Leonida.

Kahoolawe, l’isola fantastica inaccessibile. Noi ti sveliamo il segreto per entrarci

Kahoolawe, l’isola fantastica inaccessibile. Noi ti sveliamo il segreto per entrarci

Non è facile visitare una delle isole meno visitabili delle Hawaii, l’isola di  Kahoolawe. Un modo però c’è qualora qualcuno voglia avventurarsi in questa misteriosa realtà. Sì, puoi visitare Kahoolawe. Ma non è facile. E’ la più piccola delle otto principali isole hawaiane. Kahoolawe e le sue acque circostanti sono per legge vietate al pubblico.

Il tuo unico modo di sbarcare è attraverso opportunità di lavoro volontario offerte durante tutto l’anno. Considerato inabitabile a causa delle sue dimensioni ridotte – solo 44,6 miglia quadrate – e la mancanza di acqua dolce, Kahoolawe divenne un campo di addestramento e di bombardamento per l’esercito americano dopo la seconda guerra mondiale. Nel 1990, dopo decenni di proteste, questi esercizi di fuoco finirono. I militari hanno trasferito formalmente il controllo di Kahoolawe allo Stato delle Hawaii nel 1994.

La Legislazione statale delle Hawaii stabilì la Kahoolawe Island Reserve Commission (Kirc), assicurando che l’isola e le sue acque circostanti sarebbero state preservate per le generazioni future. Il Kirc fa molto affidamento sugli sforzi dei volontari per aiutare il restauro dell’isola. Il gruppo offre viaggi di lavoro settimanali a Kahoolawe. I volontari si incontrano a Maui il lunedì mattina, prima di essere trasferiti a Kahoolawe dove lavorano dal lunedì al giovedì. C’è una tassa di 100 dollari  che copre i costi di trasporto da Maui a Kahoolawe, cibo e imbarco.

Cosa puoi aspettarti di fare sull’isola con il Kirc? Lavori di restauro su larga scala. Le mansioni variano, ma in questo periodo gli operai si impegnano a piantare la flora nativa o a rimuovere le erbacce invasive, fondamentali per ristabilire l’ecosistema un tempo devastato dell’isola. Non è tutto lavoro. I volontari imparano la storia di Kahoolawe, sia antica che contemporanea, e praticano i canti hawaiani e altre tradizioni culturali.

La base operativa  è situata all’estremità meridionale di Kahoolawe e comprende edifici con zona notte, cucina e sala da pranzo. I servizi moderni includono servizi igienici ed elettricità. C’è una lista d’attesa per i viaggi di lavoro volontari, poiché Kirc porta ogni settimana da 20 a 25 volontari sull’isola. Quando vengono assegnati a un viaggio di lavoro, i volontari sono tenuti a completare un orientamento. La sessione informa i volontari di consigli di sicurezza, rischi ambientali e fornisce un background culturale dell’area.

Clicca qui per iscriverti al lavoro di volontariato. O per richieste specifiche, chiama il numero (808) 243-5020 o l’amministratore di posta elettronica @ kirc.hawaii.gov. Puoi leggere tutto sulla storia del restauro di Kirc cliccando qui . L’Organizzazione non profit Protect Kahoolawe Ohana offre anche un simile viaggio di lavoro attraverso un accordo di gestione con KIRC. I viaggi avvengono mensilmente e si basano sull’estremità nord dell’isola. Fino a 60 volontari possono essere ospitati in un solo viaggio. Se sei interessato a fare volontariato con il Pko clicca qui . Per ulteriori informazioni sui lavori di restauro del Pko sull’isola, clicca qui . Basta ricordare che un soggiorno su Kahoolawe non è un viaggio informale.  “È un lavoro duro”, dice Nahoopii del Kirc, “non è l’Hilton Hawaiian Village”.

