“Due chiacchiere con gli antichi roman”i: Medici e medicine

“Due chiacchiere con gli antichi roman”i: Medici e medicine

Come si curavano gli antichi romani? E soprattutto come erano le loro medicine?

In questo nuovo articolo di “due chiacchiere con gli antichi romani” parleremo di un aspetto forse diverso dagli altri due articoli precedenti. Lasceremo un po’ da parte gli eventi, la storia e la società romana per addentrarci nel mondo della medicina dell’Antica Roma. In questa ricostruzione diciamo storico-medica ci vengono in aiuto anche le note scoperte archeologiche della “Casa del Chirurgo” a Pompei -scoperta nel 1770 dagli archeologi della casa reale dei Borbone- dalla lava solidificata sono usciti fuori delle preziose strumentazioni chirurgiche in ferro e in bronzo. Questo ci porta a considerare la medicina romana all’avanguardia per l’epoca; una medicina che si divideva in tre grandi gruppi. C’era la medicina fai da te (ovvero quella casalinga), la medicina di formazione tramite un medico e la cialtroneria (il classico imbroglione di turno oppure la famosa sola alla romana). Ma come si formava un ragazzo romano che voleva diventare medico? E soprattutto com’erano le medicine?

“I medici imparano a nostro rischio e pericolo e fanno esperienze a furia di ammazzare. Per di più se la prendono con il malato rigettando la colpa sulla sua intemperanza, tanto che chi è rimasto vittima viene messo sotto accusa.”

Enea ferito, affresco rinvenuto a Pompei e conservato presso il museo archeologico di Napoli

Le parole, diciamo poco gentili, riportate qui sopra sono state scritte da Plinio il Vecchio nella “Storia Naturale” e stranamente ci illustrano una sorta di scetticismo che molti abitanti dell’impero provavano nei confronti dei medici. Non perché non si fidavano, ma perché dietro coloro che si formavano dietro un maestro, c’erano tanti cialtroni che imbrogliavano: per punire questi imbroglioni nell’88 a.C venne promulgata la “Lex Cornelia” che puniva severamente coloro che vendevano prodotti dannosi. Anche il poeta Marziale ironizzava sull’incompetenza di alcuni medici e pensare che il miglior medico dell’antichità, il greco Galeno, non sapeva leggere! Ma cosa faceva un ragazzo che desiderava diventare medico? Innanzitutto togliamoci dalla mente test, università e telefilm, il ragazzo romano che voleva diventare medico doveva seguire un medico anziano che lo immetteva tra sacro (con il culto di Esulapio) e scientifico all’interno della professione medica. La formazione consisteva in una parte teorica con lo studio di manuali in lingua greca, costosi e spesse volte snobbati dagli studenti per via della compresione e la parte pratica, le visite tra i malati ben vista dall’aspirante medico. A fine del percorso di formazione non veniva rilasciato nessun attestato, e questo provocava una serie di problemi notevoli, visto l’eccessivo emergere di sedicenti dottori: ecco perché Plinio il Vecchio si scaglia contro la professione medica. Siamo a conoscenza che nella Roma del 209 a.C era presente un medico che oggi definiremo della mutua, un dottore greco dal nome un po’ particolare Arcagathus che molto probabilmente operava nel primo ospedale di Roma quello che nel 293 a.C sorse all’interno del tempio di Esculapio nell’isola Tiberina. Recenti scoperte hanno dimostrato di come i medici romani, quelli un po’ più professionali, erano in grado di operare la cataratta.

Riproduzione pittorica del Tempio di Esculapio-salvatore

Le medicine utilizzate nell’antica Roma erano di fabbricazione diciamo casalinga – cosa che non si è persa nella nostra modernità: il latte caldo e miele per il mal di gola, le tre noci per la pressione e così via- preparate dal medico che venivano somministrate al paziente. Ad esempio lo zafferano come antinfiammatorio, come diuretico e come afrodisiaco oppure il prezzemolo che curava la rabbia e la flatulenza. Tra le medicine venivano utilizzati molti brodi, come quello di aragosta contro il mal di pancia, con il fegato di volpe contro la bronchite, lo zampone di maiale contro la polmonite e la zuppa di cozze e ostriche contro la stipsi. Quando la patologia non era curabile ne con il salasso ne con le erbe medicinali, il chirurgo doveva operare. Le operazioni avvenivano in casa del malato ed il medico, aiutato da suoi collaboratori, narcotizzava il paziente mentre i suoi collaboratori lo aiutavano. Seneca rimase talmente traumatizzato che equiparò il loro operare ad incendi e crolli.

Nel prossimo articolo di “due chiacchiere con gli antichi romani” parleremo della differenza tra Patrizi e Plebei.

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