Category: Storie inedite

“Marsicana”, Petronilla Paolini Massima la poetessa marsicana

“Marsicana”, Petronilla Paolini Massima la poetessa marsicana

Le vicende di una poetessa marsicana del ‘700 poco conosciuta nella Marsica ma di grande attualità..

La storia che oggi vi presentiamo a “Marsicana” narra le vicende umane e letterarie di una poetessa marsicana d’inizio ‘700: Petronilla Paolini Massimi. Una vera innovatrice per l’epoca, visto il ruolo marginale che la donna aveva in quei secoli, e soprattutto perché dalla sua vita- poco fortunata- è riuscita a ideare una poesia molto espressiva, d’altronde “dai diamanti non nasce niente dal letame nascono i fior” come cantava De Andrè.

Qual nella casta mente. Pensier vi nacque al grand’annunzio, ond’era. Per farsi in voi Verginità. Come con salda e vera. Fede attendeste, e di bel zelo ardente. L’alto Concetto in umiltà profonda (Petronilla Paolini Massimi)

Incisione di Edward Lear (foto concessa dall’archivio fotografico Tavani-Aloysi)

La poesia che abbiamo riportato qui racconta, se pur nella lingua italiana del ‘700, una devozione di Petronilla verso la Madonna, una fede, che nonostante le sue disavventure emerge forte dalle sue righe. Petronilla nacque la Vigilia di Natale dell’anno del Signore 1624 dal nobile di Magliano dè Marsi (provincia dell’Aquila) Francesco Paolini e dalla nobildonna Silvia Argoli di Tagliacozzo (sempre in provincia dell’Aquila) imparentata con il noto matematico Andrea Argoli. L’infanzia della piccola poetessa venne però turbata dall’efferato omicidio del padre il 13 febbraio del 1667, forse per meri intrighi politici.

L’omicidio provocò una fuga della piccola Petronilla e di sua madre Silvia nella città di Roma: li trovarono ospitalità presso il convento delle monache clarisse dello Spirito Santo dei Napoletani nel rione Regola. La vita nel convento piaceva alla piccola Petronilla e con sua madre si trovava bene in quel mondo di preghiera. Nonostante ciò, la situazione economica della famiglia Paolini stava subendo delle pericolose evoluzioni: il 9 novembre del 1677 la madre concesse in sposa – la piccola poetessa aveva 10 anni- al nobile romano Francesco Massimi vice-castellano della fortezza di Castel Sant’Angelo. Questo orrendo matrimonio è stato anche avallato dal una sorta di benedizione di papa Clemente X (al secolo Emilio Altieri), parente del Massimi.

Foto storica di Tagliacozzo

Per un breve periodo di tempo, la giovane restò nel convento con la madre ma poi decise di andare a vivere nel palazzo che apparteneva al Massimi. Il palazzo si trovava nell’Ara Coeli, nel quartiere medievale che è stato distrutto tra fine ‘800 e inizi ‘900 per far spazio all’Altare della Patria: la poetessa li visse e coltivò la sua arte. La scrittura gli scorreva nel sangue visto che suo padre, Francesco Paolini era “uomo erudito nelle belle lettere” come ci racconta l’autore della Reggia Marsicana. A differenza di suo padre, la giovane usava la scrittura per sentirsi libera da un mondo che non considerava suo. Tutta questa sofferenza la si può leggere nei suoi tristi versi: “pur baciai le catene e in rigida prigion sfogai col canto qual dolente usignuol l’angosce e ‘l pianto”.

Chiesa di Santo Spirito dei Napoletani

Da Francesco Massimi ebbe 3 figli; Angelo, Emilio e Domenico e la considerazione dell’esser madre la convinse a lasciare quella casa. Cercò di prendere le vie legali rivolgendosi al tribunale per una separazione, ma gli venne negata. Ciò che non gli venne negata però furono i meriti di suoi lettori e di alcune accademie: divenne membro delle accademie romane di Arcadia e degli Infecondi e dell’accademia perugina degli insensati. Ma lo strappo con il marito gli costò il duro prezzo di non vedere i suoi figli e neanche di stare al capezzale del figlio Domenico che morì nel 1694. Morto il marito, la poetessa che ormai era diventata importante e conosciuta anche con il nome di Fidalma Partenide ritornò nel suo palazzo romano con i suoi due figli ma non dimenticava mai ne Tagliacozzo ne Magliano dè Marsi. Petronilla Paolini Massimi morirà il 4 marzo del 1726 nella città di Roma ed è sepolta nella chiesa di Sant’Egidio.

Ps: Lo so benissimo che nel nuovo numero di “Marsicana” dovevo parlare di Tagliacozzo (della sua arte e storia), perdonatemi; sarà per il prossimo articolo.

“Tutti i grandi cambiamenti sono semplici.”

Kahoolawe, l’isola fantastica inaccessibile. Noi ti sveliamo il segreto per entrarci

Kahoolawe, l’isola fantastica inaccessibile. Noi ti sveliamo il segreto per entrarci

Non è facile visitare una delle isole meno visitabili delle Hawaii, l’isola di  Kahoolawe. Un modo però c’è qualora qualcuno voglia avventurarsi in questa misteriosa realtà. Sì, puoi visitare Kahoolawe. Ma non è facile. E’ la più piccola delle otto principali isole hawaiane. Kahoolawe e le sue acque circostanti sono per legge vietate al pubblico.

Il tuo unico modo di sbarcare è attraverso opportunità di lavoro volontario offerte durante tutto l’anno. Considerato inabitabile a causa delle sue dimensioni ridotte – solo 44,6 miglia quadrate – e la mancanza di acqua dolce, Kahoolawe divenne un campo di addestramento e di bombardamento per l’esercito americano dopo la seconda guerra mondiale. Nel 1990, dopo decenni di proteste, questi esercizi di fuoco finirono. I militari hanno trasferito formalmente il controllo di Kahoolawe allo Stato delle Hawaii nel 1994.

La Legislazione statale delle Hawaii stabilì la Kahoolawe Island Reserve Commission (Kirc), assicurando che l’isola e le sue acque circostanti sarebbero state preservate per le generazioni future. Il Kirc fa molto affidamento sugli sforzi dei volontari per aiutare il restauro dell’isola. Il gruppo offre viaggi di lavoro settimanali a Kahoolawe. I volontari si incontrano a Maui il lunedì mattina, prima di essere trasferiti a Kahoolawe dove lavorano dal lunedì al giovedì. C’è una tassa di 100 dollari  che copre i costi di trasporto da Maui a Kahoolawe, cibo e imbarco.

Cosa puoi aspettarti di fare sull’isola con il Kirc? Lavori di restauro su larga scala. Le mansioni variano, ma in questo periodo gli operai si impegnano a piantare la flora nativa o a rimuovere le erbacce invasive, fondamentali per ristabilire l’ecosistema un tempo devastato dell’isola. Non è tutto lavoro. I volontari imparano la storia di Kahoolawe, sia antica che contemporanea, e praticano i canti hawaiani e altre tradizioni culturali.

La base operativa  è situata all’estremità meridionale di Kahoolawe e comprende edifici con zona notte, cucina e sala da pranzo. I servizi moderni includono servizi igienici ed elettricità. C’è una lista d’attesa per i viaggi di lavoro volontari, poiché Kirc porta ogni settimana da 20 a 25 volontari sull’isola. Quando vengono assegnati a un viaggio di lavoro, i volontari sono tenuti a completare un orientamento. La sessione informa i volontari di consigli di sicurezza, rischi ambientali e fornisce un background culturale dell’area.