Il bunker di nostra Signora di Sion, dove si nasconde l’Arca perduta

Il bunker di nostra Signora di Sion, dove si nasconde l’Arca perduta

Secondo il libro dell’Esodo, le Tavole della Legge contengono i dieci comandamenti che Dio ha dato a Mosè sul Monte Sinai. Alcuni fanno risalire l’evento al 1440 a.C.. Uno dei viaggi più affascinanti al mondo è quello alla ricerca dell’arca perduta. Ma non è quella del film. L’Arca dell’Alleanza è un gioiello, una reliquia dell’Antico Testamento, presente in Etiopia fin dal tempo di Menelik I, sovrano figlio di Salomone e della Regina di Saba, portata in Etiopia da un gruppo di nobili ebrei come dono per il sovrano di Axum. La città santa degli etiopi conserva ancora oggi questo santo sigillo dell’Alleanza fra gli antichi ebrei e il Signore, e viene ogni anno portata in processione nel giorno della Teofania per essere venerata dai fedeli che accorrono in massa. Per tutto il resto dell’anno, solamente ai Guardiani dell’Arca – pochi monaci scelti fra i più casti e puri del monastero – è permesso vederla e prendersene cura. Nemmeno il Patriarca etiope può visitare il santuario.

Al contrario di alcune leggende metropolitane, l’Arca non è stata mai trafugata. Come ha riportato Tigrai Online, un giornale etiope, l’Arca dell’Alleanza è al suo posto, al sicuro, e nessuno l’ha rubata. La riprova che questa è una notizia falsa si ha dalla quantità di link e siti con date discordanti su quando sia avvenuta, ci sono post del 2016, del 2014 e del 2011 che parlano del trafugamento dell’Arca, ogni volta con gli stessi particolari. Chissà per quale motivo si cerca di scandalizzare il mondo con questa notizia… ma l’importante è sapere che l’Arca è al sicuro.

Le leggende apocrife, parte del patrimonio e della tradizione comune in Nordafrica e in alcune regioni del Medio Oriente, attribuiscono poteri soprannaturali alle Tavole. Intorno a queste leggende se ne sono intrecciate delle altre, inclusa la presunta ossessione nazista per l’occultismo e le reliquie che avrebbe dato a Indiana Jones una delle sue missioni più famose.

La verità, però, è che dopo la distruzione del Tempio di Salomone a Gerusalemme nessuno sa con certezza dove sia finita l’Arca dell’Alleanza. Dopo essere scomparsa senza lasciare traccia – e senza alcuna registrazione conosciuta relativa alla sua ubicazione (assumendo che sia sopravvissuta alla distruzione del Tempio) –, è ancora uno dei più grandi misteri dell’archeologia.

Quasi 45 milioni di cristiani ortodossi etiopi sono tuttavia sicuri che l’Arca dell’Alleanza sia stata portata quasi 3.000 anni fa ad Aksum, nel nord dell’Etiopia, e che da allora sia stata custodita dai monaci nell’umile chiesa di Santa Maria di Sion.

Chi può entrare nella chiesa?  Nessuno al di là dei monaci guardiani ha il permesso di entrare nella chiesa. Uno dei pochi a cui sia mai stato permesso di parlare ai monaci è lo storico Ephrem Brhane, che si è dedicato a guidare pellegrini, fedeli e turisti di tutto il mondo ad Aksum e riferisce che “Abba Gebre Meskel è convinto al 100% che si tratti dell’Arca autentica. Non solo ha la forma esatta descritta nella Bibbia, ma brilla anche di una luce straordinaria”.

Si può vedere l’Arca? Per sette giorni al mese, prima del sorgere del sole, i monaci di Santa Maria di Sion portano una copia dell’Arca in processione. Ogni chiesa ortodossa in Etiopia ha una copia dell’Arca. In genere, ogni mese assiste alla processione quasi un migliaio di fedeli. La vecchia cappella di Nostra Signora di Sion sembra aver compiuto il suo dovere: varie crepe nel tetto hanno costretto i monaci ad avviare la costruzione di un nuovo tempio accanto a quello attuale, nel quali i monaci porteranno l’Arca nel massimo segreto. Nessuno saprà che l’Arca è stata spostata un’altra volta, nel nuovo tempio, fino al giorno dopo l’accaduto.

