Category: Storia Inedita

Marsicana: la Battaglia dei Piani Palentini, uno scontro europeo nel cuore della Marsica

Marsicana: la Battaglia dei Piani Palentini, uno scontro europeo nel cuore della Marsica

Un giovane principe contro un re maturo, uno scontro che sancì la fine del dominio svevo nel sud Italia e l’affermazione del potere francese Angioino.

In questo numero speciale di Marsicana parleremo, a ridosso del giorno in cui cade il 750° anniversario, delle vicende che portarono Svevi ed Angioini nel confrontarsi militarmente nei Piani Palentini.

“Carlo venne in Italia e, per ammenda, vittima fé di Curradino” (Dante, Purgatorio XX vv. 67-68)

Re Carlo I D’Angiò, statua situata nel Palazzo Reale di Napoli

Protagonisti di questa guerra sono due figure molto diverse tra di loro: da una parte abbiamo il diciottenne Corradino di Svevia, figlio di Corrado e nipote del grande imperatore Federico II di Svevia. Dall’alta abbiamo Carlo I d’Angiò, molto più grande di Corradino, fratello di re Luigi IX di Francia che sarà poi proclamato santo dalla chiesa cattolica – molto bella è la chiesa a Roma a lui dedicata ed abbellita con le opere del Caravaggio-.

Cosa portò questi due mondi così diversi alla guerra? Lo scontro iniziò quando il regno di Sicilia venne concesso, dal papa Clemente IV – al secolo il francese Guy La Gross, morto il 29 novembre del 1268- a Carlo I d’Angiò. Questo provocò le ire dei ghibellini siciliani che chiesero aiuto al giovanissimo Corradino. Il giovane principe univa in se sia le speranze di vedere una nuova unificazione del sud Italia e sia la grandezza di suo nonno, Federico II di Svevia. Nonostante la batosta presa dallo zio Manfredi nella battaglia di Benevento nel 1266, la stella di Corradino non si offuscò, anzi.

Corradino di Svevia, statua che si trova all’interno della basilica di Santa Maria del Carmine Maggiore (Napoli)

Nel febbraio del 1268, la città di Lucera fedele alla casata degli Svevia, venne assediata da Carlo I per liberarla dalle poche sacche arabe presenti in città: quale banco di prova più adatto per il giovane principe. Da quel momento i due sovrani iniziarono un gioco alla rincorsa che si arrestò nei pressi dei Piani Palentini. L’esercito di Corradino poteva vantare ben 9.000 uomini mentre quello di Carlo I ben 6.000. Come si diceva nel titolo questo fu un vero e proprio scontro europeo: arabi, spagnoli, tedeschi, romani e pisani per Corradino mentre francesi ed italiani per Carlo I. L’Europa che si fermò sul fiume Salto. Le truppe di Corradino erano divise in tre armate: la prima comandata dallo stesso Corradino e da Federico I Baden-Baden, la seconda da Galvano De Lancia e la terza da Enrico De Lancia. Mentre le truppe di Carlo I vennero divise in due armate, l’una comandata dal famoso Alardo De Valèry e l’altra da Guglielmo Stendardo.

L’inizio dello scontro vide una netta vittoria del giovane Corradino, favorita anche dalla superiorità tecnica del suo esercito. Ma il giovane principe fece male i suoi calcoli, nell’esercito angioino c’era Alardo de Valèry, che aveva combattuto le crociate e dai nemici saraceni aveva assorbito delle tattiche militari vincenti. Fece vestire con gli abiti da guerra del re Henry De Cousances, aiutante di campo di Carlo I che venne subito ucciso dalle truppe di Corradino. Questi, galvanizzati dalla notizia della morte dell’odiato francese, abbassarono la guardia; fu proprio questo errore a portare alla disfatta lo Svevia. Corradino ed il suo staff fuggirono verso sud dove, a Torre Astura nei pressi di Nettuno, venne tradito da Giovanni Frangipane e consegnato a re Carlo. Corradino venne decapitato a Napoli, presso piazza del Mercato, il 29 ottobre del 1268.