Clicca qui per iscriverti al lavoro di volontariato. O per richieste specifiche, chiama il numero (808) 243-5020 o l’amministratore di posta elettronica @ kirc.hawaii.gov. Puoi leggere tutto sulla storia del restauro di Kirc cliccando qui . L’Organizzazione non profit Protect Kahoolawe Ohana offre anche un simile viaggio di lavoro attraverso un accordo di gestione con KIRC. I viaggi avvengono mensilmente e si basano sull’estremità nord dell’isola. Fino a 60 volontari possono essere ospitati in un solo viaggio. Se sei interessato a fare volontariato con il Pko clicca qui . Per ulteriori informazioni sui lavori di restauro del Pko sull’isola, clicca qui . Basta ricordare che un soggiorno su Kahoolawe non è un viaggio informale.  “È un lavoro duro”, dice Nahoopii del Kirc, “non è l’Hilton Hawaiian Village”.

Il bunker di nostra Signora di Sion, dove si nasconde l’Arca perduta

Il bunker di nostra Signora di Sion, dove si nasconde l’Arca perduta

Secondo il libro dell’Esodo, le Tavole della Legge contengono i dieci comandamenti che Dio ha dato a Mosè sul Monte Sinai. Alcuni fanno risalire l’evento al 1440 a.C.. Uno dei viaggi più affascinanti al mondo è quello alla ricerca dell’arca perduta. Ma non è quella del film. L’Arca dell’Alleanza è un gioiello, una reliquia dell’Antico Testamento, presente in Etiopia fin dal tempo di Menelik I, sovrano figlio di Salomone e della Regina di Saba, portata in Etiopia da un gruppo di nobili ebrei come dono per il sovrano di Axum. La città santa degli etiopi conserva ancora oggi questo santo sigillo dell’Alleanza fra gli antichi ebrei e il Signore, e viene ogni anno portata in processione nel giorno della Teofania per essere venerata dai fedeli che accorrono in massa. Per tutto il resto dell’anno, solamente ai Guardiani dell’Arca – pochi monaci scelti fra i più casti e puri del monastero – è permesso vederla e prendersene cura. Nemmeno il Patriarca etiope può visitare il santuario.

Al contrario di alcune leggende metropolitane, l’Arca non è stata mai trafugata. Come ha riportato Tigrai Online, un giornale etiope, l’Arca dell’Alleanza è al suo posto, al sicuro, e nessuno l’ha rubata. La riprova che questa è una notizia falsa si ha dalla quantità di link e siti con date discordanti su quando sia avvenuta, ci sono post del 2016, del 2014 e del 2011 che parlano del trafugamento dell’Arca, ogni volta con gli stessi particolari. Chissà per quale motivo si cerca di scandalizzare il mondo con questa notizia… ma l’importante è sapere che l’Arca è al sicuro.

Le leggende apocrife, parte del patrimonio e della tradizione comune in Nordafrica e in alcune regioni del Medio Oriente, attribuiscono poteri soprannaturali alle Tavole. Intorno a queste leggende se ne sono intrecciate delle altre, inclusa la presunta ossessione nazista per l’occultismo e le reliquie che avrebbe dato a Indiana Jones una delle sue missioni più famose.

La verità, però, è che dopo la distruzione del Tempio di Salomone a Gerusalemme nessuno sa con certezza dove sia finita l’Arca dell’Alleanza. Dopo essere scomparsa senza lasciare traccia – e senza alcuna registrazione conosciuta relativa alla sua ubicazione (assumendo che sia sopravvissuta alla distruzione del Tempio) –, è ancora uno dei più grandi misteri dell’archeologia.

Quasi 45 milioni di cristiani ortodossi etiopi sono tuttavia sicuri che l’Arca dell’Alleanza sia stata portata quasi 3.000 anni fa ad Aksum, nel nord dell’Etiopia, e che da allora sia stata custodita dai monaci nell’umile chiesa di Santa Maria di Sion.

Chi può entrare nella chiesa?  Nessuno al di là dei monaci guardiani ha il permesso di entrare nella chiesa. Uno dei pochi a cui sia mai stato permesso di parlare ai monaci è lo storico Ephrem Brhane, che si è dedicato a guidare pellegrini, fedeli e turisti di tutto il mondo ad Aksum e riferisce che “Abba Gebre Meskel è convinto al 100% che si tratti dell’Arca autentica. Non solo ha la forma esatta descritta nella Bibbia, ma brilla anche di una luce straordinaria”.

Si può vedere l’Arca? Per sette giorni al mese, prima del sorgere del sole, i monaci di Santa Maria di Sion portano una copia dell’Arca in processione. Ogni chiesa ortodossa in Etiopia ha una copia dell’Arca. In genere, ogni mese assiste alla processione quasi un migliaio di fedeli. La vecchia cappella di Nostra Signora di Sion sembra aver compiuto il suo dovere: varie crepe nel tetto hanno costretto i monaci ad avviare la costruzione di un nuovo tempio accanto a quello attuale, nel quali i monaci porteranno l’Arca nel massimo segreto. Nessuno saprà che l’Arca è stata spostata un’altra volta, nel nuovo tempio, fino al giorno dopo l’accaduto.

Holy Trinity greek orthodox monastery in Detroit

Holy Trinity greek orthodox monastery in Detroit

Reportage tra i ghiacci del Canada di Pietro Guida (26)

L’esperienza più coinvolgente e intensa che ho vissuto durante il mio viaggio nel nord America è stata sicuramente il soggiorno nel monastero greco ortodosso di Holy Trinity, nel Michigan. Alcuni anni fa mio cugino Sam, cristiano cattolico, ingegnere di 27 anni di successo in Canada e poi negli States, fu invitato da una sua cara amica a trascorrere un periodo di riposto dal lavoro nel monastero vicino Detroit. Qualcosa scattò dentro di lui tanto che si convertì alla religione cristiana ortodossa donando da allora la sua vita a Cristo e ritirandosi nella clausura di Holy Trinity. Si ratta di una grande tenuta precedentemente proprietà di un ricco uomo d’affari.

Reportage tra i ghiacci del Canada di Pietro Guida (25)

Reportage tra i ghiacci del Canada di Pietro Guida (30)

Reportage tra i ghiacci del Canada di Pietro Guida (31)

Reportage tra i ghiacci del Canada di Pietro Guida (32)

Reportage tra i ghiacci del Canada di Pietro Guida (33)

Io,insieme ad altri cinque ospiti, siamo stati accolti e assistiti premurosamente per tre giorni. Ci hanno accolto come fossimo compagni di sempre. Le loro preghiere nel cuore della notte all’interno della mistica cappella del monastero traboccante di icone, i rintocchi della tavola del Vecchio testamento che invitano alla preghiera alle 4 del mattino, la funzione religiosa nel giorno di festa che comprende anche il pranzo semplice, dignitoso e rigorosamente vegetariano per tutti i fedeli (sic), e la frutta fresca insieme ai biscotti bagnati e insaporiti dal loro sciroppo d’acero sono tutti doni che resteranno sigillati per sempre nel mio cuore.