Le storie del lunedì: il cornetto

Le storie del lunedì: il cornetto

Non c’è cosa più buona di cappuccino e cornetto per colazione, soprattutto per affrontare il lunedì. Ma sappiamo com’è nato il cornetto?

Nel secondo articolo delle “storie del lunedì” parleremo delle origini storiche di un dolce tanto amato dalla gran parte degli italiani. Un dolce che spesse volte, apre la strada dell’inizio di un nuovo giorno: stiamo parlando del cornetto. E’ vero è lunedì mattina ed è sempre difficile iniziare questo giorno della settimana, e leggere ci resta sempre complicato; per ostracizzare tale paura, lasciamoci avvolgere dall’aroma, dalla fragranza e dal gusto di un cornetto. Alla marmellata, alla crema, alla cioccolata, vuoto, integrale, vegano etc esistono tante varietà di cornetti, tanti stili per un dolce unico. Forse nessuno di noi, in quel frangente di meditazione mentre si gira il cappuccino oppure il caffè, pensa alle origini di questa squisitezza. Forse non ci interessa oppure, semplicemente non lo si sa e si preferisce ascoltare quel frangente di dolcezza prima dell’inizio della giornata.

Ma quando è stato inventato il cornetto, e soprattutto quali sono le sue origini? Proviamo a chiudere gli occhi e ad immaginarci di essere nella Vienna del 1683, la prima cosa che noteremo è un clima di pericolo -siamo in piena Battaglia di Vienna, uno scontro che vede la lega cristiana contro l’impero ottomano- e di insicurezza. “ La grande Mela “ come veniva chiamata la città austriaca in quell’epoca stava subendo da circa due mesi un feroce assedio da parte dei turchi, che però non riuscivano a conquistarla. Allora le armate ottomane decisero di scavare dei tunnel sotto le mura e piazzare dell’esplosivo per aprirsi una breccia nelle possenti mura di Vienna. I primi ad accorgersi di questi lavori in corso furono proprio i fornai, che avvisarono le autorità. Successivamente all’intervento vittorioso del re polacco Giovanni III Sobieski Vienna tirò un sospiro di sollievo e per celebrare questa vittoria, un pasticcere viennese di nome Vendler ideò un dolce a forma di mezzaluna a voler ironizzare sull’ottomano sconfitto. Sempre in quella battaglia emerse una bevanda che sarà il connubio perfetto con il cornetto, ed è il caffè. Un polacco di nome Kolschirzky, mentre ispezionava l’accampamento ottomano trovò dei sacchi pieni di strani chicchi verdi, gli austriaci pensarono che fossero delle granaglie per i cammelli. Niente di tutto ciò, erano semplicemente i chicchi di caffè non tostati.

Il cornetto venne importato in Italia, inizialmente solo nel Veneto, subito dopo la conclusione della Battaglia di Vienna vista la piena partecipazione della Serenissima allo scontro bellico e sia per i continui scambi economico-commerciali tra Vienna e Venezia. Nel 1770 le vicende del cornetto prendono una virata francese: dopo le nozze reali tra il re di Francia Luigi XVI e Maria Antonietta figlia dell’imperatrice d’Austria Maria Teresa, il cornetto venne portato a Parigi e qui venne modificato con l’aggiunta del burro e si chiamò croissant. Bisogna aspettare il Trattato di Campoformio tra Napoleone e l’Austria per far si che il cornetto venne esportato in tutti i territori annessi all’Impero Francese.

Perciò, quando mangiamo il nostro cornetto a colazione, avvolti ancora da quella patina di sonno e costantemente intimoriti dall’andamento non sempre felice della nostra giornata, pensiamo che il cornetto è nato per celebrare una vittoria. Buon Lunedì.

“ Marsicana “; il lago del Fucino

“ Marsicana “; il lago del Fucino

Questa è una storia che parla della nascita di un lago, della sua magia e del modo in cui permane nell’animo degli abitanti della Marsica.