Antico documento che mostra la battaglia dei Piani Palentini

Battaglia di Tagliacozzo oppure Battaglia dei Piani Palentini? Questo è un grande dilemma arricchito anche da una sorta di nostalgico campanilismo. Dante Alighieri, dall’altro della sua importanza nella cultura italiana e mondiale, citò giustamente Tagliacozzo indicando la contea più grande ma, non prendendo parete alla battaglia, non conosceva il luogo reale dove si è svolto lo scontro. Comunque la si chiami, bisogna ricordarla questa battaglia sia perché il destino medievale del sud Italia è passato lungo le nostre terre -segnando la sorte della potenza sveva in Italia- ma sopratutto perché con la guerra non si sistema mai nulla.

“Tutti i grandi cambiamenti sono semplici.”

“ Marsicana”: il Cristianesimo nella Marsica

“ Marsicana”: il Cristianesimo nella Marsica

La storia della conversione del fiero popolo Marsicano al dolce messaggio di Cristo. I suoi Santi e le loro vicende umane.

Oggi nel nuovo articolo di “ Marsicana “ parleremo della diffusione del cristianesimo nella Marsica una terra misteriosa posta nel cuore della provincia dell’Aquila in Abruzzo. E lo faremo descrivendone alcuni dei suoi santi principali: San Marco Galileo, san Cesidio e Rufino ed il primo papa figlio della Marsica, Bonifacio IV.

«Dove c’è Pietro, lì c’è la Chiesa; dove c’è la Chiesa, lì non c’è affatto morte ma vita eterna» (S. Ambrogio, Enarrationes in Psalmos).

San Marco Galileo

Le parole del vescovo Ambrogio di Milano ci aprono la strada nel comprendere al meglio le vicende che legano il messaggio cristiano nelle prime comunità della provincia Valeria. Dobbiamo affermare che la diffusione della nuova religione, rispetto a Roma oppure ad altre province dell’impero, fu molto lenta nella Marsica: un rallentamento causato dalla frammentazione dei centri urbani. Nella Marsica abbiamo due grandi città Alba Fucens e Marruvium (l’odierna San Benedetto dei Marsi) dove si svilupparono, in modo molto tardo, solide comunità cristiane. Abbiamo menzione che durante le guerre greco-gotiche ed il successivo periodo longobardo del ducato di Spoleto, nella Marsica, erano ancora presenti molti pagani. Fu grazie al sacrificio non solo materiale ma anche di sangue dei monaci benedettini nel riportare i fedeli della terra marsicana sul sentiero di Cristo. Secondo alcuni studiosi, il vescovo Giovanni dei Marsi partecipò al secondo concilio di Costantinopoli (533 d.C), convocato dall’imperatore Giustiniano per contrastare l’eresia del Monofisita.

Ma chi portò il cristianesimo nella Marsica? Fu un romano, di nome Marco Galileo (o di Atina), seguace del principe degli apostoli Pietro che lo ordinò vescovo; egli tramite la Tiburtina Valeria (nota strada) portò il dolce messaggio di Cristo nella terra dei Marsi. Marco fu il primo vescovo dei Marsi, evangelizzò la Marsica, il basso Lazio e parte della Campania prima di esser martirizzato dal tremendo imperatore Domiziano. (la sua memoria è celebrata il 28 aprile)

San Rufino e Cesidio, affresco conservato nella cripta della Basilica di San Cesidio in Trasacco (AQ)

Il secondo vescovo dei Marsi fu San Rufino (che fu anche il primo vescovo della città di Assisi): perché abbiamo citato il vescovo Rufino? Perché fu il padre di uno dei santi principali della cristianità marsicana: San Cesidio da Trasacco. Originari di Amasya (nell’attuale Turchia) furono incarcerati per la loro fede in Cristo, dopo aver convertito il proconsole di quella zona scapparono in Italia e si rifugiarono nella Marsica. Qui fondarono, nella città di Transaquas (l’odierna Trasacco in provincia dell’Aquila), presso un’antica struttura imperiale in disuso, una prima chiesa. Quando Rufino venne martirizzato vicino Bastia Umbra (in provincia di Perugia nel borgo di Costano), suo figlio Cesidio ne traslò il corpo portandolo a Trasacco. Cesidio venne ucciso mentre celebrava messa insieme a Placido suo compagno del martirio; i loro corpi vengono conservati a Trasacco. Sulla figura di Cesidio si è parlato molto, anche a livello locale soprattutto prendendo in considerazione un tratto dei dialoghi di San Gregorio Magno nella quale parla del martirio di due monaci benedettini e la decapitazione di un venerabile diacono ad opera dei Goti. (la sua memoria è celebrata il 31 agosto).