Reportage tra i ghiacci del Canada di Pietro Guida (27)

Reportage tra i ghiacci del Canada di Pietro Guida (28)

Reportage tra i ghiacci del Canada di Pietro Guida (29)

Reportage tra i ghiacci del Canada di Pietro Guida (34)

Reportage tra i ghiacci del Canada di Pietro Guida (35)

Mi sono sentito come un povero sostenuto, come un ammalato assistito, come un disperato consolato. I gabbiani che volano liberi all’orizzonte, illuminati dal riflesso del tramonto che splende sul lago, mi ricorderà per sempre la stessa libertà dei monaci di clausura a Holy Trinity.

Reportage tra i ghiacci del Canada di Pietro Guida (36)

Reportage tra i ghiacci del Canada di Pietro Guida (37)

Reportage tra i ghiacci del Canada di Pietro Guida (38)

Reportage tra i ghiacci del Canada di Pietro Guida (39)

Le foto di carattere naturalistico sono state scattate con Canon EOS 40D, Canon 70-200mm f/4.0, Sigma 10-20mm f/4-5.6

Reportage dai ghiacci del Canada e i grandi laghi del Nord America

Reportage dai ghiacci del Canada e i grandi laghi del Nord America

Reportage tra i ghiacci del Canada di Pietro Guida (1)Quando decisi di andare in Canada non immaginavo di trovarmi di fronte a un territorio così aggressivo e allo stesso tempo affascinante. Credevo che a marzo il freddo nella zona dei grandi laghi sarebbe stato contenuto e non avrebbe creato problemi a uno come me, che vive tutto l’anno in zona di montagna. Eppure il clima che ho trovato nella prima settimana di marzo 2009 mi ha reso la vita difficile, soprattutto in occasione di escursioni fotografiche. Ma anche per questo quello in Canada è stato un viaggio incredibile,  tra i grandi laghi del Nord America, tra i ghiacci, in un ambiente incontaminato e selvaggio, dove il freddo orienta tutte le scelte sociali delle popolazioni. Ma è stato anche un viaggio per conoscere meglio una cultura affascinante.

Reportage tra i ghiacci del Canada di Pietro Guida (2)

Territorio e popolazione

Reportage tra i ghiacci del Canada di Pietro Guida (3)

In Canada la gran parte del territorio non è accessibile a causa dei ghiacci, soprattutto nei mesi freddi. Ma nella zona dei Grandi Laghi la situazione è migliore. Ai confini con gli Stati Uniti il territorio è prevalentemente turistico ma l’ambiente naturale comunque ricco di spunti. Il 75 per cento della popolazione vive a meno di 250 chilometri dalla frontiera Usa, tra le più lunghe del mondo, estesa per quasi cinquemila chilometri!

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I grandi laghi

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A farmi da guida lungo le coste dei grandi laghi come l’Ontario è stato mio zio Cleto che abita in Canada da una vita e che per molti anni ha portato a termine viaggi ed escursioni tra i ghiacci del Nord America . La prima volta che mi sono trovato a fotografare l’alba sulla riva di questa specie di mare senza sale e semigelato è stata un’esperienza eccezionale.

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L’acqua che mi schizzava sul viso si trasformava in una decina di secondi in pezzetti di ghiaccio. Difficile fotografare in quelle condizioni, tanto che avevo addirittura pensato di desistere dal tentativo, soprattutto a causa della febbre alta. Oltre all’incoraggiamento di mio zio, provvidenziale è stato anche il famoso sciroppo d’acero canadese a base di paracetamolo. I grandi laghi d’inverno sono incantevoli, e vedere un mare che gela è avvincente. Ma da un punto di vista strettamente turistico consiglio visite nel periodo estivo o primaverile.

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Il Freddo

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Anche la vita sociale è condizionata dal grande freddo invernale. Le abitazioni, soprattutto nelle zone periferiche, sono molto calde e accoglienti, riscaldate con impianto a gasolio che fa funzionare il condizionatore. Le strade dei piccoli centri sono prevalentemente vuote per la maggior parte del giorno. La vita sociale si svolge soprattutto nelle case, nei club e nei locali pubblici. Difficilmente le strade vengono percorse a piedi nel periodo invernale. Nelle abitazioni private, escluso nelle metropoli, c’è la consuetudine di togliersi le scarpe quando si varca la soglia della porta d’ingresso. Un costume che ritengo poco utile e sconveniente, anche perché dettato semplicemente da questioni pratiche sterili. Non è l’unico modo per evitare che in casa entri lo sporco visto che esistono i tappeti. Inoltre non tutte le case hanno moquette e parquet, e camminare scalzi sul pavimento in ceramica non è il massimo. Per quanto riguarda le basse temperature, nell’entroterra le condizioni sono ancora più estreme. Le temperature medie oscillano intorno ai -15 gradi con picchi di -40.

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Parchi

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In Canada la concezione dello spazio è completamente diversa da quella europea. Le aree protette sono immense e numerosissime. Ho visitato il Parco Nazionale delle Mauricie, quello del Gaspesiè, ma anche i parchi urbani come il Tommy Thompson Park di Toronto o l’High Park. Per un viaggio in Canada consiglio almeno dieci giorni di vacanza. Io sono stato otto giorni, ma due giorni in più mi avrebbero permesso di visitare almeno un altro parco naturale. Per chi non è interessato ai parchi consiglio una vacanza di sette giorni se dotati di auto.Reportage tra i ghiacci del Canada di Pietro Guida (11)

Reportage tra i ghiacci del Canada di Pietro Guida (12)Il viaggio

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Da Roma Fiumicino sono sceso a Toronto che ritengo una delle città dell’America settentrionale più accoglienti. Il Lester Pearson International Airport si trova a nordovest della città, a pochi minuti dal centro, a 16 miglia (25 km). E’ ben collegato con autobus, che portano al centro con circa 15 dollari, oppure con la metropolitana, utilizzando il Toronto Transit Commission. La metro è ben collegata con bus e tram disponibili dalle 6 del mattino all’una e mezza di notte. Una corsa in metro costa due dollari e mezzo circa.

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Toronto multietnico

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È una vera metropoli multietnica. Quello che mi ha colpito di più è stato l’aspetto multiculturale della città. Dei suoi due milioni e mezzo di abitanti (cinque e mezzo nell’area metropolitana) solo il 36 per cento è di origine non europea. Se si prova a chiamare il numero telefonico di emergenza, 911, c’è la possibilità di colloquiare in ben 150 lingue. A Toronto, infine, mezzo milione di persone ha origine italiana.

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Le cascate del Niagara

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Fotografare le cascateReportage tra i ghiacci del Canada di Pietro Guida (43)

Da un punto di vista tecnico non è semplice fotografare le cascate nel periodo invernale. Non è difficile però trovare la giusta posizione per un’inquadratura adeguata. Nonostante il grande afflusso di turisti, le postazioni disponibili per ottenere un buon punto di vista non mancano. Il problema principale sono la brinata sull’obiettivo, le goccioline di acqua che si formano in continuazione e in pochi secondi, e la nebbiolina nell’atmosfera. Dopo pochi minuti mi sono ritrovato fradicio. Il vero problema è scattare con il cavalletto in tempi lunghi, in modo da rendere soffice l’acqua delle cascata e dare una buona esposizione al resto dell’ambiente. L’unica possibilità è pulire l’obiettivo e scattare subito, riprovando fino a quando non si trova scova “l’attimo fuggente”.