Marsicana “ sono una serie di articoli, che escono il giovedì, con lo scopo di portare alla conoscenza storica, religiosa, artistica e antropologica della Marsica, una regione che si trova nel cuore della provincia dell’Aquila in Abruzzo. In questo primo numero parleremo del lago del Fucino, mi viene quasi l’idea di iniziare questo nostro racconto con il famoso “ C’era una volta..”. Si è vero questo schema si usa solo per iniziare le favole per bambini: il lago del fucino non è stato una favola, è stato qualcosa di reale alimentato da qualcosa di mitico. Questo lago, che era terzo in Italia per estensione, ricopriva quello che oggi è uno dei centri agricoli più grandi in Italia e in Europa. Le sue sponde hanno visto la dea Angizia, le battaglie dei Marsi vinte contro i Romani nelle guerre sociali (91-88 a.C), l’imperatore Claudio e l’imperatrice Agrippina, la naumachia tra gladiatori per l’inaugurazione dei lavori di prosciugamento del lago, poi i secoli bui del medioevo sino ad arrivare alle manie di grandezza di Alessandro Torlonia che lo prosciugò definitivamente. In questo articolo non si parlerà delle alterne vicende storiche del lago – cosa che affronterò più in la nel tempo- ma si racconterà l’aspetto leggendario che il popolo aveva nei confronti del lago, in special modo della sua origine.

“[…] Esser quel lago un miracolo” scriveva il vescovo dei Marsi Mons. Pietro Antonio Corsignani nella settecentesca “ Reggia Marsicana “ riportando le parole dell’illustre viaggiatore Marco Polo.

Per raccontarvi la leggenda della nascita del lago del Fucino permettetemi di accedere tra i miei ricordi, di quando mia nonna Assunta, nelle sere in cui mi trovavo con lei nel paese di Trasacco (provincia di L’Aquila), mi raccontava delle storie per farmi stare buono. E tra quelle storie, che ricordo sempre con affetto, c’era proprio quella della nascita del Fucino. Mi raccontava che al centro dell’odierno bacino del Fucino sorgeva una città grandissima abitata da persone la cui gentilezza aveva una vasta fama. Un giorno Gesù decise di mettere alla prova tali voci, si trasformò in un mendicante e si avviò verso quella città. L’accoglienza non fu delle migliori, venne maltrattato, umiliato tanto da sentirsi inadeguato in quella città; solo una donna anziana ebbe pietà di lui. L’ospitò nella sua umile dimora per passare la notte; l’indomani, il Signore Gesù la invitò ad accompagnarlo fuori città, con la promessa di non voltarsi. I due percorsero molta strada, sino ad arrivare tra i resti di un’antica città; Gesù si fermò e scomparve dagli occhi della donna. Lei si voltò e non vide più la sua città ma un grande lago. Verità oppure leggenda? Bisogna dire che ogni leggenda possiede nel suo interno un frammento di verità. Una cosa è certa è che il lago del Fucino, nel bene e nel male continua a sopravvivere nel cuore dei Marsicani.

Se avrete la possibilità di visitare la Marsica in special modo Alba Fucens (uno scavo archeologico nel comune di Massa D’Albe, in provincia di L’Aquila) oppure visitare il Monte Salviano (Avezzano, provincia di L’Aquila) nelle prime ore del giorno nei mesi d’autunno ed inverno riuscirete ad osservare un lago fatto di nebbia, che possiede le stesse sembianze dell’antico lago. Nel prossimo numero di “ Marsicana “, che uscirà giovedì prossimo, parleremo del popolo dei Marsi, i guerrieri più spietati dell’antica Roma.

Due chiacchiere con gli antichi Romani: il matrimonio romano antico

Due chiacchiere con gli antichi Romani: il matrimonio romano antico

“Ubi tu gaius, ibi ego gaia”. Per ogni cultura il matrimonio segna un rito di passaggio nuovo nelle vite dei due sposi. In questo articolo parleremo del matrimonio nell’antica Roma descrivendo il rito di due giovani dell’epoca Flavio Domizio e Lucilla Procula.