Papa San Bonifacio IV

In ultimo, e non perché è il meno importante, parleremo della figura di Bonifacio IV primo papa originario della terra dei Marsi. Bonifacio, figlio di un medico di nome Giovanni era originario di Marruvium (secondo alcune fonti storiche) ascese al soglio di Pietro da monaco. Nei Liber Pontificalis (un’importante documento nella quale, oltre alla vita dei pontefici, si narrano le vicende storiche) si legge che il ministero di papa Bonifacio IV venne sconvolto da carestie, epidemie e inondazioni del Tevere. Ma sappiamo anche la data dell’elezione, il 25 agosto del 608. Egli fu il papa che trasformò in chiesa il Pantheon dedicandolo al culto di Santa Maria Regina dei Martiri (il 13 maggio del 603 d.C sempre secondo i Liber Pontificalis) ed istituti la Festa di tutti i Santi, che inizialmente era il 13 maggio ma poi, con papa Gregorio III venne spostata il 1° novembre. (la sua memoria si celebra l’8 maggio).

Nel prossimo numero di “ Marsicana “ ci addentreremo nelle bellezze della Marsica, parlando di Tagliacozzo.

“Tutti i grandi cambiamenti sono semplici.”

Il bunker di nostra Signora di Sion, dove si nasconde l’Arca perduta

Il bunker di nostra Signora di Sion, dove si nasconde l’Arca perduta

Secondo il libro dell’Esodo, le Tavole della Legge contengono i dieci comandamenti che Dio ha dato a Mosè sul Monte Sinai. Alcuni fanno risalire l’evento al 1440 a.C.. Uno dei viaggi più affascinanti al mondo è quello alla ricerca dell’arca perduta. Ma non è quella del film. L’Arca dell’Alleanza è un gioiello, una reliquia dell’Antico Testamento, presente in Etiopia fin dal tempo di Menelik I, sovrano figlio di Salomone e della Regina di Saba, portata in Etiopia da un gruppo di nobili ebrei come dono per il sovrano di Axum. La città santa degli etiopi conserva ancora oggi questo santo sigillo dell’Alleanza fra gli antichi ebrei e il Signore, e viene ogni anno portata in processione nel giorno della Teofania per essere venerata dai fedeli che accorrono in massa. Per tutto il resto dell’anno, solamente ai Guardiani dell’Arca – pochi monaci scelti fra i più casti e puri del monastero – è permesso vederla e prendersene cura. Nemmeno il Patriarca etiope può visitare il santuario.

Al contrario di alcune leggende metropolitane, l’Arca non è stata mai trafugata. Come ha riportato Tigrai Online, un giornale etiope, l’Arca dell’Alleanza è al suo posto, al sicuro, e nessuno l’ha rubata. La riprova che questa è una notizia falsa si ha dalla quantità di link e siti con date discordanti su quando sia avvenuta, ci sono post del 2016, del 2014 e del 2011 che parlano del trafugamento dell’Arca, ogni volta con gli stessi particolari. Chissà per quale motivo si cerca di scandalizzare il mondo con questa notizia… ma l’importante è sapere che l’Arca è al sicuro.

Le leggende apocrife, parte del patrimonio e della tradizione comune in Nordafrica e in alcune regioni del Medio Oriente, attribuiscono poteri soprannaturali alle Tavole. Intorno a queste leggende se ne sono intrecciate delle altre, inclusa la presunta ossessione nazista per l’occultismo e le reliquie che avrebbe dato a Indiana Jones una delle sue missioni più famose.

La verità, però, è che dopo la distruzione del Tempio di Salomone a Gerusalemme nessuno sa con certezza dove sia finita l’Arca dell’Alleanza. Dopo essere scomparsa senza lasciare traccia – e senza alcuna registrazione conosciuta relativa alla sua ubicazione (assumendo che sia sopravvissuta alla distruzione del Tempio) –, è ancora uno dei più grandi misteri dell’archeologia.

Quasi 45 milioni di cristiani ortodossi etiopi sono tuttavia sicuri che l’Arca dell’Alleanza sia stata portata quasi 3.000 anni fa ad Aksum, nel nord dell’Etiopia, e che da allora sia stata custodita dai monaci nell’umile chiesa di Santa Maria di Sion.