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Il tuffo

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Di solito perseguito ogni giorno la cronaca per il lavoro di giornalista che svolgo. In questa occasione è stata la cronaca a perseguitare me. Era il 12 marzo e quel giorno, dopo aver fotografato laghi e montagna del nord potevo finalmente dedicarmi alle cascate. Quello che mi aveva impressionato subito dopo aver visto la portata di quella sorta di mare dolce piegato dalla forza di gravità era stato in senso di vuoto che le cascate trasmettevano. Pensai: «sarebbe terribile finirci dentro, non ne rimarrebbe neanche un pezzetto su qualcuno dovesse precipitarvi». Subito dopo le grida dei turisti. Una curiosità sulle cascate, infatti, riguarda il tentativo dell’essere umano ripetuto nei decenni di saltare le cascate senza morire. L’ultimo tentativo è avvenuto proprio davanti ai miei occhi, il 12 marzo, e io ero lì. Tutto iniziò, però, nel 1829 quando ci provò Sam Patch, soprannominato appunto il saltatore yankee. Volò dalla Cascata del Ferro di Cavallo. Da allora cominciò una corsa la tuffo. Molti furono i morti. Nel 1960 cadde dalle cascate anche un bimbo di sei anni e sopravvisse miracolosamente grazie al salvagente. Nel 2003 ci fu il primo salto senza protezione di alcun genere. Nessuno è però mai sopravvissuto al volo dal lato statunitense delle cascate. Il secondo avvenne proprio nel momento in cui io ero lì. Quel giorno è iniziato da quelle grida intense dei turisti. E anche io ero lì da turista. L’istinto di passare dal turismo alla cronaca è stato immediato. Ma il desiderio, per una volta, di stare da un altro lato della visuale mi affascinava allo stesso modo. Al di là di tutto ciò, c’era un uomo di 30 anni che rischiava il congelamento. Si era gettato dalla Cascata del Ferro di Cavallo dopo aver scavalcato la ringhiera. L’intervento dell’elicottero è stato molto tempestivo.

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La Tower

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Non si può andare in Canada senza visitare la Canadian National Tower, alta 553.3 metri. Viene ancora definita dai residenti come la torre più alta del mondo, anche se nel 2007 è stata superata dal grattacielo Burj Dubai. Il panorama è fantastico. Si può mangiare nel ristorante interno ruotante, guardando tutto il panorama senza alzarsi dalla sedia. I prezzi sono molto alti. Solo per visitare la torre si pagano circa 50 dollari.

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Casa Loma
Ho visitato il castello del Canada con grande piacere soprattutto per l’atmosfera che trasmette grazie alla bellezza medievale della costruzione realizzata su una collina. In origine era l’abitazione del finanziere canadese Sir Henry Pellatt. Fu realizzata nel 1911 su commissione di Pellatt dal famoso architetto E J Lennox. Più di trecento uomini, nel giro di tre anni, realizzarono un’abitazione da sogno, costata tre milioni e mezzo di dollari, che oggi è proprietà del Comune di Toronto. La visita può essere portata a termine in pochi minuti e ne vale veramente la pena.

Lo Shopping

Reportage tra i ghiacci del Canada di Pietro Guida (24)

Ci sono centinaia di luoghi dove fare compere nella zona di Toronto. Consiglio però l’Eaton Centre, il più grande centro commerciale della città. Si può trovare di tutto, e c’è un negozio per ogni esigenza. I prezzi a me sono sembrati in linea con quelli italiani. Un po’ più alti quelli d’abbigliamento di marca, un po’ più bassi quelli di hobbistica e in linea con i prezzi europei quelli del settore digitale e informatico.

La cucina

La cucina canadese a me è sembrata di ottimo livello soprattutto grazie alla presenza di ristoranti gestiti dagli immigrati provenienti da molti Paesi europei. Ma è possibile provare, soprattutto a Toronto, specialità provenienti da tutto il mondo. Per quanto riguarda le mance, se il servizio vi ha soddisfatto in Canada si lascia al cameriere il 15 per cento del conto totale. Attenti però ad alcuni ristoranti che, in caso di grandi gruppi, aggiungono in modo automatico la maggiorazione percentuale. Il pezzo forte della cucina in Canada è senza dubbio la colazione, simile a quella all’inglese, ma più abbondante e proteica, con frutta, dolci, latte, aranciata. Consiglio a tutti i pancakes allo sciroppo d’acero. Il pranzo è abbastanza leggero, mentre la cena, intorno alle 18.30, più ricca.

Turchia e i quartieri nascosti di Istanbul

Turchia e i quartieri nascosti di Istanbul

Unica città al mondo situata a metà tra due continenti, Istanbul ti sorprenderà con il suo stile originale, a cavallo tra le antiche tradizioni e le nuove tendenze. Capitale vibrante e cosmopolita, ti lascerà senza fiato per le sue bellezze, testimoni di oltre duemila anni di storia gloriosa. Affascinante, coinvolgente, ospitale e imprevedibile. Lasciati sedurre dalla magia dell’ incontro tra Oriente e Occidente.
Malgrado gli sforzi che i turchi compiono da anni per attribuire a Istanbul un’immagine occidentale, (basti pensare che nel 2010 è stata anche “Capitale Europea della Cultura”), in realtà resta una città con tratti decisamente orientali dove predomina la religione musulmana. Ma proprio questo è il suo fascino: se su alcune vie dei quartieri eleganti del centro sembra di trovarsi a Parigi, pochi isolati più avanti ci si immerge nei bazar tra spezie e mercanzie tipicamente arabe.

I quartieri più antichi e interessanti della città si trovano nella parte europea, lungo il Corno D’Oro, l’insenatura a forma di corno appunto, che confluisce nel Bosforo creando una spettacolare baia sovrastata dagli altissimi minareti dei due simboli di Istanbul – la Basilica di Santa Sofia e la Moschea Blu – e di quelli della Moschea di Solimano nonché, sulla punta del promontorio, dal Palazzo Topkapi, dimora dei sultani. Istanbul rappresenta bene l’essenza della Turchia: un luogo dove tradizione e modernità convivono e, a volte, si fondono sulle rive del Bosforo. Orhan Pamuk dice che Istanbul non porta tristezza “come una malattia temporanea”, oppure “un dolore di cui liberarsi”, ma come una scelta. Una scelta da fare consapevolmente e senza pregiudizi.

Consigli gourmet e modernità. Karaköy, quartiere a poche centinaia di metri dal ponte di Galata, è il posto giusto per trovare piccoli negozi di design e bar dove prendere un aperitivo. Non mancano i ristoranti, che propongono ottimo pesce, oltre ai tipici antipasti turchi. Qui al tramonto, anche d’inverno, le strette strade si affollano di giovani che bevono e mangiano in compagnia, soprattutto all’aperto: e il quartiere diventa una sorta di unico e grande locale dove condividere chiacchiere e specialità gastronomiche.

Getty Images. Per provare l’esperienza di una tradizionale meyhane (taverna) bisogna invece andare nello storico quartriere di Balat. L’usanza della meyhane risale all’epoca bizantina e vede uomini e donne sedere attorno a tavoli apparecchiati con cura a degustare lentamente i luculliani pasti turchi. Un indirizzo per andare sul sicuro è Balat Sahil Restoran (Ayvansaray Mahallesi, Mürselpaşa Caddesi No. 245, Balat Balat): scegliete i vostri meze preferiti dal ricco menu e godetevi l’atmosfera d’altri tempi.