Nel primo artico di “ due chiacchiere con gli antichi romani “ parleremo di come veniva celebrato il rito nuziale nell’antica Roma e lo faremo attraverso gli occhi di due giovani dell’epoca: Flavio Domizio e Lucilla Procula. Ovviamente i nomi sono inventati però tramite il loro esempio ci possono far capire come si svolgeva la funzione matrimoniale. Come primo atto della loro intenzione di vivere insieme, Flavio e Lucilla, devono suggellare la promessa del loro eterno amore dinanzi al Pater Familias, era lo Sponsalia: oggi lo possiamo tradurre nel fidanzamento ufficiale, che poi il significato era proprio quello. Ciò che ne distingue dal fidanzamento attuale è l’aspetto religioso della promessa, sia Flavio e sia Lucilla dovevano prestare tale giuramento dinanzi ad un aruspice. Il rito veniva suggellato dal “ bacio di religione “ ovvero un bacio casto dinanzi agli dei, anche questo è rimasto nella nostra cultura e lo danno gli sposi nel matrimonio religioso dinanzi a Dio. Seguiva lo scambio di doni tra gli sposi; erano doni materiali perlopiù. Tra questi doni, Flavio regala un anello alla sua bella Lucilla; diversamente dal solitario che si regala oggi, l’anulus pronubus (così si chiamava) aveva una funzione che legava la sposa tra le proprietà dello sposo, come qualcosa di materiale.

Flavio Domizio e Lucilla Procula potevano contare su tre forme di matrimonio: la Confarreatio (antica pratica utilizzata fin dai tempi di Romolo), la Coemptio (una vera e propria compravendita della sposa ad opera dello sposo) e l’Usus (una convivenza di un anno che vale da matrimonio). Le famiglie dei due sposi scelgono la Confarreatio da celebrare nella casa della sposa. Essendo i romani un popolo molto superstizioso, i matrimoni si celebravano noi giorni fasti (ovvero di buon auspicio): molti matrimoni si celebravano verso la metà di giugno.

Il giorno prima delle nozze, Lucilla deponeva ai piedi di una divinità femminile, nel suo caso Minerva, i suoi giocattoli e la sua veste da nubile dopo ciò indossava il suo vestito nuziale. Non bisogna pensare che l’abito delle spose romane sia come quello sfarzoso delle spose di oggi: era formato da una tunica senza orli di colore bianco, addobbata a mestieri e retta alla vita da una cintura che doveva esser sfilata da Flavio nella prima notte di nozze.

Arrivati al giorno delle nozze, nella casa di Lucilla, si svolgeva il rito: iniziava con un sacrificio animale in presenza dell’aruspice e successivamente i sposi, di cui i loro volti erano coperti, seduti vicino consumano una focaccia di farro in onore di Iuppiter Ferreus. Dopo aver mangiato, una donna anziana, Metella la nutrice di Lucilla, unisce le mani destre degli sposi e li lega al vincolo matrimoniale. Venuta sera, e successivamente ad un ricco banchetto, appena spunta Venere in cielo Flavio prende in braccio Lucilla (un rito che ricorda molto il ratto delle sabine) e la porta fuori da casa sua. Il corteo nuziale procede con gioia sino alle soglie della nuova casa; mentre Flavio l’aspetta dentro casa, Lucilla rimane fuori e dopo aver addobbato l’architrave della porta d’ingresso sente suo marito porre una domanda. “ Qui es? “ e Lucilla risponde “Ubi tu gaius ego gaia”, gli amici dello sposo prendono in braccio la sposa e la portano dentro la nuova casa. Flavio l’aspetta con un’urna d’acqua pulita ed un tizzone acceso, simboli di fertilità. Mentre il corteo si scioglie, Metella la donna anziana, porta i due sposi nella camera nuziale. Flavio Domizio e Lucilla sono ufficialmente marito e moglie agli occhi degli dei e di Roma.