Chi può entrare nella chiesa?  Nessuno al di là dei monaci guardiani ha il permesso di entrare nella chiesa. Uno dei pochi a cui sia mai stato permesso di parlare ai monaci è lo storico Ephrem Brhane, che si è dedicato a guidare pellegrini, fedeli e turisti di tutto il mondo ad Aksum e riferisce che “Abba Gebre Meskel è convinto al 100% che si tratti dell’Arca autentica. Non solo ha la forma esatta descritta nella Bibbia, ma brilla anche di una luce straordinaria”.

Si può vedere l’Arca? Per sette giorni al mese, prima del sorgere del sole, i monaci di Santa Maria di Sion portano una copia dell’Arca in processione. Ogni chiesa ortodossa in Etiopia ha una copia dell’Arca. In genere, ogni mese assiste alla processione quasi un migliaio di fedeli. La vecchia cappella di Nostra Signora di Sion sembra aver compiuto il suo dovere: varie crepe nel tetto hanno costretto i monaci ad avviare la costruzione di un nuovo tempio accanto a quello attuale, nel quali i monaci porteranno l’Arca nel massimo segreto. Nessuno saprà che l’Arca è stata spostata un’altra volta, nel nuovo tempio, fino al giorno dopo l’accaduto.

L’ULTIMO RE MACEDONE

L’ULTIMO RE MACEDONE

Re Perseo di Macedonia ed il definitivo tramonto della prestigiosa monarchia macedone

Percorrendo la strada che porta da Avezzano (provincia di L’Aquila) al grazioso comune di Magliano dè Marsi (provincia di L’Aquila), a ridosso del centro abitato, c’è la presenza di un’anonima impronta archeologica. Spesse volte ricoperta da una vegetazione che ne alimenta ancora di più il suo mistero. Per gli abitanti di Magliano e non solo viene comunemente denominata la “ tomba di re Perseo di Macedonia ” anche se non si hanno ne riscontri archeologici e ne documentari che ne attestano la sua effettiva presenza. Ma allora perché si parla dell’ultimo re di Macedonia in una zona della Marsica?

Allora, proviamo un secondo ad andare indietro nel tempo così da alimentare la nostra curiosità storica. Siamo nel 168 a.C in Tessaglia e stiamo per assistere ad uno scontro di proporzioni epiche: da una parte possiamo osservare Lucio Emilio Paolo rappresentate della Repubblica Romana con i suoi legionari ed i suoi alleati. Dall’altra osserviamo Re Perseo di Macedonia, figlio di Filippo V, ultimo rappresentate della gloriosa dinastia macedone che regnava su gli ex domini del grande Alessandro Magno. Erano circa le 15 del pomeriggio, come ci racconta lo storico greco Plutarco nelle Vite Parallele parlando di Emilio Paolo, quando iniziò la feroce battaglia. La falange macedone, una delle migliori tattiche militari dell’epoca, adoperata dal re macedone stava rispecchiando la sua infallibilità e lo stava facendo ai danni sia dei romani che dei loro alleati italici (come i Peligni ed i Marrucini). Emilio Paolo, sentendo prossima la sconfitta del suo esercito decise una ritirata strategica.

La falange macedone sentendo l’odore della vittoria li inseguì, cadendo così nella trappola del console romano. In un’area pianeggiante, i legionari romani massacrarono letteralmente i soldati della falange; fu un vero e proprio shock psicologico per i macedoni. Morirono circa 20.000 soldati ed anche molti furono i prigionieri che verranno venduti in tutti i mercati di schiavi dell’impero. Perseo decise di scappare, ma fu catturato nella città di Samotracia e condotto come trofeo nella città di Roma. Da quel momento, l’ex reale ridotto all’ombra di se stesso venne condotto nella colonia latina di Alba Fucens (frazione del comune di Massa d’Albe in provincia di L’Aquila) dove morì nel 166 a.C in prigionia. Da quel momento nacque il mito del luogo di sepoltura del re. Nel 2005 una delegazione archeologica proveniente della Macedonia visitò la presunta tomba del re, facendo così infuriare il governo greco, visto che Perseo nacque molto probabilmente in territorio greco. Antiche e sempre nuove battaglie.

“Tutti i grandi cambiamenti sono semplici.”