Gli amanti della mixology devono andare da Finn Karaköy (Necatibey Caddesi, Arapoğlan Sokak No.8/B, Karaköy), dove si può anche mangiare, e da Efendi (Hacı Emin Efendi Sokak, No 28/A Topağacı) per ascoltare ottima musica sorseggiando un cocktail d’autore.

Fatih. Se sei a Istanbule e sei stanco del centro più turistico della città, allora se sei coraggioso devi inoltrarti nel vecchio quartiere di Fatih. Quando io ci andai, era un pomeriggio invernale di tanti anni fa. Da allora la mia vita si trasformò, e tutto quello che avvenne dopo, fino a oggi, fu condizionato in modo irreversibile da quell’incontro misterioso e illuminante. Da allora chiunque venne a conoscenza di questa storia cambiò il suo modo di amare, quello di essere amato e la propria vita, per sempre.
Avevo deviso di avventurarmi nel vecchio rione della città antica, un luogo ricco di odori forti, di colori spenti e di atmosfere inquietanti, quasi fosse infestato dai fantasmi. Il sole cominciava a calare e il buio di quei vocoli già scuri cominciava a calare. I barili di metallo infuocati lungo i vecchi banchi governati da anziani mi scaldavano il viso gelato dal freddo. Qualcuno si sfregava le mani e chiacchierava, altri passavano di corsa, per fare ritorno verso casa, mac’era anche chi beveva il tipico bocchierino di tè della sera, aspettando che qualcosa cambiasse da quelle parti, anche se poi non cambiava mai niente e le cose andavano sempre peggio.

Io ero lì, stupito dal tempo, a rincorrere il sogno di qualcosa di grande, a raccogliere i frutti delle mie riflessioni e a cercare invano le tisposte delle mie insistenti domande a me stesso.
Ero lì alla ricerca dell’eternita perduta, alla scoperta di una vita nuova, a caccia di ciò che non possedevo, e non sapevo che già l’avevo trovata.Mancava ancora qualcosa, però, e io in quel momento non sapevo di essere al centro del mondo, il punto più vicno a ciò che gli uomini chiamano amore. Era arrivato il momento di stabilire cosa contasse e cosa no, era quello l’attimo giusto per consegnare lo spazio della vita alla distanza e il tempo ai momenti dell’amore.

Mangiare italiano? Se siete a Istanbul e volete mangiare, forse perché non riuscite proprio ad ambientarvi nell’atmosfera locale, qualcosa che assomigli al cibo italiano, l’unica possibilita è Esmer Chef, ristorante che si trova in piazza Sirkeci, vicno alla zona vecchia e centrale della città.
Alcuni primi di pasta, anche se sembra strano, sono al lovello di quelli italiani. Attenti alle penne all’arrabbiata, sono carichissimi di peperoncino in polvere.
C’è anche la pizza ed è accettabile. I secondi sono tipici locali, ma senza tutte quelle spezie indecifrabili, o per lo meno ce ne sono di meno.
Il prezzo è al di sotto della media italiana, basti pensare che un primo di pasta costa 12 lire turche, cioè circa 4 euro.
Il locale è carino e affollato, ma la porta chesi apre e chiude, in inverno, lo rende freddo. Per questo motivo pmeriterebbe un pinteggio di 3, ma per questa volta non ne tengo conto, anche perché mi ha permesso di mangiare pasta a Istanbul. Altrove è incommestibile e condita con strane poltiglie che al palato di un italiano potrebbero apparire disgustose.

Dove dormire a Istambul? Se vuoi il lusso si può scegliere Glh premium Regency Suites & Spa, costruito in stile contemporaneo. E’ situato nel centro della città vecchia di Istanbul, a 200 metri dalla drammatica Moschea Blu, Basilica di Santa Sofia, Palazzo Topkapi, Museo Archeologico, Cisterna Basilica e molti altri monumenti storici e 500 metri da il Gran Bazar. La nostra terrazza offre viste panoramiche sul Bosforo e sulla Moschea Blu. Siamo a 15 chilometri dal principale aeroporto Ataturk di Istanbul.

Sahara, il paradiso rosa dell’Africa sconosciuta

Sahara, il paradiso rosa dell’Africa sconosciuta

Il deserto più bello è quello che si snoda nella parte centrale del Sahara algerino e tra le propaggini occidentali dell’altopiano del Tassili N’Ajjer, risultato della nostra lunga esperienza che ci porta ad essere leader sui viaggi sahariani. E’ una zona sicura molto ben controllata dalle autorità algerine. Un itinerario che offre la possibilità di conoscere i numerosi aspetti del grande deserto del Sahara: l’alternarsi degli affascinanti paesaggi di dune, i variegati e imponenti agglomerati di montagne d’arenaria con le loro forme sempre diverse, vallate ricche di vegetazione, sorgenti di acqua nascoste in profondi canyon, l’incontro con i nomadi Tuareg e gli scenografici siti di pitture rupestri del neolitico pastorale.

 

Le dune rosa dell’Erg d’Admer, l’essenza della bellezza del deserto, poi l’erg Tihodaine con le sue enormi dune arancio che cambiano colore a seconda delle ore del giorno, ed eccoci nella Monument Valley del Sahara con spettacolari montagne . Per concludere la zona di Tikobaouine, vero e proprio labirinto di rocce modellate dal vento dalle forme fantasmagoriche. Condotti da esperte guide Tuareg, entreremo in questo territorio dove tutto è rimasto immutato da millenni, da quando gli ultimi cacciatori neolitici lasciarono testimonianze della loro vita con magnifiche pitture rupestri.

Le notti sotto alle stelle attorno al fuoco ci lasceranno certamente emozioni profonde. Automezzi Toyota con solo 3 passeggeri più autista per auto. Esperta guida-autista locale Tuareg di lingua francese e nostro accompagnatore italiano.

Il deserto assume caratteristiche diverse a seconda della zona: dalle pietre dell’Atlante Sahariano alle dune sabbiose man mano che ci si avvicina verso il centro. A sud est, al confine con la Libia, c’è la catena montuosa del Tassili n’Ajjer, al cui interno vi è un Parco nazionale, considerato Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco. Il punto più alto della catena è il monte Afao, alto 2158 metri. Il Tassili n’Ajjer è ricco di arte preistorica, con circa 15.000 tra pitture e incisioni rupestri. Questa zona è particolare per la presenza di una folta vegetazione e comprende le rarissime specie del mirto sahariano e del cipresso del Sahara.

La zona di Tikobaouine è tra le più affascinanti, con le sue rocce modellate dal vento nelle forme più disparate. Nella parte centrale, che va dall’oasi di Djanet a Tamanrasset, troviamo delle grotte anch’esse con opere rupestri risalenti alla preistoria, guglie di roccia, le dune rosa dell’Erg d’Admer e le dune dell’Erg Tihoidaine, che cambiano colore a seconda dell’ora del giorno.

La regione dell’Hoggar trasmette sensazioni molto forti, con i suoi altissimi picchi vulcanici e le piscine naturali tra le rocce, dove i tuareg si riforniscono d’acqua.

Le temperature in estate sono altissime: di giorno oscillano tra i 46°c e i 51°c, le precipitazioni sono quasi inesistenti. Va da sé che il periodo migliore per visitare il deserto algerino è l’inverno, da dicembre a febbraio: nonostante il grande freddo notturno, di giorno si trovano temperature decisamente più piacevoli. Per la parte settentrionale, è preferibile scegliere mesi primaverili o autunnali.

Il tramonto di Ischia: tradizioni, cultura e storia di un’isola

Il tramonto di Ischia: tradizioni, cultura e storia di un’isola

 

Quello che più mi piace di Ischia è il tramonto da Forio. Diciamo che, se non fosse per le acque termali calde in ogni piscina, è l’unico motivo per cui ho scelto quest’isola. L’atmosfera al crepuscolo è incredibile. Per questo, oltre a studiare l’aspetto sociale e turistico di Ischia, ho deciso di sperimentare scatti al tramonto in doppia esposizione, ma con focali diverse. Ho avuto modo di conoscere bene la cultura del posto, le antiche tradizioni e le feste popolari come quelle di San Giovan Giuseppe della Croce, di San Vito a Forio o Santa Restituta a Lacco Ameno.

Ischia, doppia esposizione focale (1)

Ma quella che mi ha appassionato di più è senza dubbio la “Festa a mare agli scogli” dedicata a Sant’Anna. Un evento singolare e interessante, con le piattaforme galleggianti allestite da scene allegoriche che sfilano sull’acqua dal Castello aragonese fino alla chiesetta dedicata alla Santa. Ischia è la più grande isola d’Italia, escluse Sicilia e Sardegna, con i suoi 62mila abitanti. Ma a Ischia tutto è piccolo. Allo stesso tempo, però, è l’isola in miniatura. Tutto è piccolo a Ischia, i negozi, i taxi, le piazze, le spiagge, le bancarelle, le strade. Read More

Hvar, l’isola fantastica della Croazia

Hvar, l’isola fantastica della Croazia

Non è un’isola come le altre. E’ vero, ogni luogo è diverso. Ma ce ne sono alcuni che si distinguono perché la loro terra è impregnata e satura di storie affascinanti e a volte sconosciute. Sono partito dall’Italia un sabato mattina, destinazione Hvar, isola della Croazia. Nonostante la nota località turistica fosse, negli ultimi tempi, diventata meta blasonata della maggior parte di giovani riccastri europei, intenzionati, più che ad ammirarne le bellezze, a impoverirne il paesaggio con la loro caotica e vandalica presenza, decisi di andare lì, proprio lì. La partenza non fu delle più esaltanti. Circa trenta minuti di ritardo per il treno diretto a Pescara. Dalla città abruzzese avrei dovuto prendere la nave, un trimarano, alle 2,45, che mi avrebbe portato dritto all’isola. Arrivato a Pescara, però, una brutta sorpresa. Dopo aver presentato alla biglietteria del porto pescarese il biglietto che l’agenzia di viaggi mi aveva fornito, vengo informato che la nave arriverà solo alle 15,30. La partenza sarebbe avvenuta alle 16. Mi organizzo, a quel punto, dopo aver espletato tutte le pratiche necessarie (timbro dei biglietti, consegna dei tagliandi per il bagaglio, e controllo dei documenti o della carta d’identità), per riempirmi lo stomaco con qualcosa da mangiare. Al porto di Pescara, però, non c’è alcun posto dove pranzare. Bisogna accontentarsi delle pizzette che vendono i bar. Non ci si può spostare, infatti, con i bagagli.

Hvar, reportage dalla Croazia (2)

Questa “pratica”, cioè quella di camminare per centinaia di metri con le valige senza rompersi la schiena o rischiare di cadere a terra tramortiti, è inevitabile una volta arrivati a Hvar. Avrei preferito portare un comodo e pratico zaino da montagna che mi avrebbe permesso di spostarmi con i bagagli più agevolmente. Purtroppo avevo optato per una più tradizionale borsa da valigia con le rotelle. La borsa con le rotelle, infatti, è molto comoda nelle zone urbane. Scivola sul pavimento senza problemi. I problemi, quelli veri, arrivano quando ci sono gradini da salire, o peggio, intere rampe di scale. Hvar è così. All’arrivo della nave, mentre attraccava, ero già in fila, tra i primi. Qualche problema, l’avevo avuto per trasportare le borse alla stazione di Pescara. Ma i guai arrivano per far salire la borsa sul Trimarano. Partii quindi, diretto all’isola di Hvar, intorno alle 16. Il mio viaggio era iniziato alle 10. Il trimarano è una nave molto veloce. Arriva in Croazia nel giro di tre ore e mezza. All’interno trovo subito un gran lusso. C’è da mangiare, ci sono i divani e la televisione che trasmette un film americano con i sottotitoli in italiano. Poi c’è l’aria condizionata. Purtroppo. Infatti dopo pochi minuti di viaggio i passeggeri cominciano a lamentare un po’ di freddo che diventa, pian pian, gelo. Una mamma prende il mio giornale, Il Centro, e ci incarta letteralmente i due figlioletti che dormono. L’aria condizionata, in effetti, è eccessivamente condizionante. A nulla valgono le proteste dei viaggiatori. La nave arriva dopo cinque ore di viaggio “agghiacciante”. A quel punto non c’è più niente da fare: sono sull’isola.

TERRITORIO, CLIMA E FOTOGRAFIA

Hvar, reportage dalla Croazia (4)

L’isola di Hvar è lunga sessantotto chilometri, per un totale di trecento chilometri quadrati. I punti chiave per fotografare ovviamente sono quelli sulla costa, ma onestamente non è il massimo per foto paesaggistiche. L’interno è collinare con monte Sveti Nikola (626 metri) e l’Hum (603) a sud-ovest. Qui il clima offre molti vantaggi, impossibili da trovare altrove. La città si trova infatti nella fascia climatica mediterranea, dove crescono numerosi alberi di olivo e il cielo è sempre azzurro. Da un punto di vista fotografico non è il massimo. Il cielo è sempre monotono e anche i tramonti sono sempre uguali. Sull’isola ci sono ogni anno circa 2.726 ore di luce solare e il massimo è stato registrato nel 2003 con 3.053 ore soleggiate. Un cielo più luminoso di Alessandria d’Egitto e anche più a lungo. La giornata più soleggiata dell’anno, con circa 12 ore 27 minuti di luce, è il 18 luglio. Durante la stagione turistica, da giugno a ottobre, il mare a una temperatura media che supera addirittura i 20 gradi centigradi, con punte di 27! Solo a gennaio la temperatura atmosferica scende sotto i 10 gradi. Se si è interessati alla fotografia paesaggistica, non consiglio un viaggio a Hvar, ma questo non significa che non sia possibile fare belle foto di paesaggi. Significa che esistono posti migliori per quel tipo di scopo.

Hvar, reportage dalla Croazia (3)

L’ARRIVO

Hvar, reportage dalla Croazia (6)

Scendo dalla nave dove mi controllano di nuovo i documenti. Ma il peggio deve ancora arrivare. Dell’autobus che avrebbe dovuto portarmi alla città di Hvar, che si chiama come l’isola – che fantasia – nessuna traccia. Dopo aver cercato di parlare a gesti con un autista croato salgo sul suo autobus che mi porta alla città. Accetta anche euro visto che di kune, la moneta locale, non ne ho. Un euro vale circa sette kune. Arrivo finalmente a Hvar e qui chiedo all’ufficio informazione, dove parlano anche italiano, dove è il mio hotel. Mi consigliano di andare in taxi, ma non ce ne sono, né si trova un modo per chiamarne uno. Vado così a piedi. Mai avrei potuto fare scelta più avventata. Mezz’ora a piedi e, dopo aver attraversato il centro, mi tocca salire per circa un chilometro. Non sarebbe stato un problema se avessi avuto il mio zaino da montagna, ma non l’avevo, avevo una borsa scomoda e pesante, con rotelle inutili. Alle 10 arrivo all’albergo. Mi spiegano che la cena finisce alle 9,30 ma che per questa volta faranno un’eccezione. Le persone del posto sono cordiali, ma non sono eccessivamente cordiali. Non gli chiediamo dove fosse finito il pulmino che avrebbe dovuto accompagnarci all’albergo. Non mi capiscono e sono troppo stremato dalla fatica per parlare. Vado in camera. Un’umile camera, sotto le aspettative, sotto, forse, anche il corrispettivo pagato. Una camera semplice con letto e armadio. Il bagno con una mezza vasca e senza bidè. Dalla finestra non si vede il mare, ma solo qualche albero e un edificio. Il mio contratto, però, prevede la vista sul mare. E’ diffusa, infatti, la consuetudine di far pagare alla gente in base a quello che vede fuori. Vedere un parco con la montagna costa meno che vedere il mare. Chissà chi è stato a decidere così la prima volta?! Scendo per la cena ma sono rimasti, vista l’ora, solo un tipo di primo, un secondo e il dolce. Mi dicono che all’albergo hanno predisposto colazione e cena. Ci informano dei rispettivi orari, ma il problema che il mio contratto prevede pensione completa, quindi anche il pranzo.

Hvar, reportage dalla Croazia (5)

IL PORTO E LA VITA NOTTURNA

Hvar, reportage dalla Croazia (9)

Decido di fare subito una passeggiata e di affrontare successivamente il problema, e l’idea è buona. In centro c’è molta gente, i locali sono pieni, e le strade affollate. Si passeggia lungo mare, un molo che circonda tutta l’isola. La pavimentazione è tutta in pietra, le casette sono caratteristiche e il panorama è bello. Sono attraccate dappertutto centinaia di barchette e qualche yacht. Oltre alla città, offrono l’ancoraggio anche le isole Pakleni-Aci Marina Palmizana.

Hvar, reportage dalla Croazia (9)

Hvar, reportage dalla Croazia (10)

A Hvar c’è un’atmosfera turistica e mondana. Le Pakleni sono invece la meta nautica preferita dell’Adriatico grazie a una affascinante baia sull’isola di San Clemente. Durante la stagione turistica la vita notturna a Hvar va avanti fino al mattino. Il cuore della città è la Piazza di Santo Stefano. Solo al mattino è libera dai turisti che dormono o sono in cerca delle rare spiagge. Passeggiare a Hvar è rilassante anche se oggi non è più così. Si possono acquistare souvenir e gioielli di bigiotteria venduti sui banchi dislocati accanto alla Piazza e lungo il porto. In estate non mancano gli eventi culturali come mostre, concerti, spettacoli teatrali e manifestazioni. Finisco il mio tour e me ne vado a letto riservandomi di chiarire all’indomani la questione delle camere senza vista mare e il fatto della pensione completa senza pranzo.

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IL MARE

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Il mare a Hvar, la città, non c’è. Ciò non significa che non c’è l’acqua del mare, ma che non c’è il mare come noi italiani lo intendiamo quando lo colleghiamo alla vacanza. Non ci sono spiagge di sabbia, ma non ce ne sono neanche con le pietre. Ci sono solo moli e pontili in pietra antica e non c’è quasi spazio per prendere il sole o per tuffarsi. Per trovare spiagge di roccia bisogna spostarsi. Sono spiagge pericolose, però, perché le pietre sono molto taglienti e in giro, di gente con i piedi fasciati e le stampelle, se ne vede molta, veramente molta. Ci sono poi le piccole isolette della zona, ma oggi sono invase da nudisti e guardoni. In albergo, però, c’è la piscina. Sveglia alle 9 e poi giù per la colazione, infine dritto in piscina. Prima, però, vado a chiarire la questione delle camere e del vitto. Così mi cambiano stanza e me ne danno una con vista mare, molto migliore, dicendomi che per mangiare devo andare a un albergo del centro, al porto, dove fanno pensione completa. Il mio pranzo posso farlo lì, ogni giorno. Il posto non delude e neanche da mangiare.

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IL CHIOSTRO

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Dopo pranzo faccio un giro per l’isola visto che a quell’ora c’è poca gente. Arrivo davanti a una chiesa. La voglia di visitarla è tanta ma è chiusa. Riesco a sgattaiolare dentro. C’è un bel chiostro, piccolo, e su un lato una porta d’accesso. Qui c’è la chiesa, priva di banchi, solo lo spazio per il coro, gli antichi cori in legno. L’architettura non è un granché ma la semplicità merita. Esco e me ne torno all’albergo a riposare, dopo aver visitato mezza isola. E’ domenica è voglio andare a messa. Alle 18,30 esco dalla camera e torno in centro a cercare una chiesa aperta. Non ci sono informazioni e nessuno conosce gli orari delle funzioni.

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Vagabondando trovo un supermarket, piuttosto che la chiesa, ed entro. Sono come i nostri, nulla di più, nulla di meno. Alla cassa, però, si vendono le sigarette e al banco non c’è il pesce fresco, nonostante siamo su un’isola e i ristoranti cucinano prevalentemente pesce. Non rinuncio alla messa e alla fine arrivo alla chiesa principale, al duomo.

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Alle 19 comincia la messa, in croato. Non ci capisco molto già dalle prime preghiere. Poi, però, il celebrante, un vescovo, saluta la gente anche in italiano e in inglese. Tutta la messa, comunque, a parte questo piccolo flash poliglotta, è tutta in croato. Vedo la gente. Non sono turisti, forse solo una piccola parte. Qui sì che ci sono hvariani, quelli doc. Non sono altissimi, come si pensa. Le donne sono prevalentemente con gli occhi e i capelli chiari. Seguono con attenzione e devozione la messa, una suora suona l’organo e la gente canta le canzoni riportate sui foglietti. Dopo quaranta minuti è finita la funzione. Torno all’albergo, ceno. C’è una serata di accoglienza per i nuovi arrivati, ma non è il massimo. Me ne torno in centro e cerco posto in un pub. Niente da fare, i locali sono strapieni nonostante non sia altissima stagione. Trovo un posto in un bar. Vendono anche fette di dolci fatti in casa. Alla fine vado a letto, un po’ stanco, pur senza aver fatto granché.

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CUCINA E PREZZI

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In questi ultimi due giorni ho mangiato di tutto. A Hvar il primo, di solito, come lo intendono loro, è una zuppa, quasi un brodo, di pesce con qualche granello di riso, di pomodoro (conserva) con qualche granello di riso, di legumi, con qualche granello di riso e di pollo, senza granelli di riso e senza pezzetti di pollo o di pasta, solo brodo. Il secondo è molto condito e accompagnato da contorni saporiti e “pesanti”. Non mancano mai i peperoni e le cipolle, cucinati in ogni modo. Aglio tanto. Gli spaghetti, soprattutto alla bolognese, vengono inseriti tra i secondi. Si mangia molta carne ma la vera specialità e il pesce, non perchè lo sappiano cucinare bene, ma perché è buono e fresco, in qualunque modo venga cucinato. In quattro giorni ho mangiato di tutto, della loro cucina. Il pane è molto morbido e la crosta e gommosa. Buono però. In croazia non esistono a tavola i primi di pasta, né spaghetti, né fettuccine, nulla del genere. Il classico pasto è una brodaglia frullata, spesso di funghi, in altre occasioni di verdure. I secondi, invece, almeno nell’isola di Hvar, se a base di pesce sono squisiti. Gli spgheetti alla bolognese costano 50 o 60 kn, ma consiglio le tipiche zuppe di pesce, 20 kn, e o pesce in tutte le salse. Bil “buon cibo”, “spiza” nel linguaggio locale, fa parte della tradizione di Hvar. Consiglio cibi a base di pesce condito con olio d’oliva e un pizzico di erbe aromatiche tipiche dell’isola, il tutto con una goccia di vino. Questa alimentazione, insieme al clima, permette agli abitanti del posto di vivere a lungo e di avere, uomini e donne, un aspetto vigoroso. Ma la vera protagonista dell’alimentazione hvariana è lei: l’acqua, non perché sia buona, ma perché costa tantissimo. Non ci sono fontanelle in città. In ogni ristorante, e non è uno scherzo, è consigliabile portare con sé, possibilmente di nascosto, una bella bottiglia di acqua, acquistata magari in uno dei piccoli supermarket della zona. Infatti le bottigliette di acqua da 33 centilitri costano quasi come un pasto e più di tutte le altre bibite. Una cocacola costa 18 kn, una di acqua anche 20! Sull’isola, infatti, le sorgenti sembra scarseggino e i prezzi dell’acqua, soprattutto al ristorante, sono esorbitanti. Si dice che di acqua sull’isola ce ne sia poca, e che venga importata, ma non è vero. La verità è che la piccola comunità dell’isola, 3.500 abitanti circa, ha fatto del guadagno la missione principale.

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ECONOMIA

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Le hanno escogitate tutte per guadagnare grazie ai turisti avvalendosi della loro splendida terra. Vendono quintali di lavanda, ci sono centinaia di ristoranti e decine di alberghi, i pescatori hanno iniziato a fare da taxi per i turisti che vogliono visitare le isolette vicine, cambiando, col tempo, le loro abitudini e il loro stile di vita. Vendono i loro mobili antichi e affittano le loro case. Tutto ruota intorno al turismo e al relativo guadagno. Hanno cambiato anche il loro modo di cucinare per far fronte alle esigenze dei turisti, il loro modo di parlare, e hanno imparato l’italiano e l’inglese.

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LA FORTEZZA

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Fanno giustamente pagare l’ingresso per visitare la loro fortezza, che tanto loro, in fondo, non è. Dopo la parte vecchi a della città si arriva, salendo un centinaio di metri, alla fortezza, anticamente “Fortica” e dal XVI secolo Fortezza spagnola. Una volta era la fortificazione centrale per la difesa della città. Dominando dall’alto dalla fortezza si poteva vedere il sopraggiungere delle navi nemiche. Il vecchio stemma comunale di Hvar rappresenta, infatti, insieme al patrono, Santo Stefano Martire, anche la fortezza. Risale alla prima metà del del primo millennio avanti Cristo. Fu anche una fortificazione bizantina , costruita all’epoca dell’imperatore Giustiniano. Ma la splendida fortezza, come è adesso, fu realizzata, come tutto il resto della bellissima città, dagli italiani. Nel 1282, infatti, il governo veneziano, che dominava su Hvar, ne ordinò l’edificazione.

STORIA

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L’isola è conosciuta soprattutto per i locali sul molo e per le vacanze di tipo mondano. In realtà sono la storia e le bellezze paesaggistiche gli aspetti più importanti di Hvar, nome che prende l’origine da Pharos. E’ anche il nome originario della città vecchia Stari Grad. Nel medioevo diventò un importante porto del potere navale veneziano. Questo grazie alla sua posizione strategica, al centro di rotte nautiche nel mare Adriatico, ma anche grazie alle piccole isole che le fanno da protezione proteggono e le cui insenature naturali potevano offrire rifugio alle navi dai pericolosi venti delle tempeste. Secondo alcune teorie, dove oggi c’è la città di Hvar un tempo, attorno al IV o III secolo avanti Cristo, sorgeva il polis greco Heraclea.

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Per un secolo, fino al 1918, Hvar fa parte dell’Austria e il commercio sull’isola crolla. Gli isolani vivono un periodo buio della loro storia. La rinascita inizia solo alla fine nel XIX secolo con le coltivazioni di vigneti. A Hvar non piove quasi mai nel corso dell’anno. Il vescovo Juraj Dubokovic nel 1868 fonda l'”Associazione igienica di Hvar” che si dedica alla promozione e allo sviluppo dell’offerta alberghiera. Nasce così il turismo vero e proprio a Hvar. Nel 1900 apre i battenti l’albergo medico della regina Elisabetta edificato sulle basi del Palazzo ducale. Oggi è l’hotel Palace. Dal 1921 al 1941 il territorio viene annesso al Regno Jugoslavo. C’è una fase di emigrazione.

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Nel 1991 Hvar torna a essere una libera e autonoma patria della Republica di Croazia. Durante la guerra civile l’isola era il soggiorno dei rifugiati dalle zone occupate dalla guerra. L’anno del mio arrivo sull’isola, il periodo postbellico, Hvar era un’isola incantata, tranquilla e affascinante. Subito dopo sarebbe divenuta una delle destinazioni più assediate dai giovani turisti di tutta l’Europa.

Hvar, reportage dalla Croazia (27)

Da un punto di vista culturale e architettonico Sembra che i Hvariani vogliano nascondere la vera origine delle loro bellezze, quella italiana, quasi vogliano rinnegarla. Sembra che ora gli italiani siano solo coloro che rimpinguano le loro casse negli 8 mesi in cui l’isola è meta di turisti. A Hvar il Corriere della sera costa 2 euro, un pezzo di pizza 10 kune (1,45 euro), come mezzo litro d’acqua. La gente è furba, si tratta di un popolo orgoglioso, le persone cercano sempre di non farsi abbindolare e sono molto sicure di loro. Un popolo di pescatori che ha cercato di emanciparsi alle spalle dei più modernizzati turisti che arrivano pronti a spendere i loro soldi. Ma in fondo loro, i residenti, che colpa hanno?

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PETAR HEKTOROVIC

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Petar Hektorovic, conosciuto anche con il nome italianizzato di Pietro Ettoreo, è un personaggio amato a Hvar, dove nacque nel 1487. Morì a 85 anni a Starigrad. Fu uno dei maggiori rappresentanti della scuola letteraria di Dubrovnik. Viene ricordato soprattutto per la sua egloga piscatoria, “La pesca e i discorsi pescherecci (1568)”, in lingua croata. Nell’opera dà una rappresentazione gradevole della vita delle popolazioni costiere e introduce i testi di alcuni canti epici popolari, che sono tra i primi conservati in lingua croata.